di Biagio Prontera
Il 2 novembre 1906 nasceva a Milano Luchino Visconti. A centoventi anni di distanza continuiamo a nominarlo come uno dei registi più grandi e importanti della storia cinematografica italiana. Volendone celebrare questo anniversario, pensavo a molti dei suoi film, in particolare a quelli che più di tutti mi hanno illuminato: Rocco e i suoi fratelli e Ludwig. Sono due film molto diversi, ma entrambi, in maniera molto diversa, parlano di famiglia e solitudine. Allora mi sono detto che forse Visconti voleva mostrare che la famiglia non è solo un rifugio dalle vicende personali o dalla storia, ma diventa il luogo in cui la storia si deposita, si deteriora e ti chiede il conto. Ho selezionato tre film, girati nell’arco di undici anni, che disegnano una sorta di trittico sul tema: Il Gattopardo (1963), La caduta degli dei (1969) e Gruppo di famiglia in un interno (1974). In nessuno dei tre una famiglia si salva.

Partiamo dal Gattopardo, che è il film più voluminoso, luminoso crudele. Il Principe di Salina (un Burt Lancaster autoritario, stanco e magnifico), è il capo di una casata in decadenza. Il Risorgimento bussa alle porte della Sicilia e a quelle del suo palazzo. Lui resta lucido e non si illude: per sopravvivere bisogna accettare di cambiare, “tutto deve mutare perché nulla muti davvero”. La famiglia di Salina dunque si adatta. Il matrimonio tra Tancredi e Angelica, figlia del borghese arricchito Sedara, ha gli estremi di un’alleanza di sangue e denaro, una sorta di patto con cui l’aristocrazia compra un’altra generazione in cambio della propria purezza e della propria sopravvivenza. Visconti, lo ricordiamo, veniva da una delle più antiche famiglie lombarde, e quindi chi, meglio di lui, poteva mostrare questo cambiamento? Nella lunga sequenza del ballo, circa quaranta minuti molto significativi in cui la società e le varie classi si mescolano e si spartiscono il futuro, il Principe osserva tutto a distanza, una distanza che sa di morte. Quando alla fine attraversa da solo la notte di Palermo, la famiglia resta alle sue spalle, intenta a sopravvivere. Lui no. Lui ha capito che il suo tempo e il tempo di tutta la sua casata e di un mondo intero è finito.

Con La caduta degli dei il registro cambia: cambia l’ambientazione, la geografia, cambia la concezione stessa di famiglia. In un certo senso, questa famiglia si divora dall’interno e si autodistrugge, fino ad arrivare a tragiche conseguenze. Gli Essenbeck, dinastia di industriali dell’acciaio nella Germania del 1933, rappresentano il microcosmo del potere tedesco che in quel preciso momento storico sceglie il nazismo. Da quel momento ogni legame di sangue si converte in strumento di calcolo: Friedrich, il dirigente ambizioso di Dirk Bogarde, l’ufficiale delle SS interpretato da Helmut Griem, la Sophie di Ingrid Thulin, il giovane Martin di Helmut Berger, con la sua fragilità perversa e la sua celebre imitazione. In questo film, Visconti non ci mostra la nostalgia della decadenza, ma l’orrore che prepara la famiglia stessa all’ingresso in casa del nazismo, dove trova un ambiente favorevole tra sete di potere e corruzione. Tutto culmina in una violenza familiare e politica.

Gruppo di famiglia in un interno chiude il cerchio. Dopo i grandi affreschi storici, il regista, ormai segnato dall’ictus del 1972 e costretto su una sedia a rotelle, si ritira in un appartamento romano. Il Professore è interpretato da Burt Lancaster, un personaggio molto diverso da quello del Gattopardo. Lancaster mostra uno studioso anziano, circondato da dipinti e ritratti di famiglie, un uomo che ha scelto la solitudine. Arriverà poi l’invasione: la Marchesa Silvana Mangano, con la sua corte numerosa e rumorosa di figli e amanti, affitta il piano superiore, e porta nella sua vita una nuova famiglia, senza tradizioni, senza radici, mossa da interessi cinici. Konrad, il giovane amante interpretato da Helmut Berger ricorda al Professore ciò che avrebbe potuto avere. È il film più autobiografico di Visconti (non ne farà mistero lui stesso), dove la famiglia non è più una struttura di potere né un’eredità da difendere, ma un desiderio, forse un’illusione tardiva. Il Professore si lascia avvicinare, si illude, e infine paga la propria apertura con la solitudine e il ritorno all’ordine iniziale.

Messi in fila, i tre film compongono una parabola. Nel Gattopardo la famiglia è un mezzo con cui una classe sociale tenta di durare; nella Caduta degli dei è il veicolo con cui una società si consegna al proprio abisso; in Gruppo di famiglia è ciò che resta quando la storia si ritira e rimane un uomo davanti al proprio vuoto. Ma in tutti e tre non c’è consolazione, non c’è idillio domestico, non c’è restaurazione. Nessuna famiglia si riscatta. In un certo senso, Luchino Visconti non è mai stato un osservatore esterno, figlio di quel mondo, di cui conosceva i riti e le ipocrisie: la sua grandezza sta nell’averlo raccontato senza giudicarlo. A centoventi anni dalla nascita, nel rivedere questi film ci si accorge di quanto siano ancora contemporanei. Viviamo in un’epoca che celebra la famiglia come valore, ma ne ignora le ombre, o peggio, tenta di nasconderle sotto il tappeto. Ok, il messaggio non è rassicurante, ma sta a chi guarda trarne conclusioni e correzioni.
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