Le sorelle Macaluso: una vita in bilico tra bagliore e oscurità

Le sorelle Macaluso,2020 di Emma Dante

di Letizia Piredda

L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle: Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina alla periferia di Palermo dove vivono da sole senza genitori, allevando piccioni.

Un inizio folgorante, un susseguirsi di immagini irruente, vitali, colorate e in continuo movimento. Una giornata al mare che si risolve in tragedia. “Una famiglia in movimento che entra e esce dal buio” come le ha descritte la stessa Emma Dante, la regista. Non è un caso che il film inizia con l’apertura di un buco nel muro da cui filtra una luce improvvisa e da dove le cinque sorelle spiano qualcosa che noi non vediamo, forse il mare.

E il ritmo del film ci prende alla sprovvista: non facciamo in tempo a familiarizzare con i visi delle protagoniste da giovani che subito ce le ritroviamo adulte e poi vecchie.

Alcune scene tratte dal film

Una narrazione contratta, fortemente ellittica, che procede per flash, seguendo le regole con cui si formano e affiorano i ricordi. Un film di ricordi, di contrasti appunto, con un’attenzione particolare  agli spazi aperti e agli spazi chiusi, agli spazi pieni e agli spazi vuoti: la casa come nido, come la colombaia in alto, come luogo di protezione, ma anche come prigione da cui si cerca di evadere. E la stessa casa la vediamo abitata, con le grida i litigi feroci, con i pranzi movimentati, con le letture di  Katia, e poi disabitata, con i mobili e gli oggetti. E poi ancora completamente sgombra, senza più voci, senza più storia: solo i segni alle pareti a parlare delle loro vite. Ma anche un film dove i sogni e le aspirazioni, non cedono il passo di fronte  alla durezza della realtà quotidiana. E infine un film dove la perdita iniziale si trasforma in un opprimente senso di colpa, come un velo calato per tutta la durata della vicenda.

Il film è la trasposizione dell’omonima pièce teatrale, pluripremiata per la forza espressiva che veicola: e anche nel film il linguaggio del corpo ha un ruolo centrale, che prevale nettamente su quello verbale. Le attrici, tutte di grande bravura, hanno provato per due settimane per trovare i gesti, i movimenti , le espressioni adattandole, bilanciandole man mano con quelle delle altre.

Difficile arrivare a coniugare con la stessa potenza espressiva, come invece succede in questo film, leggerezza e tragedia, un frullio d’ali bianche e un funerale.

Film da vedere

Giudizio: ****  (da 1 a 5)

Informazioni su Letizia Piredda 122 Articoli
Letizia Piredda ha studiato e vive a Roma, dove si è laureata in Filosofia. Da diversi anni frequenta corsi monografici di analisi di film e corsi di critica cinematografica. In parallelo ha iniziato a scrivere di cinema su Blog amatoriali. Collabora con Longtake.
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Daniele Ferrari Toniolo

Brava Letizia..continua così