Lo ”spiego” di Tano sul cinema a Roma

di Sandro Russo
In condivisione e in contemporanea con www.ponzaracconta.it

Molto interessante e gradita a tre livelli – come amico, come persona (in parte) “informata dei fatti” e come cinefilo – la presentazione del sor Tano la settimana scorsa alla Libreria Mondadori di Via Piave, a Roma.
Intanto, tra gli ispiratori – (?) Sponsor? Compagni di strada? – l’Autore cita anche Ponzaracconta.

Nella saletta al piano inferiore, con una suggestiva cornice libresca, il nostro ci ha piacevolmente intrattenuto per quasi due ore su Roma, come set di film che vi sono stati girati, coadiuvato da letture di amici della “Compagnia della cape fresche”.

Tema enorme, gli abbiamo detto tutti nella fase di preparazione, non essendoci al mondo una città più citata della nostra, al cinema (la stessa New York ne è solo un pallido epigono).
Ma il temerario, invece di restringere, si è dato da fare per ampliare il tema ed è partito proprio dall’inizio della grande avventura, con la nascita del cinema, attribuita universalmente ai fratelli Lumière, francesi: “La data della nascita del cinema, convenzionalmente riconosciuta, è il 28 dicembre 1895, quando i fratelli Lumière proiettano per la prima volta in pubblico il loro primo cortometraggio intitolato La sortie de l’ usine Lumière a Lyon: l’unica inquadratura che lo compone ritrae degli operai che escono dalla fabbrica di materiali fotografici Lumière, appunto…”.
E Tano ricorda che alle prime proiezioni assistette anche un certo George Méliès (…eccome se di queste cose non abbiamo già parlato sul sito..!  leggi qui).

La sortie de l’usine Lumière a Lyon, 1895

I tempi – ci viene spiegato – erano più che maturi per questa invenzione: tanto che nello stesso periodo ci stavano lavorando in America Thomas A. Edison, in Germania i fratelli Skladanovsky… e in Italia?
In Italia c’era Filoteo Alberini (1865-1937) che un anno prima dei Lumière (quindi nel 1894) elaborando un’invenzione di Edison, il kinetoscopio, inventa e brevetta il kinetografo, un apparecchio per la ripresa e la proiezione “esterna” su schermo. Purtroppo, a causa di un intoppo burocratico, il Ministero dell’Industria e Commercio rilascerà il brevetto un anno dopo la sua richiesta. Quindi tipica beffa “all’italiana”!
Ma Alberini non si dà per vinto e da vero pioniere proietta nel settembre del 1896 a Porta Pia – nei luoghi stessi dove i fatti avvennero – il lungometraggio “La presa di Roma”, di cui è ideatore e regista, con un enorme successo. La pellicola era lunga 250 metri (per una durata di una decina di minuti), contro i 40-60 metri tradizionali.
E sempre Alberini apre nel 1899 la prima sala cinematografica in Italia; quindi nel 1904 fonda a piazza Esedra il cinema Moderno, ancora esistente (!), e nel 1906 fonda la prima, ‘storica’ casa cinematografica, la “Cines”.

Dopo i primi faticosi inizi del cinema in Italia e a Roma, si arriva al ventennio fascista [1].
E Mussolini capì perfettamente l’importanza del cinema come strumento fondamentale di orientamento dell’opinione pubblica (come su un opposto fronte lo si capì nella Russia bolscevica; dal 1922 in poi [2] anche se le prime proiezioni e un grande interesse per il cinema in Russia c’erano state già in epoca zarista.
Per tornare all’Italia e a Roma, con Mussolini Dux nacquero (nel 1924) l’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa) e la casa di produzione cinematografica INCOM (Industria Corti Metraggi Milano; 1938) [3] e si afferma la figura di Luigi Freddi, squadrista della prima ora, a capo della macchina propagandistica del regime.

È del 1930 la legge protezionistica che ostacola la circolazione dei film stranieri in Italia. Nel 1934 è istituita la Direzione generale per la Cinematografia guidata sempre da Luigi Freddi, che di fatto controllerà la produzione di film italiani e esteri (con appositi tagli e censure) fino alla caduta del regime.

Nel 1937 viene inaugurato da Mussolini il complesso di Cinecittà, sulla Tuscolana, che diventa un centro propulsivo di eccellenza dell’attività cinematografica romana e italiana. Vi si formano registi come Blasetti e gli stessi Rossellini e De Sica.
Attività che prosegue, seppur ridimensionata anche nel periodo bellico, fino al primo bombardamento di Roma ad opera delle forze alleate del luglio ’43, seguito da numerosi altri (il più grave per Cinecittà avvenne nel luglio del ’44).

Le tappe successive della storia del cinema a Roma ci riportano ai giorni nostri.
Nel 1947 riapre Cinecittà.
Mentre è del 1945, a guerra appena finita, l’immenso Roma città aperta di Rossellini (leggi qui ne “La storia raccontata dei film”) e la breve ma intensa stagione del Neorealismo. Davvero “si gira per strada”, con la gente che ancora si spaventa quando vede le divise dei soldati tedeschi!.
Del 1948 “Ladri di Biciclette” di De Sica. Tutti film in cui Roma è protagonista. Sul sito, leggi qui.

È Giulio Andreotti, durante gli anni da sottosegretariato alla presidenza del consiglio, l’eminenza grigia del cinema italiano per parte democristiana. Riprendendo l’impostazione delle leggi protezioniste del 1930, la legge Andreotti del 1949 prevede la difesa del cinema italiano dalla saturazione del mercato americano imponendo una tassa sul doppiaggio; inoltre, le sceneggiature delle produzioni italiane dovevano essere sottoposte all’approvazione governativa per aggiudicarsi finanziamenti pubblici. Tra il 1947 e il 1950, i giornali che fanno capo al leader DC propugnano un “neorealismo cattolico”, in opposizione al pericolo neorealista, colpevole di dare una rappresentazione negativa dell’Italia all’esterno.

Giulio Andreotti (a destra nella foto) con Anna Magnani e Giovanni Ponti (a sinistra nell’immagine), nel 1947, in occasione del Festival del cinema di Venezia.

Dal 1953, con l’avvento della televisione di Stato inizia tutta un’altra storia. Il cinema e la rappresentazione di Roma ne sono fortemente influenzati.
Ma incombono gli anni del boom, con La dolce vita di Fellini (1960) e  “Il Sorpasso” di Risi (1962).

Ampi stralci, spaccati e aneddoti di vita della capitale sono proposte nelle letture successive de “La compagnia delle cape fresche” dall’autobiografia di Dini Risi (che romano non era): “I miei mostri” (Mondadori Ed.; 2004).

Ancora, citando l’altro film di Fellini, Roma (1972) Tano ci delizia con una descrizione di Roma da una intervista al regista (all’Espresso del 28 maggio 1971), sulla sua iniziazione alla vita romana, lui giovane riminese in cerca di fortuna.
Vale la pena di riportarla per intero:
«In un pomeriggio di ottobre del 1938 arrivai alla stazione, salii su una carrozzella e andai in Via Albalonga, rione San Giovanni. La prima cosa che mi capitò, scendendo dalla carrozzella davanti al numero 13 in cerca dell’affittacamere, fu di prendere uno sputo in testa da tre ragazzini che non si sono neppure ritirati dalla finestra. Fu la scoperta del romano, l’antico suddito papalino che vive in una città improbabile cresciutagli attorno a tradimento, uno che non si fida di dire la verità perché “non si sa mai”, pauroso per timori amici, un uomo dalle prospettive molto ravvicinate, attorniato da storia e monumenti ma rapportato soltanto alle consuetudini quotidiane e alla tribù familiare, mamma sorelle, nonni nipoti zia.
Via Albalonga di notte si trasformava in un enorme ristorante all’aperto con il tram che passava scampanellando in mezzo ai tavoli traboccanti di mamme e di nonne, di urla e di esclamazioni, di occhi di vitella e di paiate, di code alla vaccinara. Tutti distrattamente soddisfatti. Privo di senso del peccato perché già confessato ed assolto per “diritto di cittadinanza”, è difficile concepire il romano sfiorato dai rimorsi. Uno spirito “gommoso” che non litiga con le istituzioni, non fa drammi sulla cultura, né giudica il prossimo che ritiene sempre peggiore di quello che è… Roma non è cambiata dal 1938 ad oggi. In sostanza è sempre la stessa, con gli abitanti immersi nel sonno del ‘600, tutti fossili dalla salute di tartarughe. Roma non pone schemi, non sa di psicanalisi, è una palude pre-freudiana entro cui si sta benissimo; non protegge, ma a lungo andare diventa un appartamento personale, piazza del Popolo che fa da stanza da pranzo, Via Veneto come camera da letto. Roma sfugge perché è un grande simpatico luminoso specchio in cui proietti te stesso e dove ti vedi nudo senza vergogna e rossori; oppure una sirena, un mostro. Roma è uno spettacolo, e il romano dice ancora: – Annamo a véde Roma.
Roma ha quel tanto di smemorato che affascina gli stranieri, una città che ti scoraggia dal dire: “Che vergogna”, perché tanto sai che il dirlo o il gridarlo non servirebbe a nulla. Qui hai la soddisfazione di arrabbiarti, sì, ma di calmarti subito dopo. Roma è tutta chiesa. Roma si astiene dal giudizio, tollera lo spaesato, è priva di senso civico, non è di nessuno, “mica è mia” dicono i romani. Per quel che mi riguarda essa è psicologicamente abbastanza corazzata da permettere di sputare su tutti i moralismi che uno ha addosso, dominata da un’ignoranza che mi restituisce la sicurezza; è la città dove ho scelto il mio lavoro; è presente in tutti i miei film».

E sempre a proposito di “Roma” di Fellini, Tano ricorda la figura di Anna Magnani presente in un “cameo” nel film (mentre le due altre scene con Sordi e Mastroianni furono tagliate). E cosa dice Annarella al regista… [4].
Certo meriterebbe un altro incontro la rievocazione di Roma attraverso i personaggi (del cinema) che l’hanno resa celebre..!

Epilogo
Dopo qualche giorno Tano ci ha fatto avere un prezioso .pdf di una trentina  di pagine, accuratamente impaginato con note e bibliografia.
Gli abbiamo scritto:
– Ammazza! Ma hai fatto un Super Castoro! [5]
È sembrato contento!

Note

[1] – Convenzionalmente il periodo che va dalla presa del potere del fascismo e di Mussolini, ufficialmente avvenuta il 29 ottobre 1922, sino alla fine del regime, avvenuta formalmente il 25 luglio 1943.

[2]per dare riferimenti temporali: dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò nel 1922 all’istituzione dell’Unione Sovietica.

[3] Da cui, con alterne vicende, il cinegiornale “La settimana Incom”. Alcuni interventi legislativi – nel 1947-’48), a favore delle attualità cinematografiche -, accentuarono sempre più l’impostazione filogovernativa (democristiana) del cinegiornale

[4]Gli dice: – A Federi’, ma vatte a dormi’, va… Che è mejo!

[5] La collana “Il Castoro” è costituita da “mitici” libretti monografici, con la copertina morbida e di formato quadrato (15 x 16,5 cm) dedicate a registi cinematografici, firmate dai più importanti esperti italiani. Dal 1974 al 1991 è stata pubblicata dalla casa editrice La Nuova Italia; dal 1993 è edita dall’Editrice Il Castoro. Per un certo periodo la pubblicazione è stata allegata al quotidiano L’Unità

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M.Patrizia Maccotta

Grazie! Non ero presente per frattura femore dovuta alla presenza di una buca di… Roma! Il resoconto mi ha restituito, seppur in parte e senza la voce di Tano, il pomeriggio mancato. Patrizia