Filmico e profilmico

a cura di Letizia Piredda

Ogni inquadratura è sempre il risultato di scelte relative a due livelli: il primo è quello del profilmico , ovvero di tutto ciò che sta davanti alla macchina da presa, che è li appositamente per essere filmato e fa concretamente parte della storia narrata (ambienti, personaggi, oggetti). La nozione di profilmico è connessa a quella di messa in scena[1]. Il termine di provenienza francese, indica il lavoro di organizzazione, da parte del regista, dei materiali di ogni inquadratura. Come lascia intuire l’origine dell’espressione, parlare di messa in scena significa parlare di quei codici che il cinema ha in comune con il teatro: scenografia e personaggi, luci e colori, recitazione e costumi. Mettendo in scena, un regista struttura dei materiali in funzione della ripresa, costruisce il suo profilmico sulla base di determinate finalità.

Il secondo livello che determina le caratteristiche di un’inquadratura è quello filmico, che concerne il piano discorsivo propriamente detto, il linguaggio del cinema o, più semplicemente, i modi con cui vengono rappresentati gli elementi profilmici. Sono qui in gioco codici più propriamente cinematografici come l’angolazione e la distanza, la dialettica di campo e fuori campo, quella di piani oggettivi e piani soggettivi, l’uso o meno di movimenti della cinepresa ecc. Ogni inquadratura ci mostra qualcosa e ce lo mostra in un determinato modo.

A partire da questa breve notazione é evidente come la ripresa non sia una semplice operazione di registrazione tecnica – determinare i limiti dell’immagine e premere il pulsante della cinepresa. Il modo in cui si inquadra qualcosa, un personaggio, un ambiente, un oggetto, è determinato da un progetto – quello del film nel suo insieme – e da una soggettività, da un modo di  vedere. In sostanza, come scrive Villain, inquadrare non è semplicemente riprodurre: «Inquadrare è scegliere, selezionare, mettere in evidenza gli elementi significativi, quelli che lo spettatore deve individuare».

C’è un esempio tratto dal bellissimo film di Scola C’eravamo tanto amati, che ci aiuta a capire la differenza tra filmico e profilmico. Uno dei tre protagonisti, Nicola, il più intellettuale, tra i vari tentativi per guadagnare un po’ di soldi, si presenta a Lascia e Raddoppia come esperto di cinema. Nella puntata finale, dove è in gioco la possibilità di diventare campione, viene posta una domanda su Ladri di biciclette (un omaggio di Scola a De Sica scomparso in quello stesso 1974). Nicola, preso dalla foga di dare una risposta dettagliata, confonde il filmico con il profilmico, cioè invece di rispondere alla domanda che riguarda il personaggio del film, cioè Bruno il bambino, si sofferma a spiegare come nella scena clou l’attore che impersonava il bambino, cioè Enzo Staiola non riusciva a piangere ; De Sica dovette, allora, ricorrere a un piccolo marchingegno: gli mise dei mozziconi di sigaretta nelle tasche della giacca, a sua insaputa, e poi fece finta di trovarglieli chiamandolo “ciccarolo” e bugiardo. Il bambino sarebbe scoppiato a piangere disperato giusto in tempo per girare la scena!

[1] Rondolino G., Tomasi D. Manuale del film, Utet, 2011

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