MADRE di Rodrigo Sorogoyen, 2019

di Lorenza Del Tosto

Può succedere di incontrare, un giorno, due persone felici e innamorate, e, poiché qui si parla di cinema, aggiungiamo che queste persone felici hanno anche successo, giovinezza, agio e beltà e non si farà fatica a immaginare una felicità piena e assoluta.
E può succedere che, di fronte a questa felicità, si avverta il bisogno impellente di fare qualcosa per proteggerla dalla fugacità delle umane cose. 
In preda a questa urgenza ci sentivamo noi nel lontano 2012, nelle luci di una notte romana, guardando Emma Stone e Andrew Garfield sfilare sul tappeto rosso alla prima di The Amazing Spider-Man. A noi, che non leggiamo molte cronache mondane, era sfuggito che i due si erano incontrati e innamorati sul set del film, ma abbiamo annusato subito nell’aria quella speciale felicità e, spinti dal bisogno di proteggerla, ci siamo impressi negli occhi ogni istante, ogni minimo gesto: il completo elegante di lui, il viso un po’ serio e la classe con cui firmava gli autografi e il volto di lei luminosa e raggiante, un po’ dolce e un po’ maliziosa, animata da una forza interna tutta sua.
Questa non è la solita felicità delle coppie del cinema, abbiamo pensato quella notte, dove un astro presto impallidisce mentre l’altro ancora rifulge. No, questi due non si faranno del male. Ma intanto, a scanso di dubbi, conserviamo il momento, imprimiamoci negli occhi la gioia di questa pienezza assoluta.
Che ora stamattina ci torna alla mente, vivida, qui al lido di Venezia, dove ce ne stiamo avvolti dalla luce: non fa ancora  troppo caldo e il mare scintilla e brulica di sole e c’è di nuovo quella felicità che aleggia sulla terrazza dove hanno allestito i set per le interviste di Madre in concorso nella sezione Orizzonti.

Rodrigo Sorogoyen

Ecco tre figure sedute ad un tavolo a prendere un caffè: Rodrigo Sorogoyen il regista: un giovane uomo, piccolo, magro, capelli neri ricci e occhi vivissimi, che bruciano e i due protagonisti: Marta Nieto esile e radiosa in un tubino bianco che le lascia scoperte le spalle e Jules Porier il ragazzino francese bellissimo e intenso, ora un poco spaesato e sperduto, forse per via della lingua. I giornalisti si avvicinano, si complimentano per il lavoro splendido di regia e recitazione, poi ognuno dei tre si sposta sul suo set e noi seguiamo il regista che ha nel corpo l’energia di un demiurgo, e negli occhi la felicità come un laccio di seta invisibile che lo tiene avvinto.
Rodrigo Sorogoyen in Italia non è molto conosciuto, ma in Spagna è grande. Il suo ultimo film Il Regno, un viaggio incalzante nella corruzione politica, ha vinto 7 premi Goya. Le storie che racconta sono sempre diverse e nel 2017 ha girato un cortometraggio, candidato all’Oscar, che ha lasciato l’angoscia in molti cuori di madre e che ora, inserito in toto, è l’incipit  del film omonimo presentato qui al Festival. Nel corto una giovane donna, Elena, sta per uscire di casa con sua madre quando riceve una telefonata dal figlio di sei anni. Il bambino non trova più suo padre con cui è in viaggio, il telefono è quasi scarico e c’è qualcuno che si sta avvicinando.

Un pugno nello stomaco, un ritmo da thriller, con cui il film si apre per poi cambiare bruscamente passo: ritroviamo Elena, dieci anni dopo,  che vive e  lavora in un bar ristorante proprio in quella spiaggia selvaggia dove il figlio è scomparso.     
E’ la prima cosa che gli fanno notare nella sala vetrata della terrazza dove siamo seduti:    
“La logica era che si seguisse lo schema del thriller: cosa è successo al bambino? Come è scomparso? Invece il film prende una piega intimista …”

“Scrivere sceneggiature è un po’ così: lasci aperte tante strade e poi ne scegli una e non sai se è la migliore.” Sorogoyen, maglietta bianca, jeans nero, annuisce, sorride e anche il suo sorriso è pieno di energia “Il tema del cortometraggio è la perdita, una perdita  devastante, si capisce che questa donna è stata all’inferno, ma non era su quello che volevamo fermarci…Quando abbiamo finito il corto abbiamo sentito il desiderio di continuare, ci sembrava un atto dovuto nei confronti dello spettatore e di Elena. Non potevamo lasciarla così devastata. Volevamo sapere cosa è successo: non a suo figlio, ma dentro di lei.”
In effetti c’è un sapore crudele nel corto, non è bello andarsene in giro a vincere premi facendo male alla gente, però ci vuole anche un certo coraggio a prendere una cosa che ha avuto tanto successo e a rivoltarla come un calzino.
“Dopo la convulsione della tragedia serviva un passo diverso. E’ il passo del lutto: un tema difficile che si tende ad evitare.” Riprende Sorogoyen “Il corto è un unico piano sequenza,  che è sempre il modo più puro di imitare la vita, e la macchina da presa sta addosso ad Elena. Ma poi la macchina si allontana…”
Torna davanti ai nostri occhi la figura lontana di Elena, in riva all’oceano, che dieci anni dopo la scomparsa del figlio,  un giorno vede, su quella stessa spiaggia, un ragazzo Jean che potrebbe avere l’età di suo figlio e non riesce a vederlo solo come un figlio né lui può vederla solo come una madre.
Allora nasce tra loro quel qualcosa di indefinito che è l’essenza e il fascino del film: un sentimento forte a cui non possono sottrarsi.
E’ la natura sfuggente del loro rapporto a tenere avvinti, a farci accettare di non sapere quello che è successo al bambino, a seguire, senza capirli, Elena e Jean lungo un percorso di crescita e rinascita, ambiguo e imprevedibile come ogni lutto.
“Anche se gli altri attorno non la accettano, non la capiscono, la loro storia d’ amore racchiude ciò che vi è di più puro in due esseri umani. Jean il ragazzino bellissimo, un angelo inquieto, con lo sguardo folgorante è una figura calda, sensuale, pieno di bontà e di fragilità che sta costruendo la sua persona, è il ragazzo che diventa uomo. Elena non trova in lui il sostituto del figlio, ma la possibilità di credere nella vita che se ne è andata.”

Marta Nieto e JulesPorier

Il film non spiega cosa attrae Elena verso il ragazzo, non dice se c’è una somiglianza fisica, non vediamo mai il figlio che ha perso, è piuttosto qualcosa di intangibile, di inafferrabile che appartiene a quel momento del suo lutto e solo a quello: se si fossero incontrati un anno prima, forse sarebbe stato diverso, forse lei non lo avrebbe neanche notato. Lui giovanissimo, lei quarantenne. E’ distruzione o salvezza la loro? Ti chiedi seduto in sala e ti senti scomodo, a disagio. Dove stanno andando questi due? Ma intanto il tuo cuore si riempie di calore, di pace, di luce. Non è strano?  Strano e un po’ folle certo.
Rodrigo Sorogoyen sorride felice per lo sconcerto che legge negli occhi dei giornalisti, paghi dell’incredibile pienezza che il film lascia nel cuore, e desiderosi di carpirne il segreto. E risponde sempre in prima persona plurale. Il noi si riferisce a Isabel Peña con cui scrive a quattro mani, ma è anche un noi più ampio, che abbraccia tutti nel film, un noi, che nonostante la sua vitalità che brucia, è molto rilassante.
“In sceneggiatura abbiamo raccontato la storia dal punto di vista di lui e dal punto di vista di lei, in parti uguali. Ma poi nel montaggio abbiamo tolto le scene di Jean con la sua famiglia,  bastano quattro pennellate per capire  il processo del ragazzo, (per questo  aveva quel visetto sperduto poco fa? Ci chiediamo) invece il percorso di lei è più complesso: uno dei piani del film è proprio la follia, è facile etichettare come folle il comportamento di qualcuno che ha perso qualcosa di molto importante.”
Altre domande in cerca del segreto: come hanno potuto Marta Nieto e il giovanissimo Jules Porier costruire un rapporto così magnetico, ricco di emozioni, che mantiene sempre l’ambiguità e  quei paesaggi, quell’oceano, come li avete trovati?

“C’è stata tanta improvvisazione ma anche tanto tempo passato insieme prima delle riprese. Quando siamo arrivati a Vieux-Bocau-Les-Bains, a nord di Biarritz, abbiamo capito che era il posto perfetto. Una geografia selvaggia, bellissima che, in certi momenti dell’anno, può essere assolutamente desolata, un deserto in cui Elena vaga come un fantasma.” Ora che la macchina da presa se ne sta a distanza, Elena è figura minuscola contro la vastità dell’oceano. Sembra che il rumore del mare accompagni i suoi pensieri,  e come onde d’oceano arriva a noi l’alternarsi delle sue emozioni, il desiderio di ritrovare Jean, di passare del tempo con lui, di ascoltare la sua voce, di sapere di cosa è fatta la vita di un ragazzo, come sarebbe stata la vita di suo figlio, ma sono solo pensieri, supposizioni nostre, Elena stessa non sa cosa sta vivendo e cosa le succede.

“E’ l’aspetto psicologico quello che più ci interessa, I nostri film mettono i personaggi in situazioni scomode, per vedere come funzionano i  loro sentimenti.” Sta spiegando Sorogoyen. Al di là delle differenze di genere, incalzanti o intimisti, i suoi, o meglio i loro,  film scavano nelle persone, ad ogni  persona il suo ritmo.  
Ma ora la figura minuta di Elena che cammina sulla spiaggia ha evocato la presenza di lei, dell’attrice Marta Nieto nella luce che accende gli occhi del regista. Meravigliosa Marta  nel raccontare il dolore, la perdita,  la follia, la tenerezza.
“Un’interpretazione incredibile” commentano i giornalisti  “ma come ha lavorato con lei?”  Quale mondo interiore le ha permesso di creare quel personaggio che l’oceano, come  l’onda del dolore, è sempre sul punto di sommergere.
Gli occhi di Sorogoyen sono dardi nel sole.
“E’ la sua esperienza vitale, è il suo modo di essere, è lei che è così…” Cerca altro “E’ il suo essere madre …all’epoca anche suo figlio aveva sei anni…. Si, Marta è perfetta…” ripete e il suo sguardo sembra cercarla attorno “Serviva una donna che fosse al contempo molto sensibile e molto forte. Avevamo bisogno di questi due elementi insieme e Marta …ne è una sintesi perfetta.”
Di scatto, ora che gli è concessa una pausa, si affaccia dalla vetrata, la cerca: “Dove è Marta?” e anche lei lo sta cercando “Dove è Rodrigo?” E non c’è tempo di niente:  solo per uno sguardo di pura felicità.
Poi via si torna alle interviste, i giornalisti, a Festival appena iniziato, sono pieni di energia, ammirazione e curiosità. Le televisioni hanno ceduto il posto alla stampa scritta e si ha più tempo di parlare e con Rodrigo ora c’è l’attore Alex Brendemühl, parte del grande noi del film, che interpreta Joseba il compagno di Elena che cerca di proteggerla da nuovi traumi, un personaggio pieno di calore umano e insieme figura tragica come sono spesso le figure che accompagnano i sopravvissuti come Elena.
Regista e attore se ne stanno seduti uno accanto all’altro, come due vecchi amici sul salotto di casa, e ognuno annuisce alle cose che l’altro dice :
“Era rischiosa, certo, una storia che inizia con tanto dolore… soprattutto in Spagna” sta dicendo il regista “la paura della morte è sempre esistita, ma oggi viviamo in un mondo sempre più infantile e l’ infantilismo si riflette nella programmazione nelle sale. Vogliamo restare  infanti quando dovremmo desiderare film coraggiosi, che ci portino altrove… ”
Alex annuisce: “L’infantilismo crea una solitudine tremenda…invece questo film mi piace perché scommette sulla vita e sulla speranza, ma lo spettatore è costretto a fare un esercizio di concentrazione, un esercizio attivo, ti aspetti che vengano dette parole e fatte cose che non arrivano mai.”
“Nei nostri film lo spettatore è sullo stesso piano del personaggio.” Lo sostiene Sorogoyen  “Sa e vede solo ciò che sa e vede il personaggio. Nel caso di Elena lei non sa cosa è successo a suo figlio, e così è per lo spettatore, ed è una posizione terribile, ma solo in questo modo lo spettatore può sentire quello che sente lei.”

Marta Nieto e Sorogoyen sul set di Madre, 2019

E’ da lì che viene la tensione del film: non dai movimenti di macchina, ma dal non sapere, da quel muoversi nel buio.
Sorogoyen, con l’energia che sembra emanargli da ogni poro, che da un momento all’altro lo solleverà e lo brucerà, d’un tratto lascia carta  bianca al suo attore, e rilassato in una bolla di felicità, appoggiato alla vetrata, la schiena abbandonata, ascolta con mezzo orecchio ciò che il suo attore sta raccontando. Sorride nel vuoto e annuisce oscillando sul puff. 
“Rodrigo sul set cerca sempre di sorprenderti, di spiazzarti per vedere cosa succede…magari mette una musica all’improvviso, ti mette in mano un oggetto, ti suggerisce un gesto che nessuno si aspetta…” E’ così, spiega, che ha ottenuto con Marta l’effetto della scena finale (che noi non racconteremo): grazie alla musica.
A interviste finite, i due continuano a parlare, a confrontarsi sul cinema oggi:  sono più liberi gli attori o i registi quando si tratta di cambiare genere? E sulla crisi economica che forse non è poi così male per i cineasti coraggiosi con pochi soldi…tanto quelli ricchi senza coraggio ci saranno sempre. E si incamminano verso la sala da pranzo, finito il dovere ora li aspetta solo la gioia di Venezia: la luce, l’incontro con il pubblico, il red carpet. Seduti a tavola,  e sono tanti, tutti quel noi del film, parlano animatamente e tra tutti rifulgono, giovani e belli e felici, Rodrigo Sorogoyen e Marta Nieto. Forse gli impegni li divideranno o forse la vita, forse questo sarà un momento irripetibile o forse è solo il primo di mille momenti ma noi, a scanso di ogni dubbio, vogliamo conservare  questa immagine: uno scintillio nella tovaglia, nei bicchieri, nel bianco dei camerieri che li servono premurosi, un momento di assoluta pienezza, un film che sarà molto amato, il premio a Marta come migliore attrice anche se lei ancora non lo sa. Anche se non sapremo mai da dove ha attinto l’umanità, l’emozione di una donna che ha perso il senso di tutto e ha poi ritrovato il vincolo che la riporta persona tra gli umani.
Non sappiamo nulla ma, a scanso di dubbi, ce la imprimiamo a lungo negli occhi questa assoluta felicità.  

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