di Antonio Mangia
Ci sono film che si guardano e film che si vivono. Poi c’è Inception (2010), un’opera che non solo si insinua nella mente dello spettatore come un’idea parassita e criptica, ma che ne ridefinisce la percezione stessa del tempo. Diretto da un Christopher Nolan in stato di grazia, affiancato da un cast monumentale che vanta nomi del calibro di Leonardo DiCaprio, Marion Cotillard, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Elliot Page, Tom Hardy, Cillian Murphy e Sir Michael Caine, questo thriller fantascientifico rimane una pietra miliare assoluta del cinema moderno. Ma se la regia, la fotografia maestosa e la sceneggiatura labirintica rappresentano lo scheletro dell’opera, il vero cuore pulsante di Inception batte al ritmo del tempo.



Per Nolan, il tempo non è mai un semplice sfondo: è una materia plastico-narrativa da piegare, allungare e frammentare. In questo film il regista applica una regola matematica precisa alla percezione onirica: più si scende in profondità nei livelli del sogno, più il tempo si dilata. Questa suddivisione può essere distinta in: realtà (5 minuti), livello 1 il furgone della pioggia (1 ora), livello 2 l’hotel a gravità zero (1 giorno), livello 3 la fortezza tra le nevi (1 settimana) e il limbo, ovvero lo spazio subconscio grezzo (decenni). La genialità della regia sta nel montaggio parallelo degli ultimi due atti: Nolan coordina quattro livelli temporali differenti che scorrono simultaneamente a velocità diverse; una caduta da un ponte che nella realtà dura pochi secondi si trasforma in un’epopea di azioni sincronizzate nei livelli sottostanti. È un’architettura visiva e narrativa che richiede attenzione assoluta, ma che ad ogni nuova visione regala tasselli e dettagli prima sfuggiti. Il tempo in Inception non è solo un artificio di tensione per la rapina mentale; è soprattutto un fardello emotivo. Il dramma di Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) e Mal (Marion Cotillard) nasce proprio dall’aver “vissuto una vita intera” nel Limbo, poiché Cobb e Mal hanno trascorso cinquant’anni insieme in un unico sogno, costruendo città e invecchiando nell’anima mentre i loro corpi reali rimanevano giovani.


Parlando di questo capolavoro, non posso non soffermarmi sulla colonna sonora composta dal genio Hans Zimmer; il compositore compie un’operazione notevole dal punto di vista musicale, rallentando drasticamente il ritmo del celebre brano “Non, je ne regrette rien” di Édith Piaf (usato come sveglia per i sognatori), trasformandolo nei pesanti e tonanti ottoni che caratterizzano il tema centrale del film, difatti ascoltando la colonna sonora si percepisce la dilatazione temporale caratteristica della pellicola. Il picco più alto di questa composizione è senza ombra di dubbio la traccia “Time”, costruita con un arpeggio di chitarra e pianoforte che cresce gradualmente con l’ingresso poi di archi e ottoni; un brano stupendo e magnifico che può, da solo, racchiudere il significato dell’intero film. Ma perché per apprezzare questo lungometraggio, come anche gli altri diretti da Nolan, non basta una sola visione? Inception è criptico e necessita di più visioni per essere studiato fino in fondo o per essere davvero capito; alla prima visione lo spettatore viene travolto dallo spettacolo visivo e uditivo e dall’ingegnosità e particolarità dell’intreccio, alla seconda si apprezza il montaggio e la qualità tecnica e alla terza si iniziano a scoprire tutti i dettagli nascosti. Insomma, questo film è una gran bella esplorazione profonda dell’animo umano che va vista e rivista.


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