La storia raccontata dai film

La Fame nel cinema italiano, seconda parte

di Gianni Sarro http://www.ponzaracconta.it/s=gianni+sarro+la+fame+nel+cinema+italiano+seconda+parte&submit.x=16&submit.y=5

I soliti ignoti e Il sorpasso

Iniziano gli anni cinquanta, la breve ed intensa parabola del Neorealismo si esaurisce, ma la semina è stata feconda e il raccolto generoso. Il cinema italiano s’avvia a conoscere la sua età dell’oro; da un lato crescono e si affermano registi come Fellini e Antonioni, dall’altro Risi e Monicelli, mentre tra gli sceneggiatori comincia ad apparire il nome di un giovane venuto dal sud, si chiama Ettore Scola e ne riparleremo a breve.

Il nostro viaggio cine-culinario arriva al 1958, anno in cui esce un altro capolavoro I soliti ignoti, diretto da Mario Monicelli che ha al suo attivo già un bel numero di film, alcuni di ottima fattura, come Totò e Carolina, del 1955.
Il nostro cinema ha inaugurato quel fortunato filone che Lino Miccichè ha brillantemente definito come Commedia all’italiana, genere contenuto nel macro-genere della Commedia, le cui caratteristiche sono quelle di avere un’accentuata attenzione verso le problematiche sociali declinate in una comicità a volte così aspra e corrosiva, da risultare più efficace di tanti pensosi pamphlet.
Il Belpaese ritratto nella prima Commedia all’italiana è ancora segnato dagli sconci della guerra e del ventennio fascista, si vive un po’ meglio dell’immediato dopoguerra, ma la miseria è ancora tanta, e la fame anche.

In questo senso I soliti ignoti è un film ponte, che unisce due Italie, quella dell’immediato secondo dopoguerra, rurale, povera, profondamente analfabeta, con quella sull’orlo dell’effimero boom degli anni ’60. Emigrazione interna e tv hanno in un modo o nell’altro amalgamato gli italiani. Comincia a diffondersi un tenue benessere, ma si palesano anche contraddizioni sociali che esploderanno da lì a poco.
Il film di Monicelli va ricordato anche per la consacrazione di quello che è uno dei più grandi attori di teatro del momento, ma che col cinema non ha ancora instaurato un grande feeling, Vittorio Gassman.
Tuttavia la maschera che c’interessa di più è quella del napoletano Capannelle (Carlo Pisascane (sic!), ma pochi lo conoscono col suo nome!): con la sua fame atavica ci racconta che l’Italia è abitata da sacche di povertà dove il riempire la pancia è ancora il primo problema.

Capannelle ha sempre fame, come vediamo nella scena corale dove Mastroianni ha in braccio il figlioletto e Capannelle sgraffigna qualche biscotto dell’infante. Comico, sicuramente, ma anche graffiante, nel suo affermare che il primordiale bisogno di mangiare è tutt’altro che sotto controllo.

Il momento clou il film lo raggiunge nell’indimenticabile finale. La scalcinata banda di ladri (tra gli interpreti a far compagnia a Gassman e Capannelle troviamo Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Tiberio Murgia e Totò) decide di rapinare un Monte di Pietà, la cui sede confina con un appartamento. Architettano il colpo in ogni minimo dettaglio, forano la parete di un appartamento vuoto che confina con la cassaforte, ma si ritrovano nella cucina dello stesso appartamento. La rapina è andata male, ma il gruppo di scalcinati ed inadeguati ladruncoli può almeno consolarsi con un piatto di pasta e ceci.

La scena è costruita magistralmente da Monicelli: il gruppo di scassinatori capitanato da Gassman è riunito in una stanza e ha costruito un complicato marchingegno per abbattere la parete che li divide dalla cassaforte. Quando la tensione raggiunge il climax Peppe er pantera (Gassman) chiede a Capannelle di andargli a prendere un bicchiere d’acqua. Passano alcuni secondi, la parete crolla… e cosa vediamo? Capannelle in cucina! I nostri hanno buttato giù la parete sbagliata. Ma l’aspetto che ci interessa di più è quello che vede chi altri se non l’affamato cronico Capannelle nel tempio del cibo, ossia la cucina.


Tre anni dopo, è il 1961, esce Il sorpasso, Risi mette in scena un’italietta spensierata e cicaleggiante, quella dell’effimero boom dei primi anni sessanta che ha il volto bello e sfrontato di Vittorio Gassman.
Risi incanaglisce la maschera comica che Monicelli aveva costruito per il Mattatore ne I Soliti Ignoti: più che velleitario ed ingenuo qui Gassman è cinico, furbastro, affabulatore.
Tra gli sceneggiatori del capolavoro di Risi troviamo Ettore Scola.

L’Italia ha raggiunto il benessere, il film è ambientato a Ferragosto, giorno di festa deputato allo svago e all’abbuffata. Nell’itinerario che compiono i due protagonisti (Trintignant affianca Gassman) – non dimentichiamo che Il sorpasso è un road-movie – trattorie, picnic, feste campagnole, banchetti in spiaggia fanno da fil-rouge. Tuttavia Bruno e Roberto sembra destinati a non riuscire a mangiare; vuoi perché un ristorante è chiuso, vuoi perché un altro è pieno, la loro ricerca sembra destinata a rimanere frustrata. I due occasionali amici arrivano così a Civitavecchia dove finalmente soddisfano il loro stomaco.


La scena del pranzo è ambientata in due spazi, la cucina dove l’inarrestabile Bruno s’introduce a portare scompiglio e poi nella terrazza dove ci sono i tavoli. Il pranzo è servito sotto forma di un’appetitosa zuppa di pesce, ma il cibo, nel momento in cui è stato raggiunto, sembra perdere l’importanza che aveva nei primi tre film che abbiamo analizzato. Infatti i due protagonisti siedono al tavolo distratti, Gassman alterna un boccone ad una boccata di sigaretta, mentre vagheggia una breve avventura con la cameriera del ristorante. Trintignant sbocconcella il suo piatto svogliatamente, mentre è perso dietro pensieri crepuscolari.

Un atteggiamento impensabile per Pina in Roma città aperta, per il piccolo Bruno in Ladri di biciclette, per Capannelle in I soliti ignoti, che avevano per il cibo un rispetto ai limiti della venerazione, davanti al pane, alla mozzarella in carrozza o alla pasta e ceci non c’era spazio per nient’altro, per nessuno.

Qui da YouTube la scenetta del passaggio al “villico” col sigaro puzzolente. Il film ‘lanciò’ tutta una serie di modi di dire, già il termine ‘villico’, ma anche… “Nun core ’sta machina” …quante volte l’abbiamo sentito?
Lo stesso “villico” poi passò alla televisione a fare la pubblicità dell’uovo da bere:



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