Pedro Almodóvar a Milano

di Lorenza Del Tosto

La facciata dell’albergo, a pochi passi dall’Accademia di Brera, è austera ed elegante; dentro, oltre le vetrate della hall, tanta luce e il verde ipnotico di un meraviglioso giardino che ricorda gli affacci nella natura intravisti in Dolor y Gloria: momenti di respiro, di evasione, come nella casa di Alberto Crespo a San Lorenzo de El Escorial con i due uomini seduti sulle sdraio o l’affaccio verso il sole dal fondo della grotta o il giardino che decora le pareti nella sala d’attesa del dottore.

Una sospensione della gravità, del peso dell’umano. Un rifugio di armonia e silenzio, questo albergo sembra ritagliato apposta per Almodóvar che è a Milano per presentare una rassegna di film alla Fondazione Prada. Se non fosse che ieri, uscito per comprare delle riviste, l’edicolante gli ha chiesto di poter scattare un’ultima foto insieme, perché da domani la sua edicola chiude. E lui è tornato in albergo scosso, turbato: – E’ terribile che le edicole chiudano come le sale dei cinema – e allora ben vengano le rassegne che riportano i film sul grande schermo.– E’ un’enorme perdita di cultura ma anche di magia: perché un film possa rapirti lo schermo deve essere più grande di te, e degli oggetti che hai attorno. 
Lo schermo di casa va bene per una seconda o una terza visione, ma di questo, come degli affacci sul verde, non c’è molto tempo di parlare anzi nessuno perché ad Almodóvar si chiedono altre cose: la Controcultura, la libertà gay e, mai come per questo film,  i segreti delle sue storie. È sempre lì che si torna: come nascono le sue storie signor Almodóvar, cosa la ispira?  Ah poter afferrare il segreto , sfiorarlo anche solo per un istante! Sospirano tutti, ma la nascita di una storia è complessa e misteriosa, lui stesso, ammette, non ne possiede il segreto. E quando racconta della genesi di Dolor y Gloria sembra quasi spiegarla a se stesso, per convincersi che il miracolo si è ripetuto anche stavolta: e il dolore fisico alla schiena, l’assenza di gravità immerso nell’acqua della piscina, i ricordi luminosi dell’infanzia si sono davvero fusi con quei tre racconti che aveva nel computer in un insieme tanto armonioso.
– Io scrivo sempre: racconti, testi, non per pubblicarli, ma in attesa che, prima o poi, uno di  loro trovi vita in un film. E con ordine e pazienza fa il suo elenco: “Il primo desiderio” è un racconto che avevo scritto vent’anni fa – sorride quasi incredulo – e non ero mai riuscito ad   inserirlo in un film, non c’era mai verso che andasse bene, poi c’era il monologo “La Dipendenza”, faceva parte di un compendio di racconti su La Movida e poi c’era un racconto su un incontro crudele con un attore. E poi… l’idea della morte legata all’eroina, e l’idea della morte legata al ricordo di mia madre e… Lasciamo che le storie restino un mistero come i film che, rivisti ora per la rassegna, gli sono apparsi diversi. – Se il tempo li rispetta è meraviglioso, tu invecchi e loro no, alcuni dei miei film non li avevo rivisti: “La mala educación”, ad esempio, è stata la peggiore esperienza che io ricordi. Il suo viso si è fatto scuro, cupo – Ci sono stati dei problemi con gli attori e ho dovuto riscriverlo mentre giravamo e ne ho conservato un ricordo molto amaro.

La mala educaciòn, di Pedro Almòdovar, 2004

In genere quando finisco le riprese sono sempre molto critico con il lavoro fatto, è un processo intimo che non racconto ai giornalisti -dice con un sorriso che lascia la porta aperta ad altre domande – ma il tempo ha rimesso ogni film al suo posto.
– Cosa c’era che non andava? – vogliono sapere. – Magari qualcosa che un attore aveva fatto e non mi piaceva, e ora mi accorgo, con il tempo, che invece andava bene.  

Ne abbiamo visti tanti di attori presentare i film al suo fianco, forse non erano mai quelli con cui c’erano state le sfuriate: attori totalmente stregati, increduli e storditi, alla fine del lavoro, come se avessero scoperto una parte di se stessi, un potenziale, che non conoscevano.
– Non ti lascia nessuno spazio, ti dice come dire le cose, come farle, tu capisci che lui ha già tutto chiaro in testa, sa esattamente cosa vuole, e tu non hai spazio di manovra, ma a me va bene così… – ha detto Nora Navas, che interpreta l’assistente del regista in Dolor y Gloria, dopo aver visto cosa il regista ha fatto di lei nel film.
Come è successo ad Antonio Banderas che è tornato da Hollywood “con uno zaino pieno di anni e di esperienze” orgoglioso di potergli mostrare tutto quello che aveva imparato dai tempi condivisi a Madrid. – Mi sono seduto davanti a lui per le prove di “La pelle che abito” – ha raccontato facendo il gesto di pavoneggiarsi – guarda come sono diventato bravo, come mi muovo bene, gli dicevo tutto felice e orgoglioso e lui mi ha raggelato: non so cosa farmene di questa roba. E sul set è stato tutto uno scontro – i suoi pugni battuti con violenza uno contro l’altro.
Uno scontro creativo, ma continuo e solo alla fine, quando ha visto il film, ha capito.
E così per Dolor y Gloria, non ha opposto più resistenza, si è consegnato nelle mani del regista e Cannes lo ha insignito del premio al miglior attore. Sembrano farlo apposta i francesi a premiare i suoi attori e a negargli sempre la Palma d’Oro. Strane baruffe e invidie tra francesi e spagnoli, da cui noi italiani restiamo serenamente lontani qui nel giardino dove l’ombra ci avvolge benevola.

E’ faticosa la luce per Pedro Almodóvar che soffre di fotofobia e ha violenti mal di testa: – Sono un paradosso, io lavoro con la luce, ma la luce mi impedisce di lavorare. Ha bisogno di occhiali che lo proteggano, ma nelle interviste video le persone vogliono guardarti negli occhi. Allora lui li leva – Iniziamo senza occhiali e poi si vedrà, teniamo i tempi brevi. Le persone care attorno a lui creano una barriera di calda, efficiente, amorosa protezione. Pedro Almodóvar è stanco ma cura ogni dettaglio delle interviste, come cura sempre ogni cosa, controlla tutto, delega molto poco, delega solo a chi, attorno a lui, conosce le sue esigenze: il profilo, la luce, la posizione delle macchine da presa, non è più  una sequela di provocazioni la sua, anche se la provocazione è sempre lì magari nascosta e più sottile, i suoi interventi non sono più una cascata di battute e di risate, sebbene di passioni sì perché quando parla di cinema, dei grandi classici del cinema spagnolo che è venuto a presentare è come se il dolore, la luce, gli occhiali scomparissero. Racconta di Luis García Berlanga, Víctor Erice e Carlos Saura.
Berlanga, ormai scomparso, continua ad esercitare un’influenza grandissima in Spagna sui giovani registi, una sorta di neorealismo nero, e il suo La ballata del boia è il film più potente mai fatto contro la pena di morte, e Víctor Erice è un genio insolito che ha fatto solo tre grandi film e il Carlos Saura degli anni ’60 e ’70, hanno avuto il valore grandissimo di eludere la censura franchista con film che raccontano storie diverse da quelle che appaiono in superficie e quando la censura se ne accorge è ormai tardi. 
Felice di questa operazione di giustizia poetica, che permette di far conoscere al mondo film sequestrati per anni, si dimentica della stanchezza e racconta dei  primi film della sua vita: all’inizio solo quelli che si proiettavano d’estate, al paese, sul grande muro calcinato, facevano entrare tutti non c’erano limiti di età – e così io intorno ai nove anni ho visto “La fontana della vergine” ed è stato uno shock. La prima volta che vedevo uno stupro e per giunta la cosa veniva da Bergman. Sorride ironico  –  Da lì ho cominciato a seguire Bergman, e poi più tardi quando siamo emigrati a Cáceres, città capoluogo, ho scoperto Antonioni. E mi sembrava che i suoi film fossero fatti apposta per me; non sapevo niente dell’alta borghesia milanese, della sua noia e della sua mancanza di comunicazione, ma conoscevo la noia e la mancanza di comunicazione della vita rurale. Quei primi film della sua infanzia lo hanno salvato dalla noia, hanno acceso in lui il desiderio. – Il desiderio ti ricorda che sei vivo, è bene averlo provato almeno una o due volte nella vita quel desiderio che ti rende irresponsabile, di più potrebbe essere pericoloso –  Ride – Dopo non sei più lo stesso, anche quando ti porta alla disperazione il desiderio ti dice che sei vivo… C’è una dolcezza nella sua voce, e un misto di rimpianto e di feroce ironia. E le tante persone del pubblico che ora sono sedute in sala, non malate, senza disturbi fisici o acciacchi, lo ascoltano e nei loro occhi sembra di vedere fluttuare un timore, forse si stanno chiedendo se lo hanno mai provato loro, non un desiderio fugace, di un giorno, non una bramosia, e neanche solo la passione carnale, ma qualcosa di più profondo che fa ardere i tuoi giorni.

Come la passione che arde in quest’uomo stanco e malato, la senti e la tocchi tutta, mentre ci parla di un’Italia che faceva i film più belli del mondo, era il più bel cinema, il nostro, la più bella musica. Belli i film che raccontavano l’emigrazione dalla vita rurale alla città, l’emigrazione di un tempo, alla ricerca disperata di una vita migliore. La sua voce è una favola che incanta come quella di Cenerentola che diventa principessa, come quella del ragazzino poverissimo che vive un’infanzia di stenti e diventa il grande Maestro e ora la gente accorre e si inchina a salutarlo e a rendergli omaggio, mentre sullo schermo, alle sue spalle, passano spezzoni dei suoi primi film, i più provocanti, la scena iniziale de La legge del desiderio. 
– Ci hai fatto sentire liberi, ci hai fatto provare il primo desiderio – gli dicono e lui guarda senza battere ciglio quelle scene provocanti, un tempo censurate e bandite, fanno uno strano contrasto adesso che lui è stanco e malato, sembrano scorrere perché altri ci si afferrino, ora che di libertà attorno se ne vede poca e ha un sapore così strano.
– Sono tanti i desideri, tante le libertà – dice lui – non c’è solo il desiderio sessuale.

C’è la scena del saluto tra i due amanti di Dolor y Gloria che parla di un’altra libertà: quella di potersi liberare del peso dei ricordi, di trovare la forza di chiudere i conti, libertà più sottili, un tipo di coraggio faticoso e meno appariscente.
C’è la libertà costruita nel tempo, di fare film personali, di rischiare, anche sbagliando, di seguire solo se stessi senza farsi irretire dai soldi di produzioni lontane, libertà  insondabili e misteriose come i segreti della creatività. 
Come la libertà degli ultimi registi della sua rassegna di cui ora sta parlando: – Oltre ai classici di un tempo, ho scelto Alejandro Amenábar, segno di un risveglio del cinema spagnolo degli anni ’90 e “Magical Girl” di Carlos Vermut e “Blancanieves” di Pablo Berger: film contemporanei fatti senza grandi mezzi, ma assolutamente originali. Il miglior cinema contemporaneo, in Spagna, si fa ai margini.

Blancanieves di Pablo Berger, 2012

Si resterebbe volentieri ancora ad ascoltarlo, c’è una malìa nella sua voce, e c’è quel suo fuoco che arde e ammalia, ma Pedro è stanco, ed è bene che il grande scrigno da cui si riversano le sue parole torni a chiudersi. Le energie servono per fare cinema, che è mestiere molto faticoso, è ora di tornare nel rifugio, nei tanti giardini intravisti, come le copertine dei libri, nel suo film. 
C’è sempre un piccolo omaggio letterario nei suoi film: la macchina da presa inquadra per un istante la copertina di un libro poggiato su un comodino, e sembra sempre un messaggio privato, privatissimo rivolto ad ogni spettatore, tanto che ognuno ha l’impressione di aver avuto un’informazione che gli altri non conoscono, un segreto sussurrato all’orecchio, e invece in Dolor y Gloria, le copertine dei libri ci vengono mostrate di sghimbescio, solo in parte, il nome dell’autore ma non il titolo, se ne leggono passaggi e ci viene mostrato l’atto intimissimo di sottolinearli, quell’atto in cui i lettori dei libri, in formato cartaceo, ancora indulgono, e si ritrovano con  l’autore nella stessa esperienza, la stessa emozione.

Come proveremo a fare noi, perché il fuoco di Pedro Almodóvar ci tenga vivi e pieni di desiderio, senza che, per questo, lui si stanchi: lo cercheremo nella sala di un cinema dove si spengono le luci, nel silenzio di un giardino quando scende la sera, nel colore rosso, rosso Almodóvar, del tramonto luminoso di Milano.  

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