Cinema e psicoanalisi

   “Lo schermo sembra il luogo privilegiato in cui
                                                  l’inconscio diffonde a pioggia i propri raggi
                                                              luminosi per rendere visibile l’invisibile”
                                                                     (G.P. Brunetta, 1995)

di Letizia Piredda

Il rapporto tra cinema e psicoanalisi costituisce un argomento di grande interesse; per questo  vorremmo inserirlo sul nostro sito, attenendoci ad una modalità divulgativa. Apriamo questa tematica con un articolo introduttivo, a cui seguiranno recensioni di film, l’approfondimento di alcune problematiche e l’aggiornamento sulle iniziative ad essa connesse.

la Redazione

Il cinema e la psicoanalisi sono quasi coetanei. Nel 1895, l’anno in cui a Parigi veniva proiettato il primo film dei fratelli Lumière, a Vienna Freud eseguiva la prima interpretazione di un sogno. Sempre in quegli anni venivano pubblicati gli Studi sull’isteria di Freud e Breuer. Fin dall’inizio la vicinanza alla dimensione onirica costituisce un denominatore comune: lo stretto legame tra sviluppo del pensiero ed immagine caratterizza la psicoanalisi ed è allo stesso tempo l’essenza del linguaggio filmico, costruito appunto come un pensare per immagini.
Nonostante questo denominatore comune, però, passerà molto tempo prima che cinema e psicoanalisi  arrivino a dialogare in modo reciprocamente fruttuoso.
Sembra, infatti, che Freud considerasse il cinema “un passatempo senza storia” ed è certo che rifiutò di collaborare al film di Pabst I misteri di un’anima (1926), primo omaggio alla psicoanalisi.[1]

Negli stessi anni un altro film Un chien andalou di Luis Buñuel , (1929) , ispirato ai sogni di Salvador Dalí e Buñuel , aveva fatto propria l’interpretazione freudiana del sogno, pur muovendo da una prospettiva surrealista.
Proprio in quegli anni la psicoanalisi, con la sua attenzione alle zone d’ombra dell’inconscio, con il suo ossessivo interesse per un passato rimosso e dimenticato fornì a registi e sceneggiatori hollywoodiani l’ispirazione per decine di trame.  Alcuni film, definiti a posteriori  del genere Noir,  fecero della dimensione onirica una delle proprie caratteristiche portanti: tra questi  alcuni  capolavori che vanno da La fiamma del peccato, di Billy Wilder (1944)  a La donna del ritratto, di Fritz Lang(1948). L’ambientazione prevalente in questi film è la notte , luogo popolato da sogni, incubi e ossessioni, dove i personaggi vagano, oppressi da un passato che li schiaccia e da cui invano cercano di liberarsi.  Nel Noir infatti, non c’è riscatto.

Sarà il grande Hitchcock a inserire, nell’intreccio dei suoi film, concetti come inconscio, complesso di colpa, rimozione, amnesia, censura. Basti citare, uno per tutti, Io ti salverò (1945) dove, attraverso l’interpretazione del sogno, il protagonista, potrà arrivare ad una spiegazione dei suoi conflitti e affrancarsi da un senso di colpa inconscio, dovuto a un trauma vissuto nella sua infanzia. In particolare nei film di Hitchcock sono ricorrenti due concetti legati alla psicoanalisi: il trauma e la colpa. Ma a differenza dei film noir, nei film di Hitchcock è possibile, attraverso la terapia psicoanalitica, affrancarsi dai conflitti che potrebbero portare  l’individuo a comportamenti devianti o addirittura delittuosi.

Io ti salverò, di Hitchcock, 1945

E’ chiaro che anche Hitchcock, pur cercando un maggior rigore,  soggiace ancora  a molte semplificazioni e licenze rispetto ad una concezione ortodossa  della disciplina psicoanalitica, anche perchè  la sua conoscenza era probabilmente legata alla descrizione che ne faceva la cultura media americana. Ma Hitchcock ha avuto il merito di evidenziare  come, alla base di comportamenti devianti e/o addirittura criminosi, possano esserci dei disturbi psichici, spesso derivati da traumi infantili, che, a certi livelli di gravità, sono suscettibili di cura.
In una parola, ha messo in scena l’inconscio in molti suoi film.
Fritz Lang, in una conversazione con Jean Luc Godard, dovendo dare una definizione del regista,  afferma  che  il regista deve essere come uno psicoanalista, capace di far emergere nello spettatore i suoi sentimenti nascosti.

E sarà proprio un esponente della Nouvelle Vague , Alain Resnais , che , negli anni ’60, oltre alla sperimentazione di nuovi linguaggi , svilupperà un interesse profondo per alcuni temi psicologici. Resnais procede ad una decostruzione narrativa nei suoi film, inserendo numerosi flashback in cui si intersecano passato e presente, producendo un forte disorientamento nello spettatore.  Ma più che di flashback Resnais parla di un’attualizzazione attraverso il ricordo. Ed è quello che succede in Hiroshima mon amour ,(1959) e nel successivo L’anno scorso a Marienbad, 1961. In questi due film la trama è praticamente assente e la narrazione avviene attraverso il fluire della memoria.  
Molti anni dopo un regista di Hong Kong, Wong Kar-wai riproporrà una struttura analoga a quella di Resnais, nel suo film In the Mood for love, (2000), dove ritroviamo richiami evidenti anche ad Antonioni e a Ophuls.

Il legame tra cinema e psicoanalisi continuerà ad  arricchirsi via via di nuovi contenuti, mediante un reciproco scambio, diventando un terreno fertile e stimolante di crescita comune.
Vorrei chiudere questo breve excursus con le parole di Calvino:

Dentro di noi è sempre in funzione una sorta di cinema mentale, prima ancora che il cinema fosse stato inventato. Questo cinema interno non cessa mai di introiettare immagini alla nostra vita interiore e le sue soluzioni visive sono determinanti e talora arrivano inaspettatamente a decidere di situazioni che le risorse del linguaggio non riuscirebbero a risolvere.
Italo Calvino


Note

[1] La diffidenza di Freud verso il cinema va vista nel contesto storico di quegli anni. Infatti negli anni ’30 molti pionieri della psicoanalisi, dopo l’avvento del nazismo,  approdano in America (Theodore Reik, David Rapaport,Otto Fenichel). La psicoanalisi si diffonde. Come in tutti i processi di divulgazione, però, c’è una tendenza alla semplificazione. Ed è proprio questo che Freud teme e vuole evitare.

[2] Vedi anche Il noir e il sogno(2)

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