Alberto Sordi (2). Con Totò, ma solo una volta

a cura di Letizia Piredda

Mentre  continua a fare radio, Sordi  accetta alcuni ruoli in filmetti di secondo piano, tra cui  Totò e i re di Roma, [1] l’unico film che girerà con Totò.
La vicenda è imperniata su Ercole Pappalardo (Totò) impiegato ministeriale di concetto, napoletano, sposato con cinque figlie femmine, minato dal mal di cuore. Gli ostacoli che si frappongono all’agognata promozione sono almeno tre: la chiusura di una pratica a cui il direttore generale tiene assai per ragioni elettorali, il cocente rimorso per un umido starnuto piovuto per errore sulla testa del superiore, e la conquista di un’ormai irrinunciabile licenza elementare. Il suo antagonista, la sua bestia nera, colui che lo farà fallire su tutti e tre i fronti, è Palocco, il personaggio interpretato da Alberto Sordi.
Il signor Palocco è un influente concittadino del direttore generale, un corpulento ragazzone di provincia legato evidentemente allo scudo crociato. La sua ossessione il completamento della casa-museo di Calogero Belloni, «il più grande maestro del mondo», gloria e vanto della cittadina di Prato Basso; l’iniziativa voluta dal sindaco, zio fraterno di Palocco, permetterebbe ai visitatori di vedere tutto ciò che venerato maestro («oh anima mia in cuor suo! ») ha lasciato fra i mortali prima di volare in cielo, dalle pantofole agli occhiali. Mancherebbe solo il suo pappagallo tricolore, un pennuto che sapeva recitare tutti gli inni della patria, ceduto a parenti del maestro e poi a uno zoo: è lui l’ultimo importante tassello del museo commemorativo, e il direttore generale, che ha in Prato Basso un importante feudo elettorale, ci tiene che venga ritrovato. Si scopre però che l’uccello, sorpreso a intonare Giovinezza, è stato «barbaramente fucilato» dai partigiani, e Pappalardo cerca allora di addestrarne un altro, sperando di farlo passare per quello scomparso. Lo stratagemma finisce in un disastro che, aggravato dalla questione dello starnuto a teatro, porta Pappalardo davanti a una commissione scolastica: senza la licenza elementare incombe iI licenziamento. Consapevoli della sua ignoranza, gli esaminatori promuoverebbero il povero diavolo, che dopo trent’anni di servizio rischia la fame, ma all’ultimo momento si siede fra loro il perfido Palocco, che lo boccia senza pietà. Pappalardo gli fa un occhio nero e gli spacca qualche dente, quindi ammette il fallimento: per sostentare la famiglia si risolve a morire, in modo da suggerire in sogno alla moglie i numeri vincenti al lotto; e per risparmiare sul funerale si reca al camposanto a piedi. In Paradiso troverà almeno comprensione nell’Onnipotente.[2]

Sordi e Totò in Totò e i re di Roma, di Steno e Monicelli, 1951

Gli sceneggiatori effettivi erano Steno e Monicelli, anche se i titoli di testa indicano come fonte del soggetto due novelle di Anton Checov , La morte dell’impiegato ed Esami di promozione, e menzionano come autori della sceneggiatura Steno Monicelli, Ennio De Concini, Dino Risi e Peppino De Filippo.
Ma come andò fra i due sul set?
Ce lo raccontano i due registi. Monicelli : «… C’ era da parte di Sordi che  cominciava allora a farsi strada, un grande rispetto. Me Io ricordo anzi  mi è rimasto impresso, un grande… come posso dire, piacere. Si sentiva molto contento di lavorare e di avere un rapporto professionale con Totò, e capiva che questo gli sarebbe stato molto utile… Chiaramente c’era molto rispetto  da parte di tutti i giovani verso Totò, e Totò era anche molto carino verso di lui, gli disse subito “Diamoci del tu” . Poi è durato poco, eh, è stato roba di tre giorni”.  Steno diceva che il principe «stimava molto Peppino e Fabrizi, grandissimi attori che hanno lavorato con Totò, non erano affatto “spalle”, facevano con lui dei duetti straordinari. L’unico con cui non aveva ancora fatto niente, ma che capì subito che sarebbe stato un grande attore era Sordi. Apprezzò molto Sordi, tant’è vero che facemmo Totò e i Re di Roma in cui c’era anche Sordi e si capiva che era un po’ una lotta di titani». Si badi: non un “incontro” ma una lotta…
Sappiamo che la collaborazione tra i due fu piuttosto travagliata.
D’altra parte, al di là della gelosia professionale i due avevano modalità molto diverse di concepire la comicità: Totò andava verso la maschera, mentre  Sordi restava molto legato alla realtà sociale.
Le sequenze in cui Sordi e Totò condividono l’inquadratura sono in tutto quattro, ma Totò che aveva fiutato in Sordi un grosso attore, non poteva non accorgersi che in certe uscite Palocco rischiava di cancellare Pappalardo.
Il film ebbe anche problemi non indifferenti con la censura. L’esempio più noto riguarda una scena in cui Pappalardo, dovendo rispondere a Palocco sul significato della parola pachiderma , equivoca i suggerimenti mimici di un  membro che fa gesti di grandi orecchie e nasi lunghi , ed esclama De Gasperi! Al che Palocco grida indignato a Pappalardo : Vedo che non  ha perso l’abitudine di insultare i suoi superiori, denunciando così la sua fede democristiana. Nel film giunto a noi al posto di De Gasperi, Totò dice Bartali, facendo perdere del tutto la connotazione politica della battuta originale.
Il presentimento di Totò trovò un riscontro reale quando Steno gli fece vedere in anteprima alcuni brani del nuovo film che stava girando con Sordi : Un americano a Roma. Sembra che ebbe una crisi spaventosa che lo portò a cacciare Mattoli, e a prendere Mastrocinque: aveva realizzato che la comicità moderna di Sordi era quella vincente.
Dopo il film girato insieme, quindi, non ci fu un seguito. O meglio a un certo punto si sentì parlare di un Totò e figlio , imperniato sul confronto tra il principe napoletano e il ragazzone di Trastevere, in due  diverse generazioni della stessa famiglia, una trovata analoga a quella che anni dopo Sordi recupererà con Verdone in In viaggio con papà
Ma Sordi che aveva cominciato ad assaporare il successo, difficilmente avrebbe accettato di girare un altro film che avesse Totò nel titolo. Di fatto non se ne fece niente e gli annunci cinematografici sostituirono Totò e figlio con Totò all’inferno.
I due mattatori erano troppo diversi per entrare in sintonia, come ha detto lo stesso Sordi: Io il mio personaggio l’ho fatto, l’ho creato, lui è nato proprio così.

[1] Così erano considerati all’epoca anche i film di Totò.

[2] I brani riportati in corsivo sono tratti dal libro di Alberto Anile. Alberto Sordi. Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, 2020

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