di Lorenza Del Tosto
Eccoci alla presentazione romana de L’essere amato, ultimo attesissimo film di Rodrigo Sorogoyen in concorso a Cannes e oradistribuito in Italia da Movies Inspired. In una piccola stanza elegante al piano terra di un hotel romano si alternano, davanti a noi, il regista e i due attori, ognuno con il suo sguardo sulla storia che il film racconta: un famoso cineasta, premio Oscar, ha abbandonato sua figlia molti anni prima e ora torna a cercarla per proporle un ruolo da protagonista nel suo nuovo film. Rodrigo Sorogoyen capelli scuri ricci, occhi neri ironici e penetranti, entra nella stanza con il suo fare schivo che, come i suoi film, va dritto al cuore delle cose. Evitando il superfluo e le formalità. Ieri si rendeva invisibile sul tappeto rosso dell’Auditorium alla Festa del Cinema di Roma. E anche qui, oggi, potrebbe passare inosservato, e confondersi con i passanti che scivolano sulla strada, oltre i vetri, alle sue spalle. È schivo e anche molto stanco. Eppure appena qualcuno, nella piccola stanza elegante, dice di aver notato ne L’essere amato uno stile di regia più libero e audace, un piacere di sperimentare con i formati, il colore e il bianco e nero, ecco che l’uomo schivo in un istante si trasforma. Il cinema è la sua vita, è passione che lo divora e in sala si resta ammaliati, in silenzio, ad ascoltarlo.

L’essere amato è anche un film sul cinema, un omaggio alle maestranze, a chi ogni mattina all’alba è sul set e ci passa la giornata in attesa di pochi istanti di magia, per questo lui, spiega, ha voluto osare spingendosi fino al limite. Sperimentando con tutti i mezzi di cui il cinema dispone per arrivare al cuore delle emozioni. Ed è felice che il giornalista in sala lo abbia notato. “Ora sono soddisfatto del risultato, ma durante le riprese è stata dura. C’era tanta incertezza. È stato uno dei film più difficili.” Non nasconde la stanchezza e anche una punta di amarezza, che resterà ad aleggiare nella stanza, per le tante vicende del film a cui Sorogoyen accenna con ironia. Quando, per esempio, hanno saputo che, per incredibile coincidenza, in Norvegia Joachim Trier stava girando un film con lo stesso tema: padre regista che abbandona la figlia attrice, hanno passato giorni di inferno. Hanno pensato di abbandonare il progetto, nonostante tutto il lavoro svolto fin lì. Sentimental value, il film norvegese, ha poi vinto l’Oscar al miglior film internazionale. Ma loro hanno deciso di andare avanti lo stesso. Poi ci sono state le reazioni alle dichiarazioni di Bardem al Festival di Cannes sulla mascolinità tossica. Un film sulla mascolinità tossica in un momento in cui il potere è in mano a maschi tossici, non gode certo di vita facile. Il cinema è anche questo: fai il tuo film migliore, il film dove ci lasci il sangue e tutto attorno ti rema contro. “È stato difficile a livello di regia ma anche di sceneggiatura. In sostanza ci sono due persone una di fronte all’altra che si guardano. Si osservano.” Inevitabile, a questo punto, parlare della scena magistrale che apre il film: quindici minuti serrati con Javier Bardem e Victoria Luengo seduti al tavolo di un ristorante. In realtà un’improvvisazione di un’ora e venti di due attori straordinari, senza tagli, poi montata in 15 minuti. Se ingaggi un attore del calibro di Bardem gli devi offrire una sfida che non ha mai affrontato prima. “Javier Bardem e Victoria Luengo si erano incontrati solo una volta, molti mesi prima. Non ho voluto che provassero insieme la scena. Sulla base di 10 pagine di copione hanno avuto piena libertà di improvvisare.”
Quanti dettagli, quanti accorgimenti tecnici, e quanta passione nella messa in scena per mantenere l’incertezza, l’ansia, l’ambiguità dell’incontro tra un padre e una figlia che non si vedono da 13 anni. Javier Bardem arriva sul set, che non ha nulla del set ma è un ristorante elegante con gente seduta ai tavoli che mangia, la cameriera che lo accompagna al tavolo e gli versa l’acqua. Javier Bardem aspetta 5 minuti seduto al tavolo come tutti noi abbiamo aspettato a un tavolo qualcuno che sarebbe potuto non arrivare. Ed ecco che entra l’attrice con cui Bardem non ha mai provato la scena. Sua figlia arriva, come arrivano le ragazze giovani un po’ trafelate, come arriva chi non vuole mostrare lo sconquasso e le ferite che l’altro gli ha lasciato dentro. Le macchine da presa sono lontanissime nascoste nelle pareti, come grande è stata la lontananza fisica tra i due: il padre è sempre vissuto all’estero, e le focali cortissime perché un padre assente è presenza costante nel pensiero. L’inquadratura stretta su volti, sul collo, sul respiro. Sono talmente presi dal loro incontro che tutto il mondo attorno scompare. Impegnati entrambi a portare avanti la propria narrazione: come fanno le persone quando la loro versione degli stessi fatti è molto diversa. A suo agio nella profondità delle cose, Sorogoyen si fida delle profondità altrui, sa che le cose arrivano, che lo spettatore può capire cose che non ha mai creduto di capire. A patto che chi le racconta ci creda. E per Sorogoyen la verità, la verosimiglianza, è tutto. Solo così lo spettatore entrerà nella storia, e vivrà con i suoi personaggi.
“Ma cosa chiede agli attori per arrivare ad una verità sempre così palpabile nei suoi film?”
“Non lo so…” dice con una stretta di spalle. Non è incline all’autoanalisi, come ripete spesso. “Nella sceneggiatura c’è già una sensibilità.” E racconta del suo sodalizio di scrittura con Isabel Peña, come se fosse la cosa più naturale del mondo incontrare qualcuno che, come te, guarda la vita in un certo modo e con cui sia intenso, creativo e anche divertente lavorare insieme.
“Si tratta di trovare gli attori giusti e di passare molto tempo a parlare dei personaggi: ad analizzarli, a capire perché fanno una cosa, o un’altra. Cosa provano, cosa dicono, cosa sentono. Faccio film per capire i comportamenti umani che mi sfuggono, per capire perché la gente fa certe cose. È quello che mi interessa nella vita. E con un po’ di egocentrismo immagino che possa interessare anche altri.” Ride quasi a disagio per quelle che devono sembrargli risposte banali. “Se con gli attori lavori tanto sul personaggio, arrivi sul set e devi solo fare il film. Non mi piace provare troppo. Poi tra gli attori c’è chi ha bisogno di essere sempre rassicurato. Chi invece vuole solo essere lasciato in pace. Le prove servono per la coreografia, se in scena ci sono tante comparse. E comunque mi piace lavorare con gli amici, con attori con cui mi diverto.” Ieri, infatti, era bello vederli ridere e divertirsi tra loro: lui, Bardem e Victoria Luengo sul tappeto rosso. “Mi piace divertirmi. Non sono fatto per soffrire.” Dice con una sincerità disarmante lui autore di film forti, e dolorosi. Il giornalista annuisce in silenzio. Si resta sempre, con Sorogoyen, con il desiderio di sapere di più, con la sensazione di non essere riusciti a carpire il suo segreto, a definire la magia delle sue scene. Sorogoyen ti fa capire che semplicemente non c’è nessun segreto.
“Né io né Isabel Peña abbiamo avuto padri assenti, quelli che a un certo punto scompaiono e lasciano i figli a chiedersi: che cosa ha visto in me che gli ha impedito di restare? Eppure ora padri e figlie ci avvicinano, ci scrivono, per dirci che abbiamo raccontato la loro storia. Un uomo al Festival di San Sebastián non smetteva di singhiozzare e continuava a prometterci che avrebbe chiamato sua figlia.”
Ora i suoi prossimi progetti riguardano la Guerra Civile e la Transizione. Dolorosi conti ancora aperti in Spagna, la sua voce si riempie di disprezzo parlando della nuova destra spagnola avida solo di soldi e potere e di una Transizione fallita. Per tenersi buona la Chiesa, hanno imposto una morale cattolica che ha ucciso il Paese. La Guerra Civile è stata una tragedia, ma i 40 anni di repressione che sono venuti dopo sono stati ancora peggio. Hanno generato personaggi come il padre del film. Il maschio alfa figlio del patriarcato, e dell’educazione repressiva.

“Il film è già scritto…” Poi un’ombra improvvisa, scende sul suo viso. “Ma non so se ci riuscirò…” Per un istante affiora di nuovo l’amarezza. La stanchezza. Che Javier Bardem con il suo ingresso nella stanza, la sua risata aperta, il suo calore, spazza via in un istante. Sorogoyen lo abbraccia prima di lasciare la scena a lui, il maschio alpha del suo film. Che nella realtà è l’uomo del calore e dell’energia. Anche ieri, sul tappeto rosso, si offriva alla folla festante che pendeva dalle sue labbra. Felice di sentirgli fare proclami sulla Palestina, su Trump, sull’ipocrisia del mondo occidentale. Come se abbeverandosi delle sue parole, ognuno potesse illudersi di aver anche lui finalmente reagito. Le sue proteste regalano riscatto agli ignavi, e anche speranza. Perché Javier Bardem qui, in questa saletta elegante, ha tutta l’aria di un uomo felice. Vale la pena lottare se alla fine ti ritrovi felice. Accanto a lui si respira fiducia e ottimismo anche quando dice le cose più tristi. Di fronte a ogni catastrofe, a ogni avversità, l’essere umano può decidere di agire con dignità. “Francamente mi dispiace quando vado alla cerimonia degli Oscar e la gente del cinema si avvicina e mi dice: sei bravo, fai bene a protestare, è così che bisogna fare. Lo dicono sussurrando.” E imita il gesto con la mano. “Hanno paura. Francamente se hai una posizione di potere mi sembra strano che tu non dica le cose a voce alta. Se sei un attore giovane, e soprattutto se sei una donna, lo capisco.”
Sulle prossime elezioni in Spagna però è più difficile per lui mantenere l’ottimismo. “Mi piacerebbe che la sinistra fosse più unita. Francamente ho molta paura del fascismo. Nelle comunità dove sono già al potere tolgono i diritti. Distruggeranno tutto. Ho molta paura, ma anche speranza per questi ragazzi che sono scesi in strada, a risvegliare la coscienza di una sinistra assente.”
E se questo è un film sul segno che i genitori lasciano sui figli, nella vita di Bardem più del padre assente ha contato la presenza di sua madre, l’attrice Pilar Bardem e di suo zio regista e sceneggiatore: Juan Antonio Bardem. Una storia, quella della sua famiglia, che qualcuno già conosce, ma che è tanto bella da ascoltare.
“Ce la racconta di nuovo?” lo implorano. Bardem il consolatore, Bardem che infonde coraggio, Bardem che ora a Madrid torna a teatro, dopo tanti anni, con le opere di Cechov. Tutti vorrebbero andare a sentirlo, ma lui, con un sorriso birichino, il sorriso di chi non vuole vantarsi ma è consapevole dell’enormità della cosa, dice “Tutti i posti sono esauriti.” E se controlli su Internet: è così. Non c’è un posto disponibile. E allora godiamoci questo piccolo teatro, qui, nella sala raccolta.
“I miei genitori si separano quando io avevo 6 anni e mia madre che era attrice in un’epoca, gli anni 60, in cui poche donne lo erano, ha cresciuto tre figli. Con impegno, con sacrifico, con lealtà, con grande senso dell’ironia e con grande amore. Grazie al suo amore siamo sopravvissuti.” Qualcosa trema nella sua voce “Eravamo poveri ma un giorno, questo è il ricordo di mio fratello, bussano alla porta: è una donna che chiede soldi. Mia madre glieli dà. E mio fratello le chiede: perché le hai dato soldi se non ne abbiamo? E lei risponde: se do poco, do molto. Li do perché capiscano che non sono soli e che io li vedo.” E molto Javier ha imparato da suo zio, regista di film famosi in Spagna: Muerte de un ciclista, Calle Mayor, che è finito in prigione per le sue critiche a Franco. “È una persona che ammiro, che ha rinunciato a tutto pur di dire apertamente la sua opinione.”
“E dal trauma dell’abbandono, da un padre che ti ha abbandonato, è possibile guarire?”
“Guarire da un trauma, da un dolore è una cosa complessa, soprattutto se da parte di chi ti ha abbandonato non c’è intenzione di rimediare. Il padre del film non sa farlo. È la cultura dell’uomo di un tempo. Si va avanti senza mai guardarsi indietro, muoia chi muoia. Mi hanno colpito le parole di Gabor Mate, quando recentemente ho avuto l’occasione di incontrarlo: Non sempre è necessario perdonare. Il perdono, spesso, è possibile solo se si è passati attraverso la rabbia. A volte bisogna arrabbiarsi molto prima di perdonare.”
Aspetti Bardem. Non se ne vada. Quando la rivedremo? Lo trattengono. Come se, uscito lui dalla stanza, sparisse anche la nostra dignità e la nostra speranza.
“Ci parli dei suoi film. Cosa le hanno lasciato? Quali sono stati i più importanti per lei?”
“Non è un paese per vecchi è stato un grande successo, ma con i fratelli Cohen non capivo proprio che cosa stessimo facendo” ammette con candore. “Mare dentro mi ha fatto capire che il cinema può avere un valore sociale. Dopo il polverone che il film ha scatenato, in Spagna è stata approvata la legge sull’eutanasia. Ma il film a cui sono più legato è Jamón jamón. Il mio primo film, il primo film di Penelope. Io avevo 21 anni, lei 17 e dopo tanti anni siamo sposati e abbiamo due figli.”
È felice Bardem di essere diventato padre a 42 anni quando la sua carriera era già ben avviata. E di avere ora tempo per stare con i suoi figli e parlare con loro. Parlare con i figli è l’unica ricetta, parlare e ascoltarli. Ed è felice di vivere e di lavorare a Madrid. Ci tiene a ribadirlo. “Io e Penelope non abbiamo mai vissuto negli Stati Uniti. Abbiamo un legame fortissimo con i nostri amici, con la nostra terra.” Ora Penelope è ne La Bola Negra, lui ne El ser querido i due film più forti in Spagna. “La nostra felicità è poter lavorare in Spagna, poi se non arriva niente di interessante, allora si accettano proposte da fuori.”
E ora che Bardem esce di scena è sua figlia nel film: Victoria Luengo a prenderne il posto. Il primo germe de El Ser Querido è nato una sera a cena attorno a un tavolo. Rodrigo, Isabel e Victoria, amici nella vita, e la conversazione è finita un po’ per caso sui padri assenti. Su quanti tra i loro conoscenti sono cresciuti con padri lontani. Sul segno che lasciano questi padri che se ne vanno.


Basta guardarla, Victoria Luengo figlia di padre assente, per capire che c’è sempre speranza. Spumeggiante di allegria, una bellezza sbarazzina, stile Audrey Hepburn irradia brio e leggerezza sullo schermo e in questa stanza raccolta. A mano a mano che la scopri, che senti i dettagli della sua storia: non viene da una famiglia d’arte, suo fratello è conducente di autobus, lei ha scoperto il teatro da ragazzina ad un corso dopo scuola, la ascolti e pensi che arriverà lontano, molto lontano. E speri che continui a farlo con questa leggerezza, con il passo che vola sulla vita.
“Con Rodrigo abbiamo parlato tantissimo di Emilia, il mio personaggio, di tutto ciò che si tiene dentro e non dice. Emilia racconta a sé stessa che sta accettando la proposta del padre solo perché è una grande occasione per un’attrice come lei che non ha ancora sfondato e che, per mantenersi, lavora in un bar. Un’occasione che non può perdere. Vuole mantenere il rapporto su un piano strettamente professionale, ma nel fondo ciò che lei cerca è suo padre, vuole capire cosa è successo: perché l’ha abbandonata.” È tenerissima nella passione con cui racconta il suo personaggio e spiega che il set non è certo il posto migliore per ricostruire un rapporto tra padre e figlia, è un luogo sempre affollato dove tutte le tensioni si amplificano, i nervi sono sempre tesi, c’è tanta adrenalina nel bene e nel male. È un metodo buono per il padre, per il suo egoismo. Per sovrastarla con il suo potere. E ora ciò che non sono riusciti a carpire da Sorogoyen, i giornalisti provano a carpirlo da lei, da questa attrice deliziosa e intelligente che sembra possedere la stessa verità di Sorogoyen: qual è il segreto?
Forse, pensiamo noi, il segreto è che non siamo più tanto abituati ad ascoltare cosa ci succede dentro. Quando leggevamo di più, personaggi anche lontanissimi dalla nostra vita ci davano la chiave per conoscerci meglio. Così oggi seduti in una sala buia a vedere un film di Sorogoyen ci ritroviamo, all’improvviso, a contatto con l’immensa ricchezza che abbiamo dentro, ci sorprendiamo e vorremmo avere la ricetta per essere sicuri di poterla ritrovare sempre, quella ricchezza. E non trasformarci in quelle ombre silenti come ci appaiono i passanti, oltre i vetri, sulla strada.
“Io lo so come fa Rodrigo.” Salta su Victoria come chi conosce a fondo la qualità di un amico. “È molto esigente con sé stesso. Vuole la precisione. Le faccio un esempio.” Dice rivolta al giornalista. “Stavamo girando in un caffè. In fondo alla stanza una comparsa leggeva seduto ad un tavolino. Rodrigo ad un certo punto ha fermato la scena, perché oggi una cosa del genere non è più possibile. Nessuno legge più, oggi, senza interrompersi ogni tanto a guardare il cellulare. Rodrigo presta la stessa assoluta attenzione al protagonista e a ogni comparsa.”

Ora che Rodrigo Sorogoyen e Javier Bardem sono ripartiti, nella piccola sala elegante è rimasta da sola Victoria Luengo. Domani sarà ancora qui a Roma, alla Festa del Cinema, a presentare Sants di Mikel Gurrea. In entrambi i film incarna donne giovani, diversissime, che dalla condizione di fragilità, in cui le ha messe la vita, traggono forza e vitalità. Una femminilità radiosa e birbante, lontana dalle esigenze estetiche imposte dal patriarcato, di cui Victoria Luengo è l’icona con la sua bellezza limpida, fuori da ogni canone.
“Sì sono femminista” ammette ridendo “e voglio esserlo sempre di più e sempre meglio. I miei personaggi non sono eroine, sono essere imperfetti. Questo tipo di femminismo serve a rendere il mondo un posto migliore sia per gli uomini che per le donne.”
“Ieri sul tappeto rosso dell’Auditorium sembravi molto a tuo agio, molto felice. Ma un tempo non era così.” Le chiede l’ultima giornalista. Ride Victoria e arrossisce al ricordo.
“Oh sì, c’è stato un tempo in cui sfilare sul tappeto rosso era un supplizio per me. Poi, a poco a poco, le cose sono cambiate. Adesso mi diverto, ho imparato a non dare troppa importanza alla cosa. Se sei con gli amici è anche un’occasione per divertirsi. Non mi maschero più. Cerco di essere me stessa, di avere uno stile che rifletta la mia personalità. Mi piace essere elegante, sobria e comoda non mi piace uno stile erotizzato. Mi succedeva lo stesso con i provini. Ne facevo tanti e non mi prendevano mai e mi chiedevo sempre perché. E poi ho capito: andavo ai provini cercando di essere qualcuno che non sono, il tipo di attrice che immaginavo loro volessero, e la macchina da presa lo vede subito, sente che manca la tua essenza. Da allora ho imparato molto, sono andata avanti, ma lascio sempre una parte di me in ogni personaggio che interpreto e ogni personaggio mi lascia qualcosa, anche una nostalgia per la persona che per un certo tempo ho abitato, e la vita che ho vissuto. Senza cadere nell’esoterismo, ho l’impressione che i personaggi che mi offrono arrivino sempre nel momento giusto per darmi qualcosa, per darmi parole che, pronunciate, creano realtà. Io le dico e all’improvviso capisco qualcosa che avevo bisogno di capire.”
Un’immagine ci resta di lei: il giorno dopo sfila per Sants sul tappeto rosso dell’Auditorium con un magnifico abito con le maniche a pipistrello dello stilista Alessandro Michele per Valentino. Si diverte gioiosa ad andare su e giù aprendo le sue ali colorate di paillettes a zig zag. Il pipistrello trasformato in farfalla. “Prendo la mia strada, costruirò la mia vita senza di te, padre e cercherò di farne una buona vita.” Sono le parole che deve averle insegnato il suo personaggio. Avanza leggera, piena di allegria, e spicca il volo con la sua libertà fragile e bellissima di farfalla.
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