di Biagio Prontera
D: Partiamo dall’inizio. Gli esordi, i primi passi. Com’era il giovane Massimo Bonetti che si
affacciava al mondo della recitazione e quanto di quella persona riconosci ancora in te oggi?
R: Il giovane Bonetti… sto scrivendo un libro, e c’è già tutto nella sintesi del titolo: “Ero borgataro
ma recitavo Shakespeare”. Le zone che frequentavo erano la Tuscolana, Cinecittà… Ero un ragazzo
spensierato, tranquillo, tutto ruotava intorno al calcio, ero anche bravo. Ero nella squadra allievi
della Lazio, ma romanista di cuore (ci tiene a specificarlo ndr). La licenza liceale non l’ho finita
proprio per il calcio. A diciotto anni ho smesso per tanti motivi, piccoli incidenti, infortuni e mi
sono ritrovato in questo mondo dello spettacolo. Del primo Massimo è rimasto tutto: vivo il
quotidiano, non abbandono lo spontaneo, l’istinto. Non sono uno stratega. Il talento, se c’è, esce
sempre fuori.
Ho iniziato con piccole parti, battutine, ruolini, guardandomi intorno. Poi è arrivato Casotto con
Citti, Proietti e la Foster. Il ruolo era abbastanza corposo. Citti mi disse: “Ti ho preso perché ti
avrebbe preso Pasolini”, grande complimento. Da lì, finito di girare Casotto, mi sono ritrovato al
Piccolo di Milano a recitare “La Tempesta” di Shakespeare, diretto da Giorgio Strehler. Ero l’attor
giovane, facevo nel ruolo di Ferdinando. Una tournée mondiale che mi ha dato tante soddisfazioni
e mi ha fatto accumulare tanta esprienza. Poi ho fatto La notte di San Lorenzo, dei fratelli Taviani,
Una storia d’amore e d’amicizia, e poi tutto il resto: Pupi Avati, tre film con i Taviani, centoventi
film in totale.

D: Roma. La tua città è rimasta impressa nel tuo modo di stare davanti alla macchina da presa,
nella cadenza, nel corpo, nel ritmo. Quanto ha pesato la romanità nella costruzione della tua
identità di attore?
R: Riprendendo il titolo del libro: l’italiano lo uso come uso l’inglese, con tante inflessioni —
toscane, siciliane. Mi piace usarlo come escamotage per essere credibile come personaggio. Se sei
troppo corretto perdi spontaneità, mentre se lasci entrare un dialetto dai una connotazione
precisa.
D: Massimo Troisi. Un nome che per te non può essere solo un nome. Com’era stare accanto a lui,
in scena e fuori?
R: La passione per il calcio ci ha uniti. Io sono entrato nella Nazionale Attori e ci siamo conosciuti lì.
Ci siamo poi ritrovati ne “Le vie del Signore sono finite”, dove lo affiancavo in molte scene.
Passavamo giornate intere insieme, con lui è stata una grande amicizia, interrotta solo dalla sua
morte.
D: Troisi aveva una leggerezza che nascondeva abissi. Da collega che l’ha frequentato davvero: c’è
qualcosa di lui che il grande pubblico non ha mai visto o capito fino in fondo?
R: No, penso che il grande merito di Massimo sia stato quello di essere sempre schietto, pieno di
ironia. Passavamo giornate intere insieme, ma non l’ho mai sentito parlato male di nessuno.
Straordinario. Sono grato di averlo avuto come amico. È stato un grande, un grande davvero.


D: Ad un certo punto nella tua carriera arriva Pupi Avati. Un universo completamente diverso.
Come ti sei trovato dentro quel mondo, tu che vieni da un’altra geografia emotiva?
R: Benissimo. Ho una stima infinita per Avati, mi chiama sempre quando sta per intraprendere un
nuovo progetto. Adesso farà una serie TV Rai, “Gotico Padano”, e io farò un bel personaggio, a
giorni avremo la prova costumi. Lui è particolare. Ci siamo conosciuti con Ultimo minuto, dove ho
dato prova delle mie abilità da calciatore, e da lì ho fatto otto film con lui.
D: Per anni “La Squadra” è entrata nelle case degli italiani con una frequenza quasi quotidiana per
ben 8 stagioni. Tu interpretavi il personaggio principale, l’ispettore Pietro Guerra. Non avevi paura
che dopo tanti anni quel personaggio sarebbe stato troppo ingombrante per avere altre parti?
R: Non ho mai avuto paura che il personaggio mi restasse addosso per sempre. Sono sempre io
che do me stesso. Quando toglievo i panni di Pietro Guerra, tornavo ad essere semplicemente me
stesso. Do tutta la mia anima ad un personaggio, ma resto quello che sono, non subisco nulla.
D: Parliamo di Even di Giulio Ancora. Cosa ti ha convinto ad accettare questo progetto?
R: Mi ha subito abbracciato. Ancora è molto bravo, ci tengo a dirlo. Molto preparato. Quel film
esplora tematiche forti e, pur essendo un’opera prima, Giulio (Ancora) si è dimostrato più che
all’altezza, anzi…

D: Fuori dal set, fuori dal personaggio: chi sono le persone che contano davvero? Il cinema crea
amicizie vere o spesso costruisce solo prossimità temporanea?
R: Esattamente così, hai colto nel segno. Le amicizie vere sono pochissime. Tengo moltissimo alla
mia famiglia, a mia moglie Giusi che dodici anni fa mi ha fatto diventare padre. Non frequento il
cinema delle serate, dei lustrini, dei circoli. Non mi è mai piaciuto, anche perché non volevo essere
risucchiato e tirato dentro a produzioni e film che non danno spazio alle idee. Col senno di poi,
posso dire di essere contento di esserne rimasto fuori.
D: Il cinema italiano oggi. Tu che lo hai attraversato in stagioni molto diverse, sei ottimista o
pessimista? Cosa si è perso e cosa invece, inaspettatamente, resiste?
R: Posso dire che non danno spazio a registi bravi e pieni di idee. Mi viene da pensare, oltre al già
citato Ancora, anche a registi con cui ho lavorato, come Alessandro Bencivenga, Luca
Guardabascio, molto bravi. Con Bencivenga ho fatto un film molto bello, “L’invisibile filo rosso”,
con, tra gli altri, Ornella Muti, Antonio Catania, Lello Arena. Un film bello che affronta una
tematica difficile come la malattia mentale. Purtroppo viene da pensare che questi registi non
fanno parte del circolo giusto, e quindi nel cinema industriale non esistono. Se non fai un certo
tipo di film o non scendi a compromessi è come se non esistessi. Il cinema italiano di oggi è un
cinema del compromesso, fatto di interessi, non c’è amore, c’è l’interesse di fare soldi, in una
continua autocelebrazione di se stesso e di un certo tipo di interpreti. Preferisco il cinema
indipendente: difficile da fare, ma che ti dà soddisfazioni più grandi a livello professionale. Tra gli
altri, ho avuto l’occasione di girare l’ultimo film di Stefano Veneruso, nipote di Massimo Troisi, dal
titolo “Gli anni del padre”. Uscirà prima all’estero, in versione originale inglese, ma abbiamo
appena finito di doppiarlo.
Ho avuto grandi maestri, ma anche adesso, nelle produzioni indipendenti, sto trovando persone
capaci.
D: Sogni, progetti, cose ancora da fare. C’è un ruolo che sente come un debito con sé stesso, un
personaggio che l’ha sempre chiamato e a cui non ha ancora risposto?
R: Uno su tutti: avrei voluto fare Rugantino. Pensavo di essere quello giusto. Certo, lo avrei fatto
all’epoca, all’età giusta, ora sarei il nonno di Rugantino (ride), ma è un personaggio che mi è
rimasto nel cuore e avrei voluto fare, anche come esperienza teatrale.
D: Una cosa sola, per chiudere. Se potesse dirla a un ragazzo che oggi vuole fare l’attore, una verità
senza filtri, quella che nessuno gli dirà, quale sarebbe?
R: Spero che tu abbia talento. Da quello arriva tutto. Sfrutta tutte le occasioni per dimostrarlo. Se
senti il desiderio di fare l’attore, devi essere consapevole di poterlo avere. Il talento è come un
diamante grezzo, con gli anni poi si affina, ma non si inventa dal nulla.
Grazie Massimo, veramente un piacere fare questa chiacchierata.
Ci vediamo presto sul grande schermo!
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