di Letizia Piredda
“Che cos’è l’eco? Non è la voce originale, ma qualcosa che torna dopo che la voce originale è scomparsa”.
Il film che si basa sull’ultimo soggetto di Bernardo Bertolucci rimasto inedito, ruota intorno al rapporto tra Leo e Anne, un rapporto inseparabile dalla sofferenza: Leo è dipendente dalla droga, ha una forte discopatia alla colonna e Anne, fisioterapista, cerca di ridurre i suoi dolori e di allontanarlo dalla droga. Nelle stanze risuona la voce di Ava una cantante amica di Leo che ha perso il marito.
Anne è presenza: quando lei è lì qualcosa prende forma, la casa, i ricordi, il desiderio.
Leo è assenza: anche quando è fisicamente presente, c’è una parte di lui che rimane irraggiungibile
Il nucleo centrale del film sta nelle parole dette da Leo: “Ero contento che tu fossi qui (nella stanza), perché attraverso di te, potevo finalmente accorgermi della mia stessa assenza”.
E il film scava con una capacità di insight fuori dal comune sul confine tenue quasi impercettibile tra presenza e assenza, tra la fusione dell’intimità e la dipendenza, tra il dedicarsi all’altro e il rischio dell’assuefazione, tra il prendersi cura dell’altro e finire per esercitare un controllo sull’altro.


Si potrebbe dire che è un’analisi attenta delle collusioni amorose, inevitabili per altro, in qualsiasi rapporto d’amore. Dove finisce la cura e dove inizia il controllo? è possibile distinguere l’intreccio inestricabile tra presenza e assenza, dove finisce la fusione con l’altro e inizia la propria individuazione? L’eco che dall’uno arriva all’altro è una specie di specchio a distanza dove si possono cogliere elementi in cui ci riconosciamo, altri in cui non ci riconosciamo, altri ancora che ci fanno prendere coscienza di come siamo o non siamo in rapporto con l’altro.
Il ruolo di Ava è quello di uno specchio alternativo rispetto a quello tra Leo e Anne. Ava ha conosciuto la perdita (ha perso il marito)che tiene in vita dentro di sè attraverso l’eco della sua voce. Ma per fare questo ha dovuto attraversare il lutto, l’assenza.


È un’analisi molto attenta e molto sottile quella di Pallaoro, che presuppone la capacità di affondare senza timore nelle parti inconsce del proprio essere, e anche una capacità di sapersi guardare allo specchio, invece di proiettare sull’altro le nostre mancanze, le nostre paure, la nostra insicurezza, il nostro oscillare in modo onnipotente tra la sensazione di una netta superiorità rispetto all’altro e quella spinosa insopportabile di sentirsi un nulla di non contare niente.


Leo sembra invece confondere l’eco con la persona stessa: nel suo percorso di vita c’è un anello mancante, cioè l’esperienza del lutto, della perdita, che va affrontato comunque con la persona amata.
Il film si avvale oltre che di una sceneggiatura solida, delle interpretazioni attoriali perfette di Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon.
L’amore è un’occasione insostituibile, anche se non è la sola, per acquisire gli strumenti che ci consentono di conoscerci profondamente: ma noi la sappiamo cogliere questa occasione?
Il film alla Mostra di Venezia è stato oggetto di critiche e di invettive, soprattutto da parte del pubblico maschile, molto gratuite da un lato e molto efferate dall’altro: chissà forse ci dicono quanto ancora siano forti le difese psicologiche di ognuno rispetto a una conoscenza di sé più profonda, sentita come qualcosa di pericoloso da cui bisogna difendersi.
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