Gli scienziati e l’uso militare della tecnologia

Un’analisi tra storia e attualità sul ruolo degli scienziati nello sviluppo della bomba atomica, dal Progetto Manhattan a Hiroshima e Nagasaki, fino al film Oppenheimer di Nolan: riflessioni su etica, responsabilità e uso della tecnologia tra guerra e pace.

di Giovanni Rosa*

Riceviamo e con molto piacere pubblichiamo questo articolo di Giovanni Rosa che prendendo spunto dal film di Nolan, Oppenheimer (2023) ci porta a riflettere su una serie di questioni che più che dibattute sono “esplose” ( è il caso di dirlo) a ridosso di fatti contingenti, come la 2° guerra mondiale e l’utilizzo della prima bomba atomica sul Giappone. L’articolo cerca di approfondire la dinamica che si stabilì tra scienziati e nucleare e soprattutto valuta quanto gli scienziati avessero consapevolezza del futuro distruttivo conseguente alle loro ricerche.

la Redazione

Alcune riflessioni su consapevolezza e responsabilità degli scienziati sulle conseguenze pratiche delle loro scoperte, stimolate dal bellissimo film di Nolan centrato sulla figura di Oppenheimer. Il contesto specifico è quello della fisica nucleare della prima metà del secolo scorso, del suo sconvolgente impatto sulla conclusione della seconda guerra mondiale e del suo ruolo nell’equilibrio del terrore che ne è scaturito. Ma il ragionamento deve essere più generale, esteso ai nostri giorni, al confine netto che va sempre tracciato tra la pubblica utilità e l’uso prepotente, eventualmente distruttivo, di ogni tecnologia.

Cillian Murphy nel film di Nolan Oppenheimer (2023)

A mio parere c’è per prima cosa da capire cosa sapessero, di cosa fossero al corrente, i più grandi tra i protagonisti, nel progredire della ricerca che parte dai misteri della radioattività, intercetta le proprietà particolari degli elementi naturali più pesanti, disvela a controlla la fissione dell’uranio e sfocia, con il Progetto Manhattan, nella distruttiva applicazione militare. La scelta individuale, l’adesione o il rifiuto di un progetto, per loro come ogni giorno per ognuno di noi, comporta sempre responsabilità in relazione alla consapevolezza di “presunti” rischi e vantaggi.

Progetto Manhattan

Per breve sintesi considero tre periodi distinti che hanno visto in prima linea gli scienziati dell’atomo e del nucleo: 1) dagli anni ’30 fino al lancio del progetto Manhattan; 2) il “successo” dell’impresa con il prototipo Trinity e la decisione (militare) di usare bombe sul Giappone; 3) la “superbomba” H e l’inizio della guerra fredda. E il comportamento di tre protagonisti, tra i più importanti ma non gli unici ad avere un ruolo decisivo: Einstein, Fermi, Oppenheimer.
Prima parte: la fissione e il controllo della reazione a catena. Dalla scoperta del neutrone (1932) all’evidenza della scissione dell’uranio (1939) fisici europei ed americani condividevano senza censure i risultati delle loro ricerche sulla struttura degli atomi e dei nuclei, pubblicati su riviste internazionali. L’avvento del nazismo, intriso di antisemitismo, e le leggi razziali del fascismo, oltre all’attrattività del sistema di ricerca statunitense, portano alla fuga dall’Europa di Einstein, di Fermi, di Bethe, di von Neumann, di Segré, di Szilard e di innumerevoli altri scienziati di prim’ordine. Il comportamento dei nostri tre grandi: Einstein, con Szilard, scrive a Roosevelt nel 1939 preoccupato per la possibilità che i nazisti producano una bomba (diverse tonnellate di uranio naturale) trasportata per mare a distruggere porti e coste. Gli Stati uniti entrano in guerra dopo Pearl Harbour (1941), Roosevelt lancia il progetto Manhattan (1942) la cui direzione viene affidata ad Oppenheimer, eminente fisico teorico americano formatosi in Europa. Fermi partecipa, da protagonista, il primo a realizzare una reazione a catena controllata. Einstein si dissocia. Pochi altri si sfilano via o manifestano dissenso durante il progresso dell’impresa.

Alber Einstein e Robert Oppenheimer Enrico Fermi

Era dunque possibile scegliere tra coinvolgimento nell’impresa militare e rifiuto. Non era chiaro se e quando si sarebbe prodotta una bomba “leggera”, aerotrasportabile, capace di funzionare in modo tale da sprigionare una frazione significativa del potenziale “E = mc2” della relatività di Einstein. Non era scontato che lo sforzo industriale per l‘arricchimento dell’uranio e l’accumulo di plutonio avesse successo. Il controllo della “implosione” necessaria a compattare la massa critica e della successiva reazione a catena sembrava un’ambiziosa scommessa. Non era chiaro a che punto fossero simili progetti nella Germania nazista. La presunta chiaroveggente visione del futuro distruttivo da parte dei protagonisti è solo un efficace artificio cinematografico.

Seconda parte: 1945, a Los Alamos il prototipo al plutonio (Trinity) “funziona”. Ma la Germania nazista è sconfitta. Diversi scienziati del progetto sono propensi a interromperlo, altri sono convinti dall’argomento dei militari che l’uso su obiettivi civili è l’unico modo di ottenere la resa del Giappone, e che una dimostrazione non basta. La prima bomba viene sganciata su Hiroshima (circa 64 Kg di uranio arricchito per più di 80% di U-235), la seconda su Nagasaki (circa 6 Kg di Plutonio Pu-239).  Una strage (oltre 210 mila vittime) di proporzioni maggiori del previsto anche a causa del fall-out radioattivo, uno shock per il mondo intero, per tutti, anche per gli scienziati coinvolti.
Chi ha premuto il grilletto? Il controllo era dei militari, gli scienziati avevano “consegnato il prodotto”. Forse era troppo tardi per rendersi conto dell’inferno che si sarebbe scatenato, ma c’era stata occasione per tirarsi indietro: Fermi e Oppenheimer non l’avevano fatto, Einstein sì.
Senno di poi, né la Germania né tantomeno il Giappone erano vicini alla capacità di usare un ordigno atomico. Ma la Germania aveva puntato sui missili a lunga gittata, come i V2 a Peenemünde, con scienziati del calibro di von Braun. E il Giappone coltivava progetti di uso su grande scala di armi batteriologiche, come nella famigerata Unità militare 731 del Kwantung.

Terza parte: la superbomba, nota come bomba H, un evoluto congegno militare che unisce un innesco a fissione con una tremenda deflagrazione basata sulla fusione del deuterio, imitando, in modo incontrollato, il fuoco delle stelle. La scala di potenza passa dalle decine di migliaia (Kiloton) ai milioni di tonnellate (Megaton) di tritolo equivalente. Il tritolo, inventato da Nobel, al quale è intitolato il celebre premio per la pace. È la prosecuzione del progetto Manhattan. Chi partecipa, chi è d’accordo? Non certo Einstein. Non Oppenheimer, come mostrato nel bellissimo film di Nolan. Fermi è duramente contrario, litiga ferocemente con suoi collaboratori a Chicago che volevano continuare (episodio poco noto): continuerà a collaborare, con minore coinvolgimento, al progetto ormai guidato da Teller. Fermi scompare prematuramente nel 1954. Scriverà Amaldi [G. Battimelli, L’eredità di Fermi, Ed. Riuniti, 2003]: “Le condizioni di guerra che dominavano il mondo a partire dal 1 settembre 1939 hanno spinto scienziati per loro natura estremamente pacifici a mettersi a lavorare nelle applicazioni belliche dell’energia nucleare.”

La bomba H

E da allora, e oggi? Come sottolineato nell’illuminante discorso di Giorgio Parisi, in occasione del conferimento del premio per la pace della Fondazione Ducci (giugno 2026), dopo Hiroshima e Nagasaki la grande maggioranza degli scienziati si è schierata contro la proliferazione delle testate nucleari, che ha segnato la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1955 il Manifesto di Russel-Einstein espone lucidamente l’angoscia per il baratro e l’invocazione di un uso pacifico dell’energia nucleare. Il movimento Pugwash, nato nel 1957, riceve il Nobel per la Pace per l’influenza positiva sui trattati di non proliferazione e disarmo. Ma la tecnologia e l’applicazione militare continuano a svilupparsi, nella competizione tra superpotenze che potrebbero contrapporsi in un terrificante conflitto. Come notato da Parisi, i pericoli di applicazioni improprie e prepotenti di nuove tecnologie è sempre in agguato, richiede una società informata, vigile e consapevole, non solo il comportamento etico degli scienziati.

Chiudo con una mia lettura del mito di Prometeo.

Il mitico Titano Prometeo, “colui che pensa prima di agire”, e il suo gemello Epimeteo, “colui che agisce senza pensare”, forgiano insieme il genere umano, che gli Dei Immortali avrebbero voluto tenere per sempre in uno stato primitivo. Prometeo dona la Techné, la conoscenza tecnica, per contrastare Ananche, la necessità, che impone i limiti della fatica, della sofferenza, della morte. Il fuoco è il suo dono più prezioso. Ma Techné è inesorabilmente più debole di Ananche. Può migliorare l’esistenza di esseri comunque  mortali, può fare passi falsi. La conoscenza presuppone responsabilità, il suo uso prepotente è sovversivo, è Hybris, la superbia che merita il castigo, che condanna giustamente Prometeo a essere incatenato e perennemente dilaniato.

[*] Giovanni Rosa si è laureato con lode in Chimica (1973) e in Fisica (1976) presso l’Università di Roma, Sapienza. È stato Ricercatore universitario alla Sapienza, Docente di Fisica, all’Università di Salerno (dal 1992 al 1996) e alla Sapienza (dal 1996 al pensionamento, 2016). È stato in congedo accademico al CERN di Ginevra dal 1982 al 1984 (Fellow Researcher) e dal 2001 al 2002 (Senior Associate). È un fisico sperimentale, associato dal 1976 all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, membro di Collaborazioni internazionali, con responsabilità di rilievo in esperimenti su nuclei, particelle subnucleari e neutrini presso il CERN e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso.
Ha progettato e gestito infrastrutture di ricerca. Ha ideato un apparato di analisi di immagini microscopiche replicato in sedi nazionali ed europee. Ha partecipato a Conferenze nazionali e internazionali con presentazione di contributi personali. È autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche Peer Reviewed. Di recente ha pubblicato il libro Quanta e quale energia (2026) edito da Susil
Edizioni.

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