C’eravamo tanto amati: una rilettura

di Letizia Piredda

Abbiamo già pubblicato un po’ di tempo fa una recensione su questo film che sottolineava il rapporto tra la Storia e le storie dei protagonisti leggi qui Questa è una rilettura che considera quasi esclusivamente il prologo e l’epilogo del film [1]

Prologo del film

Il film inizia con tre ciak dove ogni volta l’azione va un po’ più avanti.
Perché questo inizio così atipico?
E’ lo stesso Scola a spiegarci il perché. “Il film è un lungo flashback che dura il tempo di un tuffo di Gassman nella sua piscina. Le storie dei tre protagonisti vengono seguite a staffetta: un po’ una un po’ l’altra, passando da un evento all’altro, saltando in epoche diverse: mi era quindi sembrato giusto quell’inizio interrotto, progressivo, non concluso. Può anche sembrare un errore di montaggio, finché la quarta volta si rivela per quello che è: un avviso allo spettatore , un “consiglio per l’uso” di un film che non ha una tecnica di racconto piana, consequenziale, ordinata nel tempo”. [2]

Ovviamente siamo d’accordo con Scola. Ma vogliamo provare anche noi ad azzardare qualche ipotesi.
Nei ciak iniziali c’è un fermarsi e ripartire: sembra un procedere per frammenti e per sovrapposizioni.
Al contrario dell’azione, la musica procede, non viene spezzettata (Godard avrebbe spezzettato anche il sonoro come ne Il disprezzo,1963 )
I ciak sono tre, tre come i protagonisti del film; quindi tre storie, molti punti di vista: sembra volerci dire, non vi aspettate che tutto torni, lasciate che qualcosa resti incerto.
Sembra quasi un gioco, potrebbe sembrare un errore di montaggio dice Scola,  qualcosa di simile al jump cut diciamo noi, e subito ci viene in mente Godard  e  Fino all’ultimo respiro,1960 [3]
Scola introduce rotture e sospensioni narrative di vario tipo nell’ambito della commedia all’italiana, rinnovandone il linguaggio e variando la messa in scena tipica del genere.
Dicevamo prima un lungo flashback che dura il tempo di un tuffo, un tuffo che si interrompe, resta sospeso: e quindi trasmette una suspence, l’idea di una sospensione temporale.

Il fermo immagine su Vittorio Gassman che sta per tuffarsi

Trent’anni di storia, il tempo di un tuffo
Un tempo che si dilata, un tempo che si comprime
Tre ciak come i protagonisti, e anche come le parole del titolo C’eravamo/tanto/amati
Ci si può chiedere: perché questo tempo al passato, anzi più precisamente al trapassato prossimo?
E’ un tempo che sta a indicare qualcosa che è già finito nel passato: e il presente? Sta in pochi minuti all’inizio, nel prologo e alla fine, nell’epilogo.
E allora se mettiamo insieme tutte le cose dette, possiamo dire che prologo ed epilogo, il presente, costituiscono la cornice del film.
La foto, il contenuto, è ciò che è già passato, concluso, per dirla con Roland Barthes, la foto è sempre la traccia di una morte [4]
E cioè trent’anni di storia, narrati a partire dal fermo immagine di Gassman che sta per tuffarsi, forse costituiscono soltanto una parabola discendente: la resistenza, la liberazione , che ne segnano l’apice, sono già conclusi, dopo c’è il tradimento di quegli ideali (vedi Gassman pronto a compromettersi a livello lavorativo e familiare con il “palazzinaro” Aldo Fabrizi)  o quantomeno la mancata realizzazione degli stessi,  (vedi  Satta Flores che scompagina la sua vita privata, per inseguire dei miraggi utopici e Antonio, che con la sua semplice onestà continua a lottare, pur senza l’entusiasmo di una volta).
Un film sulla memoria dunque: in uno dei passaggi più sensazionali del film, dove un’ellissi temporale ci porta dallo scoppio della dinamite contro il convoglio tedesco, allo scoppio dell’entusiasmo generale, nel giorno della liberazione, ad un’analisi attenta, la musica non segue quell’entusiasmo, ma diventa malinconica: con un montaggio verticale il piano sonoro si muove su un altro piano temporale , quello  del ricordo [5]
Consuntivo amaro, quello di Scola, di una sinistra che è venuta meno ai suoi ideali e che si trova schiacciata contro il tunnel del terrorismo.
Ma come finisce il film?

Dopo la veglia notturna per l’iscrizione scolastica, dove la stessa musica malinconica dell’inizio, qui diventa entusiastica, i tre arrivano alla villa di Gianni per riportargli la patente.
Ma è un alba senza sole, grigia: qui vediamo Gassman che termina il suo tuffo in piscina, di fronte al quale l’unica parola che riescono a dire i tre amici è “boh”, continuando poi a disquisire sul suo significato.

Epilogo del film

Il film finisce senza giudizi negativi, senza certezze, semmai con qualche interrogativo, anzi parecchi, su cui riflettere.


Note

[1] L’articolo in questione prende le mosse da un Corso di cinema su Ettore Scola, tenuto dal Prof. Gianni Sarro, e da una lezione finale tenuta all’interno del Corso,  dal Prof. Francesco Bono dell’Università di Perugia
[2] Ettore Scola il cinema ed io. Conversazione con Antonio Bertini. Officina Edizioni, 1996 p.127
[3] In Fino all’ultimo respiro Godard opera una serie di jump cut sulla nuca di Jean Seberg seduta nell’auto vicino a Jean Paul Belmondo. I jump cut sono degli stacchi fatti in successione senza che ci sia una variazione sul piano della distanza e dell’angolazione che li giustifichi. Vedi l’articolo Il Jump cut.
[4] Roland Barthes. La camera chiara. Einaudi, 1980
[5] Montaggio verticale: quando la musica invece di limitarsi a commentare l’immagine, crea un piano a se stante, che dice altro, spesso in contrapposizione,  rispetto all’immagine.

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