“Dobbiamo camminare assieme” “Nessuno ti spiega che sei diversa dagli uomini, nasci e cresci con la consapevolezza di essere differente da loro, è come se lo apprendessi nella pancia”.
Sugli schermi italiani arrivano due film che parlano di condizione femminile in due Paesi islamici, che spesso culturalmente sono stati vicini e che purtroppo sono governati da fanatici religiosi per cui la libertà delle donne risulta eversiva e capace di scuotere le basi del loro fondamentalismo. No Good Men di Shahrbanoo Sadat e War on Women di Raha Shirazi partono dalle stesse basi per parlarci delle donne in società che le vorrebbero trasparenti, ubbidienti e solo madri e mogli; i due film non potrebbero essere più diversi eppure riescono ad arrivare a presupposti comuni. No Good Men è una commedia romantica che mette al centro una protagonista caparbia, Naru, nel mondo maschile del giornalismo d’inchiesta nell’Afghanistan che sta per ritornare sotto i talebani, mentre War on Women è un documentario che mette in luce la forza dei movimenti femministi iraniani. Nonostante le numerose lotte e i sacrifici le donne continuano ad essere cittadine di serie B e non hanno ancora la libertà di decidere di loro stesse.
No Good Men propone tutti gli stilemi della commedia romantica. I due protagonisti si incontrano e non si sopportano, poi tra loro nasce stima e rispetto reciproco, lavorativamente e personalmente, finché Naru, operatrice di ripresa, e il reporter professionista Qodrat non saranno più capaci di nascondere i loro sentimenti. La differenza da tutte le commedie romantiche che siamo abituati a vedere è che il film è ambientato nell’Afghanistan del 2022: l’esercito americano si sta ritirando e al potere torneranno i talebani. Nel film incontriamo un loro rappresentante che ci fa subito capire cosa pensa delle donne, specie quelle con il capo scoperto. Naru deve lottare con il maschilismo della società in cui vive, costretta a riprendere solo certi tipi di programmi, impossibilitata a lasciare il marito fedifrago e fannullone se non vuole perdere la custodia del figlio di tre anni. Come ci dice War on Women, nei Paesi arabi la legislazione familiare è la più difficile da cambiare perché spesso legata a precetti religiosi ed è quella che costringe di più le donne a sopportare condizioni familiari intollerabili. No Good Men è chiaramente un film per un pubblico occidentale ed è sorprendentemente un film leggero; questo non dovrebbe sbalordire se si pensa ad alcuni prodotti importanti come Persepolis e ai film della regista dell’Arabia Saudita Haifaa al-Mansour, come La bicicletta verde e La candidata ideale, in grado di veicolare storie personali e malesseri collettivi. Le donne registe hanno trovato un modo delicato, una rabbia determinata ma non distruttiva, di esprimere i loro problemi in queste società, anche attraverso il sorriso o ridicolizzando certi comportamenti maschili, catturando la simpatia del pubblico. No Good Men, per quanto sia spesso didascalico, specie nella velocità dei protagonisti nel farsi coinvolgere dai sentimenti, ed essendo un film legato a una visione occidentale, quindi incline a dilungarsi in spiegazioni sul contesto del Paese, riesce a farci comprendere il dramma di un Paese e di chi vuole un futuro diverso, ottenendo un buon ritmo e mostrando una visione registica legata al documentario, con musica, escamotage registici interessanti e personali.
War on Women è un documentario che entra nelle dinamiche della trasformazione della condizione femminile in Iran, nella classica maniera del documentario: materiale d’archivio, testimonianze e riprese di momenti vissuti. L’Iran è visto solo attraverso i materiali d’archivio, perché nessuna delle donne che ci accompagnano in questo viaggio è attualmente nel Paese e probabilmente non ci tornerà neanche più. Tutte colpevoli di non essersi piegate agli obblighi della Repubblica Islamica. Le testimonianze sono tutte illustri, come Masih Alinejad, giornalista e attivista che dagli Stati Uniti ha creato il movimento anti-hijab dei Mercoledì Bianchi, Mahnaz Afkhami, ex membro del governo e ministra degli Affari Femminili ai tempi dello Scià, il volto più conosciuto all’estero del cinema iraniano Golshifteh Farahani e numerose attiviste dei movimenti femministi in Iran, ora in esilio. War on Women mostra un tessuto sociale eversivo e potente che nel 2022 (proprio mentre invece in Afghanistan tornavano i talebani) era quasi riuscito a sovvertire il potere dell’ayatollah Khomeini, che nei suoi discorsi pubblici non dimenticava mai di citare la pericolosità delle donne con il volto scoperto e di paragonarle a delle puttane. Ma prima dell’esplosione del 2022, spiegata anche dal libro L’Iran in fiamme di Arash Azizi, dovuta alla morte di Mahsa Amini e di moltissime ragazze che volevano essere libere, col capo scoperto e che scendevano in piazza per questo, War on Women, ripercorrendo a ritroso la storia della Repubblica Islamica, ci dimostra che le donne non si sono mai date per vinte e hanno combattuto durante tutto il periodo di potere dell’ayatollah Khomeini, come ci ricorda anche l’incredibile opera femminista Leggere Lolita a Teheran. Il documentario è veramente troppo classico e per certi versi anacronistico; spesso indugia sul dolore e la pietà, di cui le donne iraniane non hanno bisogno, ma le parole che escono dallo schermo sono doverose e le storie raccontate devono essere ascoltate, per respingere l’idea che siano delle vittime, delle spettatrici, che le donne non stiano provando a cambiare la società. No Good Men e War on Women non potrebbero essere due prodotti così diversi e per certi versi, nel linguaggio cinematografico, manchevoli, ma entrambi mettono al centro l’ascolto delle donne. Non a caso, la scena più bella del film afghano è quando l’operatrice, per punizione, è costretta a fare delle interviste per il giorno di San Valentino: una serie di donne, a cui nessuno ha mai dato voce, si presteranno a rispondere alle sue domande. Così anche in War on Women le poche interviste e storie del quotidiano diventano preziose per capire la società iraniana.
Shahrbanoo Sadat, regista e interprete di No Good Men, ha detto in un’intervista a Vanity Fair: “Non mi piaceva mio padre e neanche mio fratello. Sono cresciuta convinta che non esistessero uomini perbene. Le donne afghane non hanno bisogno di essere salvate, ma vanno ascoltate.” Tuttavia, nel suo film è impossibile non provare simpatia e non pensare che Qodrat sia un brav’uomo, così come War on Women ricorda l’importanza del sostegno degli uomini ai movimenti femministi, li mostra e li fa parlare, dimostrando che non tutti gli uomini sono a favore della segregazione femminile e dei rigidi precetti religiosi della Repubblica Islamica.
Giustamente Masih Alinejad in War on Women cita I racconti dell’ancella, che per quanto sia ambientato in un futuro distopico negli Stati Uniti, non può non farci pensare alle donne arabe e alle loro restrizioni, citando la frase che dice: “Se non volevano farci diventare un esercito, non dovevano darci una divisa”. Il tanto contestato velo per queste donne è diventato lo strumento con cui lottano e con cui dimostrano di non avere paura degli uomini: dall’attrice che rappresenta l’Iran delle donne, all’attivista che aiuta le ragazzine vittime di violenza, alla militante che incoraggia le altre donne a ribellarsi e alla donna di tutti i giorni che lo sventola nelle manifestazioni. Le donne di questi Paesi non sono vittime, ma combattenti e padrone del loro destino.
Mentre scrivo questo articolo mi giunge la notizia della morte di Marjane Satrapi, la donna che attraverso i fumetti e l’animazione ha fatto conoscere la storia e il vero volto della Repubblica Islamica dell’Iran. Partita dall’Iran quando aveva 14 anni, Marjane Satrapi ha vissuto in esilio per gran parte della sua vita, ha visto nascere il movimento Donna, Vita e Libertà. Ma non ha potuto vedere l’Iran libero dagli ayatollah, anzi nei suoi ultimi mesi di vita ha assistito all’attacco statunitense. Voglio ricordarla citando una frase di Persepolis:
“Il regime aveva capito che una persona che usciva di casa domandandosi: ‘Avrò i pantaloni abbastanza lunghi? Sarà a posto il foulard? Si noterà che sono un po’ truccata? Mi frusteranno?’ non si chiedeva più: ‘Dov’è andata a finire la mia libertà di pensiero? Potrò mai esprimermi liberamente? Vale la pena continuare a vivere? Cosa fanno ai prigionieri politici?’. È naturale: quando si ha paura, si perde la nozione dell’analisi e della riflessione. La paura paralizza. Del resto il terrore è sempre stato il motore di tutte le dittature.” E con la sua arte.
Giulia Pugliese
Scrittrice
Educazione
2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project
2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo
Esperienze lavorative
2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon
2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films
2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take
Premiazioni
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