Elsinore di Simon Stone. La vita scorre sul palcoscenico

di Barbara Perversi

Mentre il marcio continuava a travolgere la Danimarca a teatro, un’epidemia sconosciuta e letale si aggirava inizialmente nella popolazione omosessuale maschile nei primi anni ’80.
E’ in questa crepa che si consuma la vita di un attore che immola la propria esistenza al teatro più sublime ed inarrivabile della cultura europea degli ultimi secoli. Il Bardo William tra gli ultimi anni del 1500 e i primissimi del 1600, compone le sue tragedie più celebri, punto di partenza, svolta o caduta di tanti interpreti shakespeariani.

In una sera di settembre del 1989, un giovane e già acclamato Daniel Day-Lewis fugge letteralmente dal National Theatre di Londra nel corso della rappresentazione dell’Amleto. Non tornerà mai più a teatro. Il direttore artistico Richard Eyre chiama a sostituirlo Ian Charleson, attore scozzese con lunga esperienza teatrale e alcuni ruoli importanti al cinema tra cui soprattutto Momenti di gloria.
La pellicola di Simon Stone, Elsinore, presentata alla 21. Festa del Cinema di Roma e in uscita a fine gennaio con Lucky Red, parte proprio da qui, nel momento in cui Ian Charleson viene reclutato per uno dei ruoli più ambiti, strappandolo ad una carriera in discesa e mentre la comunità gay londinese è sconvolta dalla rapida diffusione dell’Hiv da cui egli stesso è affetto.
Il tumulto interiore che anima il protagonista è letteralmente incarnato da un superbo Andrew Scott, già protagonista di fiction e film notevoli quali Ripley e Fleabag cui si aggiungono Estranei e una lunga carriera teatrale culminata nella rappresentazione one man show di Zio Vanja di Cechov.

Dividendo i propri giorni tra il National Theatre, capolavoro brutalista che si trasforma nel castello di Elsinore del protagonista, e il Royal Free Hospital dove una pioniera dello studio e della cura dell’Hiv, la dottoressa Margaret Johnson, cerca di curarlo, Ian Charleson/Andrew Scott matura il proprio testamento artistico: morrà da Amleto, sul palco e non da malato terminale. Paradigma universale della spinta a macerarsi nel dubbio e nell’introspezione, il principe di Danimarca viene bypassato dalla profonda convinzione del suo stesso performer.
Il vortice di emozioni, prove per uno spettacolo di tre ore, cure estenuanti, dolore per la perdita di amici cari, e soprattutto il calarsi nelle viscere di Amleto sono i rebounder tra cui Stone costruisce la narrazione, insieme allo sceneggiatore Stephen Beresford. La scelta di trascinare lo spettatore negli ultimi mesi di vita di Charleson è consustanziale con la storia di uno dei più grandi interpreti shakespeariani.
Al limite di un film d’azione, Elsinore non allenta l’abbraccio sia verso il protagonista e la cerchia ristretta di amici sia verso chi guarda. Un’unione rara e molto ispirata sostenuta dall’intensità di Andrew Scott, capace di modularsi nelle varie pieghe della vita e della personalità di Charleson. A circa metà del film, il protagonista reincontra Derek Jarman, regista avvolto in un’aura mitica, che lo aveva lanciato e che non accetta il percorso artistico dell’ex amico, accusato di non essersi pubblicamente dichiarato gay. E’ il momento della verità per qualunque attore, anche per Scott stesso, che urla in faccia a Jarman che il suo unico scopo, come attore, è essere creduto da chi lo guarda.
Il gioco attoriale di rimandi è un elemento fondamentale, tra la finzione teatrale, la vita dei personaggi e quella in cui siamo tutti immersi: Andrew Scott e Olivia Colman, in primis, dimostrano come si possa essere grandi interpreti in passaggi drammatici senza appesantire il fluire del racconto.
Olivia Colman è una dottoressa pragmatica e concentrata sull’obiettivo di mantenere in vita, il più a lungo possibile, i suoi pazienti. La logica della sua razionalità riesce ad aprirsi all’approccio alla vita di un artista che anche in ospedale vuole sentirsi vivo a suo modo, inscenando un piccolo spettacolo con gli altri compagni di cure per chi è già verso il fine vita e per il personale.

Chi vive di arte concepisce l’esistenza e vive secondo modalità non comuni. L’identità personale e quella artistica si sovrappongono.
Charleson morì poco dopo la sua ultima rappresentazione di Amleto e, in puro spirito wellesiano (il quale sosteneva che amore e morte non sono rappresentabili al cinema, ma soltanto evocati), Stone riprende la morte di Charleson/Amleto sul palco, non il corpo divorato e piegato su se stesso dell’attore cui ha reso omaggio.
Un film per chi ancora pensa che l’arte abbia un potere salvifico.

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