La vera storia della corazzata Potëmkin (1)

Dedicata a Giacinto Pinto, corrispondente Rai[1]

a cura di Tano Pirrone

Le cazzate millenariste del popolo bue rischiano veramente di far danni irreversibili, non tanto a noi, che il nostro tempo lo abbiamo vissuto felicemente e pienamente, ma quanto per le generazioni che ci seguono e che pensano di aver trovato nelle ideologiche abluzioni nella sterilizzata storia riscritta ad usum delphini la loro salvezza. Vadino vadino, ma non a nome nostro… jamais!

Fra tanti casi, di uno oggi ci preme parlare: di un film importantissimo e conosciutissimo, soprattutto per la pessima propaganda fatta dall’ex compagno duplex “Ugo Villaggio/Paolo Fantozzi”. Il film, per la verità, non fu e non è una “cagata pazzesca”, lo fu invece l’uso propagandistico, di sempliciotta banalissima qualità, fatto da chi saccentemente pensava di far transitare indenne un capolavoro della cinematografia a labaro di movimenti sedicenti rivoluzionari. Leggerete, quindi de La corazzata Potëmkin, del suo grande visionario regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, dei motivi per cui fu commissionato, delle difficoltà che si incontrarono per realizzarlo. Lo faremo non brevemente perché la brevità è spesso virtù saccente ed apodittica; speriamo non far alzare nelle retrovie dei fruitori borbottii non graditi e pochissimo originali commenti. Ad ogni buon conto siamo dotati di sufficiente residuale modestia e onestà, oltre che della necessaria conoscenza e capacità del suo uso per non cercare di riscrivere una storia già scritta mille volte e che nella versione pubblicata sul sito de Il cinema ritrovato è magnificamente esposta, lineare, documentata da una penna collettiva di grandi della storia e della critica cinematografica. I loro nomi sono richiamati nelle note, insieme con un breve cenno biografico. Grazie a loro, alla Cineteca[2], ai denigratori che ci hanno spinto all’odierna fatica, agli indomiti lettori, che entreranno per sempre nei nostri cuori, stanchi ma necessitati a pompare idee, energia, parole…

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«Nel 1925 l’Unione Sovietica festeggiava il ventennale della sua prima rivoluzione. Era la prima celebrazione del nobile prologo alla rivoluzione d’Ottobre. In marzo venne avviato un ambizioso progetto cinematografico chiamato 1905, e il ventisettenne Sergej Ejzenštejn fu chiamato a dirigerlo. Si pensava a un racconto articolato e d’ampio respiro, che contenesse vari episodi dedicati agli avvenimenti del 1905; il tempo a disposizione era però davvero troppo esiguo, solo nove mesi complessivi di lavorazione: l’uscita del film era programmata per l’ultimo giorno dell’anno[3].»

«In poche settimane il giovane regista elaborò con la scrittrice armena Nina Agadžanova-Šutko uno scenario, un grande affresco in sei episodi che tracciava la storia dell’anno dalla guerra russo-giapponese all’insurrezione armata di Mosca. Più che di una vera sceneggiatura si trattava, come poi scrisse lo stesso Ejzenštejn, di “un grande quaderno d’appunti, un gigantesco riassunto” dov’erano annotati i risultati di ricerche accanite e minuziose su un’epoca. L’episodio della Potëmkin era delineato in dieci righe. Il 31 marzo Ejzenštejn e il suo operatore Eduard Tissé cominciarono a girare a Leningrado un primo episodio sullo sciopero generale rivoluzionario, ma il cattivo tempo costrinse la truppa cinematografica a spostarsi a sud, sulle rive solatie del Mar Nero. Intanto avevano compreso che l’impresa, come era prevista dallo scenario, era superiore alle loro forze e al tempo a disposizione: bisognava decidersi a scegliere uno dei sei episodi e fare il film su quello. Secondo i piani di lavorazione a Odessa si dovevano girare due brevi episodi: uno sciopero di portuali e le dimostrazioni dopo l’ammutinamento della Potëmkin; per questo avvenimento erano previste soltanto 42 delle 800 inquadrature della sceneggiatura [4].»

Le riprese iniziarono all’inizio della primavera, a Leningrado e non a Odessa. Nina Agadžanova-Šutko continuava intanto a scrivere la sceneggiatura. Il tempo era pessimo e le riprese accumularono subito molto ritardo. La scadenza si avvicinava giorno dopo giorno e la pressione su di noi aumentava sempre più. Alla fine gli esperti di Leningrado ci consigliarono di spostarci per qualche tempo a sud, dove avremmo completato le riprese di una delle sottotrame del film. Potevamo tornare a Leningrado appena il tempo fosse migliorato. Così ci spostammo a Odessa e ci sistemammo all’Hotel London. Fu là che Ejzenštejn scrisse la sceneggiatura che sarebbe diventata La corazzata Potëmkin. Non tornammo più a Leningrado [5].

Anche se in origine la rivolta del Potëmkin era solo un breve episodio dell’ampio progetto 1905, che non fu mai realizzato, non c’è il minimo dubbio che Ejzenštejn lo avrebbe comunque inserito nell’opera. Posso dirlo con sicurezza perché ricordo bene che una notte si presentò tutto agitato nell’appartamento che condividevamo. Aveva passato l’intera giornata alla Biblioteca Lenin e aveva trovato un numero del giornale francese “Illustration” con un articolo sulla rivolta e un disegno sulla famosa scena della scalinata di Odessa. Quello che successe su quella scalinata, o meglio quello che non successe – dato che la scena è storicamente assai ambigua – gli sembrava contenere in sé tutte le possibilità. Sentiva che un singolo episodio poteva dire ben di più che l’insieme di tutte le vicende. Così, appena sistemati a Odessa, la prima cosa che fece fu uscire e andare a vedere la scalinata con i propri occhi. Non fu deluso da quello che vide [6].

La scalinata di Odessa diventò l’immagine che riassumeva la rivoluzione ‘incompiuta’ dell’anno 1905, e il massacro sulla scalinata diventò il teatro della crudeltà dove si traduceva in forma visiva tutta la necessità della rivolta, tutto il dolore e la sofferenza che il popolo dovette patire in quegli anni di oppressione. Anni dopo, nei suoi scritti, Ejzenštejn avrebbe riflettuto su come un elemento, un episodio, in quanto rappresentativo, possa riassumere tutto. La carne andata a male è un’immagine della situazione disumana in cui vivono operai e soldati: un dettaglio che comunica tutto il necessario. La scena sulla poppa della nave rappresenta in forma sintetica la crudeltà dello zarismo e la viltà degli opportunisti, mostrando lo zelo servile dei ‘compagni’ a cui è stato ordinato di umiliare gli altri. Il funerale del marinaio Vakulinčuk porta l’eco delle tante celebrazioni luttuose in onore dei defunti della rivoluzione. Nella sequenza della scalinata convergono ricordi della rivolta di Baku, della Domenica di sangue di San Pietroburgo, dell’eccidio e dell’incendio del teatro Tomsk. E alla fine, lo scivolare vittorioso della corazzata davanti alla flotta è il culmine della ‘tragedia ottimista’ che è La corazzata Potëmkin, e concentra in sé il senso della rivoluzione dell’anno 1905 [7].

La Dodici Apostoli

A Sebastopoli, non lontano da Odessa, era ancorata la corazzata Dodici apostoli, gemella della Potëmkin, smantellata e adibita a deposito di mine. A bordo dell’arrugginita carcassa, non senza rischi (“Mine, mine, mine… tutto il nostro lavoro di ripresa si svolse all’insegna di questi temibili arnesi. Vietato fumare. Vietato correre. Vietato perfino restare sul ponte quando non era strettamente necessario”) furono girate le scene del cassero e dell’ammutinamento. Un’altra nave, l’incrociatore Komintern, fu usata per la scena della carne putrefatta e per gran parte delle altre sequenze per le quali era necessaria una nave in piena attività di servizio. La sequenza dell’incontro finale con la flotta fu costruita con immagini di vecchi cinegiornali d’attualità sulle manovre navali di una flotta straniera, probabilmente britannica; l’episodio dei preparativi al combattimento fu realizzato su una nave immobile: il movimento nasce dal montaggio. Il talento creativo di Ejzenštejn, l’efficienza tecnica di Tissé, l’entusiasmo di tutti permisero di girare uno dei capolavori del cinema muto in dodici settimane, tempo piuttosto breve se si tiene conto dell’alto margine di improvvisazione e della disorganizzazione produttiva [8].

Per girare un film, la cui azione si svolge su una corazzata, bisognava evidentemente disporre di una corazzata. E per raccontare la storia di una corazzata del 1905 bisognava, altrettanto evidentemente, che la nostra corazzata fosse del tipo che esisteva nel 1905. Ma in venti anni – eravamo nell’estate del 1925 – la struttura delle nostre navi da guerra si era completamente trasformata. D’altra parte, in quell’estate 1925 non si trovava una corazzata tipo 1905 né nella flotta del Baltico né in quella del Mar Nero. In particolare sul Mar Nero, dove le navi da guerra del tipo vecchio erano state condotte da Wrangel e demolite per la maggior parte. L’incrociatore Komintern ondeggiava gioiosamente nella rada di Sebastopoli. Ma, ahimè, non era affatto la nave che ci serviva. Non aveva la larga poppa caratteristica, teatro del celebre dramma che volevamo ricreare. Quanto al Potëmkin, era stato demolito molti anni prima. […] Tuttavia, i nostri servizi informativi – una cine-esplorazione – ci dissero che se il Principe Potëmkin di Tauride non esisteva più, esisteva ancora il suo gemello, altrettanto potente e celebre, la corazzata Dodici Apostoli. Incatenata, ormeggiata alla riva rocciosa, ancorata sul fondo sabbioso e invisibile del mare, la sua carcassa un tempo eroica oziava in una delle baie più nascoste di Sebastopoli. Là, nei profondi sotterranei che prolungano fin nelle viscere delle montagne le incrinature del golfo, giacevano centinaia e migliaia di mine.Ma non si vedevano più né torrette armate, né alberi, né bandiere, né plancia di comando sul dorso immenso di quella sonnolenta balena in sentinella. Il tempo aveva spazzato via tutto. Solo il suo ventre di ferro, che una serie di piani percorreva dall’alto al basso, risuonava del rumore dei vagoncini che portavano rotolando il pesante e mortale contenuto delle sue volte: mine, mine, mine. […] Ma il destino voleva che la balena d’acciaio si svegliasse ancora una volta. Un’altra volta doveva muovere i fianchi. Un’altra volta doveva volgere il naso, che pareva per sempre appiccicato alla montagna, verso il largo. La corazzata era davanti a quella montagna rocciosa, parallela ad essa. Né di fianco, né di fronte si poteva in alcun modo riprenderla, senza che come sfondo non comparissero nell’obiettivo le pesanti scogliere verticali. Ma l’occhio penetrante e acuto dell’assistente alla regia Kriukov, che aveva scovato il grande vecchio di acciaio nel labirinto della rada di Sebastopoli, intravide la possibilità di risolvere anche quella difficoltà. Con una rotazione di novanta gradi della sua carcassa, la nave veniva a disporsi perpendicolarmente alla riva, in modo che – ripresa dal davanti – il fondale veniva a cadere proprio in una fessura tra due scogliere e la nave sembrava stagliarsi con tutta la sua larghezza su un fondale di puro cielo! In altre parole, la corazzata sembrava essere in alto mare [9].


[1]  L’articolo è dedicato a Giacinto Pinto, corrispondente a Odessa della Rai in occasione della corrente invasione russa dell’Ucraina. In un servizio del TG1 il giornalista, pugliese di Lucera, Giacinto Pinto, travolto dalla foga professionale e da rigurgiti anticomunisti mai sopiti, ma pessimamente indirizzati, ha ricordato anche con video la strage fatta ad Odessa dai cosacchi dello Zar, ricordata enfaticamente da Ejzenstejn nel suo film La corazzata Potëmkin. Peccato che i militari impegnati non fossero sanguinosi bolscevichi, ma, appunto cosacchi dello Zar. Tutti possiamo sbagliare, per questo si fanno i controlli, ma non tutti hanno lo stesso impegno del lavoro che contraddistingue i nostri redattori: al TG1 e in genere alla Rai e, allargandoci, in tutto il pubblico impiego si tira a fare il minimo possibile, senza dare troppo fastidio a chi in qualche modo, un giorno potrebbe “vendicarsi”. La nuova Presidente(ssa) sta sempre in diretta e i sette vicedirettori del Tg1 e la pletora di caporedattori sono sempre impegnati in ben altro. Così la giornalista del Tg3 Maria Cuffaro non rimane sola nelle inesattezze, le quali hanno sempre una valenza politica: nei primi giorni dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, gridava scandalizzata alla prima guerra in Europa dopo il 1945, rimuovendo, così un decennio di stragi fratricide nella ex Jugoslavia. Ma che importanza ha: quel che conta è stare oggi sul pezzo!

[2]   La Cineteca di Bologna è una delle più importanti cineteche europee[1]. Nel 2012 si è trasformata in Fondazione Cineteca di Bologna[2], con il Comune di Bologna quale socio unico. La Cineteca conserva e restaura il patrimonio cinematografico per renderlo fruibile oggi e consentire la sua trasmissione futura.

[3]   Peter von Bagh, (Helsinki, 29 agosto 1943 – Helsinki, 17 settembre 2014) è stato storico del cinema, autore di svariati documentari e direttore di diverse manifestazioni cinematografiche. Figura fondamentale nella storia della Cineteca di Bologna ha contribuito a farne crescere l’autorevolezza internazionale.

[4]   Morando Morandini, (Milano, 21 luglio 1924 – Milano, 17 ottobre 2015) è stato un critico cinematografico, storico del cinema, giornalista e direttore artistico italiano.

[5] Grigorij (Vasil’evič) Aleksandrov, pseudonimo di Grigorij Vasil′evič Marmonenko; Ekaterinburg, 23 gennaio 1903 – Mosca, 16 dicembre 1983) è stato un regista e sceneggiatore sovietico. Ottimo attore, fu collaboratore per dieci anni di Sergej_Michajlovič_Ėjzenštejn nella direzione di film e nella scrittura di soggetti e sceneggiature, oltre che nel montaggio. In seguito diresse parecchie commedie musicali.

[6]  Maksim Štrauch, (Mosca, 24 febbraio 1900 – Mosca, 3 gennaio 1974) è stato un attore sovietico. Collaboratore con Ejzenštejn per il film Ottobre (1927).

[7]   Peter von Bagh.

[8] Morando Morandini.

[9] Sergej (Michajlovič) Ejzenštejn, (Riga, 23 gennaio 1898 – Mosca, 11 febbraio 1948) è stato un regista, sceneggiatore, montatore, scrittore, produttore cinematografico e scenografo sovietico, ritenuto tra i più influenti della storia del cinema per via dei suoi lavori rivoluzionari, per l’uso innovativo del montaggio e la composizione formale dell’immagine. Ha diretto capolavori della storia del cinema come La corazzata Potemkin, Alexandr Nevskij, Que viva mexico e Ottobre.

Vedi anche: La vera storia della corazzata Potëmkin (2)

Informazioni su Tano Pirrone 58 Articoli
Sono nato, in provincia di Siracusa, a Francofonte, l’antichissima Hydria dei coloni greci, quaranta giorni prima che le forze alleate sbarcassero a Licata. Era il 14 maggio 1943.
Ho fatto il liceo classico, ma non gli studi per giornalista, cui ambivo. Abbandonai senza patemi la giurisprudenza che non faceva per me, solidarizzando con Pascal, che afferma: «[…] la legge umana è la misura dell’umana imbecillità […])»
Ho lavorato a Palermo, in fabbrica, come impiegato amministrativo-commerciale; poi, trasferitomi a Roma per amore di mia moglie Paola, sono stato funzionario commerciale e Project Manager nel Gruppo Marazzi. Infine consulente d’azienda per Organizzazione Aziendale e Sistemi Qualità.
Vivo a Roma dal 1981; leggo, scrivo, curo le piante della mia terrazza, vedo gente, guardo film, vado a teatro, seguo le mostre. Sono faticosamente di sinistra; leggo soprattutto, dalla (sua) nascita, Repubblica e, da un anno, anche Il Foglio. Colgo fior da fiore e scrivo su Odeon, Ponza Racconta, Lo Strillo, RedazioneCulturaNews ed altri siti di cinema e teatro. Ho due figli, Francesco e Andrea, ed avevo un cane, Bam, che anche ora porto sempre con me dovunque vada. Sono stato incendiario ed ora sono ragionevolmente pompiere.
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