di Antonio Mangia
La fantascienza è un genere trattato, sviluppato e studiato da Steven Spielberg in molti prodotti della sua filmografia; un genere mastodontico, complesso e affascinante che ha accompagnato e fatto sognare tante generazioni di appassionati della settima arte. L’ultimo film di questa cavalcata emozionante, Disclosure Day, uscito lo scorso 10 giugno, è soltanto il risultato di una profonda evoluzione stilistica che negli anni il grande regista ha sviluppato tramite i suoi film.
L’artigianato delle meraviglie (anni ’70–’80) – ILM e gli effetti ottico-meccanici
In titoli come Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. – L’extra-terrestre, Spielberg e la ILM (Industrial Light & Magic) lavorano su modelli fisici, animatronici e maschere ottiche (basti vedere gli straordinari modelli del famosissimo alieno in E.T.), utilizzati per fornire concretezza emotiva ai soggetti e per portare presenza fisica sul set; infatti, la luce “magica” deve illuminare oggetti reali per integrarsi con l’innocenza dello sguardo dei protagonisti. Ad esempio in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) gli effetti visivi furono supervisionati da Douglas Trumbull, le riprese delle miniature furono realizzate dalla EEG (Entertainment Effects Group) e per la



costruzione dell’imponente astronave magica fu coinvolta la FGC (Future General Corporation); mentre nel caso di E.T. – L’extra-terrestre (1982) per le miniature, gli scenari e la costruzione dell’astronave, Steven Spielberg collabora con la ILM sotto la supervisione di Dennis Muren; mentre il famosissimo e iconico animatronico fu progettato dall’artista italiano Carlo Rambaldi. Il regista in queste prime due pellicole si approccia al genere, esplorando il mondo degli alieni ma distaccandosi dalle visioni precedenti; questi esseri erano visti come invasori distruttivi e mostruosi; Spielberg ribalta in toto questa visione proponendo la sua personale forma di fantascienza basata su ottimismo, meraviglia, stupore e comunicazione con queste affascinanti creature. In questa prima fase, la fantascienza di Spielberg non è mai una fuga verso lo spazio profondo, ma un modo per ridefinire la Terra e le sue fragilità. L’alieno non è il nemico da temere e da cui scappare, ma uno specchio emotivo: in E.T. colma il vuoto di una famiglia frammentata e di un padre assente, mentre in Incontri ravvicinati la tecnologia di comunicazione (la celebre sequenza musicale a cinque note) dimostra una fede incrollabile nell’armonia universale; la fantascienza qui è uno strumento di riconciliazione umanistica.
La rivoluzione digitale di Jurassic Park (1993) – Il grande spartiacque della CGI
Jurassic Park segna una totale rivoluzione per la filmografia di Spielberg e per la fantascienza cinematografica mondiale. Inizialmente, il regista voleva realizzare i dinosauri con l’ausilio della stop-motion, ma gli artisti della ILM dimostrarono quanto l’utilizzo degli effetti digitali e della CGI potesse aumentare notevolmente la sensazione di realtà e meraviglia di quegli stupendi esemplari preistorici. Tutto questo cambia notevolmente lo stile registico, la macchina da presa non è più confinata nei vincoli delle maschere ottiche, ma è libera di muoversi nello spazio, dando inizio alla moderna era della fantascienza e ad inquadrature sempre più realistiche e magnifiche che da ora in poi segneranno per sempre il cinema. Steven Spielberg evolve la fantascienza trasformando l’ansia distopica


dell’omonimo romanzo di Michael Crichton in un’opera fatta di affascinante meraviglia; il film attenua la critica radicale contro la manipolazione genetica per privilegiare l’intrattenimento avventuroso, esplorando l’arroganza dell’uomo di fronte al mistero e alla maestosità della natura. Oltre ai temi filosofici, l’evoluzione della fantascienza è tangibile nell’innovazione tecnica che ha cambiato la settima arte. Spielberg, per la prima volta, ha combinato due tecniche: gli animatronici realizzati dallo Stan Winston Studios e la computer grafica sviluppata dalla ILM, che ha aperto le porte alla rivoluzione digitale, permettendo di mostrare i dinosauri in movimento su grande scala in modo fotorealistico.
Distopia e fotorealismo invisibile (anni 2000) – La fusione tra sporco e digitale
Con Minority Report (2002) e La guerra dei mondi (2005), lo stile registico e il genere acquisiscono uno stile più oscuro, maturo e horror. Gli effetti visivi sviluppati finora devono spaventare e non più stupire; Spielberg crea un futuro desaturato fatto di colori slavati e poco vividi dove la grafica computerizzata inquieta e si mescola con la fotografia sporca di Kaminski (direttore della fotografia polacco, celebre per aver stabilito un rapporto lavorativo duraturo con il regista dal 1993 al 2018 e vincendo anche due Oscar per la migliore fotografia per Schindler’s List del 1993 e Salvate il soldato Ryan del 1998). I giganti tripodi alieni, invasori nel film La guerra dei mondi o le



interfacce trasparenti della pellicola Minority Report sembrano reali perché la tecnologia e gli eccezionali effetti visivi vanno a simulare quelli che sono i difetti della pellicola. Questo cambiamento stilistico non è solo estetico, ma profondamente politico ed esistenziale: è la fantascienza del post 11 settembre. L’ottimismo degli anni ’80 crolla sotto il peso della paranoia globale. In Minority Report, basato sulla “precognizione”, Spielberg riflette sulle derive del controllo governativo (il Patriot Act americano), trasformando la tecnologia da miracolo a prigione biopolitica. In La guerra dei mondi, l’invasione aliena diventa la messa in scena del trauma collettivo del terrorismo, dove i tripodi creati dalla ILM che polverizzano i civili richiamano direttamente i tragici crolli delle Torri Gemelle; l’innocenza è definitivamente perduta.

Dal barocco virtuale fino a oggi – Dalla CGI totale fino a Disclosure Day
Dopo aver toccato il vertice della virtualità pura in Ready Player One (2018), dove la ILM ha creato interi mondi digitali, perfetti e colorati, Spielberg sembra approdare con Disclosure Day a una filosofia diversa. Gli effetti visivi tornano a essere invisibili e perfettamente integrati nella realtà del racconto: non servono più soltanto a creare mondi fantastici o realtà alternative, ma a intervenire sulla percezione stessa del reale. Se negli anni Settanta Spielberg invitava lo spettatore a guardare il cielo con stupore e speranza, oggi la sua fantascienza sembra confrontarsi con un presente più ambiguo, dominato da immagini, informazioni e tecnologie capaci di alterare il nostro rapporto con la verità. In questa prospettiva, Disclosure Day appare come l’ultimo tassello di un percorso



iniziato quasi cinquant’anni fa: un’opera che sembra raccogliere molte delle ossessioni del regista, dal rapporto con l’ignoto alla fiducia nella tecnologia, fino ai timori legati alla manipolazione della realtà. Più che una rottura con il passato, il film sembra inserirsi in una traiettoria evolutiva coerente, mostrando come la fantascienza spielberghiana sia passata dalla meraviglia dell’incontro con l’altro alla complessità di un mondo in cui distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile; è forse questa la trasformazione più significativa del suo cinema: non l’evoluzione degli effetti speciali, ma il cambiamento delle domande che la fantascienza pone allo spettatore.

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