di Martina Cossia Castiglioni
Nella Teheran di oggi un medico, Ashari, ha deciso di togliersi la vita. Il regime lo ha prima arrestato, poi gli ha tolto la licenza e messo i sigilli allo studio perché ha soccorso degli studenti feriti che avevano manifestato contro la Repubblica Islamica. Prima di uccidersi, Ashari vuole comunicare la sua scelta al fratello, alle sorelle e infine alla madre. In un mondo che ha perso la propria umanità, in un paese sul quale grava la violenza del regime ma anche la minaccia imminente dei bombardamenti da parte degli Stati Uniti, il medico si chiede come si possa continuare a vivere di fronte a tanta disperazione. Ma quella vita che con tanta convinzione Ashari vuole abbandonare, continua a venirgli incontro. C’è la figlia di un suo paziente che ha bisogno di una nuova prescrizione per il padre; il nipote che recita in un teatro clandestino; la visita a uno dei ragazzi feriti che l’uomo aveva soccorso; e poi l’intimità, il calore e la consuetudine di un pranzo in famiglia. Il finale resta aperto, eppure è forse proprio in questi legami che si trova quel poco di luce che potrebbe ridare ad Ashari (e al mondo) una speranza.

Presentato al Festival di Venezia nel settembre scorso, Un po’ di luce è il nuovo film del regista iraniano Ali Asgari. Le riprese sono iniziate a Teheran, dove sono stati girati gli esterni, ma con l’inizio della guerra il set si è spostato in Turchia. È il dramma personale di un uomo (e quello collettivo di una nazione) narrato però in maniera asciutta e con semplicità, come spesso accade nel cinema di questo paese. Una pellicola che commuove senza concessioni alla lacrima facile, e dove il dolore sta tutto nello sguardo del protagonista, interpretato da un eccellente Misagh Zareh.

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