Maborosi (1995)di Hirokazu Hore-eda

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Questo film è un documento sulle luci e ombre che vivono in una donna.

di Letizia Piredda

Maborosi in giapponese significa “luce fantasmatica”, un’illusione ottica, un inganno della luce. L’espressione richiama l’idea del fuoco fatuo: una presenza seducente e misteriosa che appare a chi è tormentato dal dubbio e dalla sofferenza, come accade a Yumiko, la protagonista del film. È una luce rivelatrice e insieme ingannevole, capace di attirare verso qualcosa di inspiegabile.
Dietro la vicenda privata raccontata da Hirokazu Kore-eda si apre così una riflessione più ampia sull’assenza, sul lutto e sull’impossibilità di comprendere fino in fondo la morte. Da poco sposati e con un figlio appena nato, Yumiko (Makiko Esumi) e Ikuo (Tadanobu Asano) sembrano formare una coppia serena e spensierata. L’idillio si spezza improvvisamente quando Ikuo muore, apparentemente suicidandosi sotto un treno. Anni dopo, Yumiko tenta di rifarsi una vita accettando un matrimonio combinato, ma il gesto del marito continua a perseguitarla: il dolore non si placa e la domanda sul perché resta senza risposta.
Ispirato a un romanzo breve di Teru Miyamoto, Maborosi segna l’esordio nel cinema di finzione di Kore-eda, già autore di importanti documentari televisivi nei primi anni Novanta, tra cui quello dedicato a Hou Hsiao-hsien ed Edward Yang, maestri del nuovo cinema taiwanese. Fin da questo primo film emergono con chiarezza i temi che attraverseranno tutta la sua opera: la memoria, la famiglia, la distanza emotiva, il lutto e il peso invisibile dell’assenza.

Lo stile visivo è rigoroso e contemplativo. Kore-eda utilizza quasi esclusivamente luce naturale e movimenti di macchina ridotti al minimo; predilige campi lunghi e medi, mentre i primi piani sono rari. La macchina da presa resta distante dai personaggi, ma proprio questa distanza permette di coglierne meglio il dolore. I silenzi, le sospensioni e gli spazi vuoti diventano parte integrante della narrazione. Tutti questi elementi insieme alla sostanziale assenza di controcampi e alla struttura ellittica del racconto richiamano il cinema di Yasujirō Ozu.

La fotografia, i cromatismi e il rapporto con la natura trasmettono continuamente gli stati d’animo dei personaggi. Il paesaggio assume un valore semantico: il mare, i cieli, le ombre e le luci sembrano riflettere interiormente il vuoto lasciato dalla perdita. La successione di luce e oscurità richiama da un lato lo scorrere stesso della pellicola cinematografica, dall’altro espone lo spettatore al potere seduttivo della luce, a quel miraggio che forse ha attirato Ikuo verso la morte. Non è difficile cogliere qui echi di registi come Wong Kar-Wai o Wim Wenders nell’attenzione alle atmosfere sospese e alla malinconia del tempo che scorre. Ma c’è anche un richiamo esplicito a Kieslowski, e in particolare a La doppia vita di Veronica, quando il bambino sul treno guarda il mondo attraverso una pallina colorata.


L’insistenza sui treni — elemento che tornerà anche nei film successivi del regista — assume il valore di un oscuro presagio: il treno è insieme destino, separazione e attrazione fatale.
Maborosi è un film costruito sui nodi mai sciolti, sull’inspiegabilità della morte e sul “germe dell’assenza” che continua a vivere dentro chi resta. Kore-Eda sembra suggerire che la morte sia soprattutto un problema dei vivi: non a caso la scomparsa di Ikuo, che avviene dopo appena venti minuti, diventa un dispositivo narrativo per raccontare non chi muore, ma chi è costretto a continuare a vivere.
Nel finale, il nuovo marito di Yumiko le racconta della confessione del padre, attratto anni prima da una misteriosa luce proveniente dal mare: il maborosi, il miraggio, il raggio d’illusione. Sono parole semplici ma quasi guaritrici, perché aiutano Yumiko ad accettare l’impossibilità di comprendere davvero e, allo stesso tempo, a iniziare finalmente l’elaborazione del lutto.
Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1995, il film vinse l’Osella d’oro per la miglior regia, imponendo immediatamente Kore-Eda come una delle voci più sensibili e poetiche del cinema contemporaneo.
E noi restiamo sorpresi e senza parole di fronte a un film così elaborato, così stratificato e così coinvolgente sul piano emotivo, pensando che è un’opera prima, l’esordio di un regista, Kore-Eda, che sulle tracce di Ozu, diventerà uno dei più grandi registi giapponesi.

Informazioni su Letizia Piredda 225 Articoli
Letizia Piredda ha studiato e vive a Roma, dove si è laureata in Filosofia. Ha frequentato per diversi anni Corsi Monografici di Analisi di Film e più di recente Corsi di Critica Cinematografica presso Sentieri Selvaggi, Longtake e La Critica ritrovata. Ha tenuto Seminari su tematiche di cinema presso l’Università di Perugia. Da 3 anni collabora con il sito Longtake. Ha vinto il Concorso di Critica Cinematografica over30 nell’ambito del Longtake Film Festival 6 Edizione, 2024. Ha curato e scritto il volume Kieślowski: vivere con attenzione (Amazon Edizioni, 2025), di Letizia Piredda, Martina Cossia Castiglioni, Pino Moroni, Giulia Pugliese.

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