La vera storia della corazzata Potëmkin(2)

a cura di Tano Pirrone [1]

Le cazzate millenariste del popolo bue rischiano veramente di far danni irreversibili, non tanto a noi, che il nostro tempo lo abbiamo vissuto felicemente e pienamente, ma quanto per le generazioni che ci seguono e che pensano di aver trovato nelle ideologiche abluzioni nella sterilizzata storia riscritta ad usum delphini la loro salvezza. Vadino vadino, ma non a nome nostro… jamais!

Fra tanti casi, di uno oggi ci preme parlare: di un film importantissimo e conosciutissimo, soprattutto per la pessima propaganda fatta dall’ex compagno duplex “Ugo Villaggio/Paolo Fantozzi”. Il film, per la verità, non fu e non è una “cagata pazzesca”, lo fu invece l’uso propagandistico, di sempliciotta banalissima qualità, fatto da chi saccentemente pensava di far transitare indenne un capolavoro della cinematografia a labaro di movimenti sedicenti rivoluzionari. Leggerete, quindi de La corazzata Potëmkin, del suo grande visionario regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, dei motivi per cui fu commissionato, delle difficoltà che si incontrarono per realizzarlo. Lo faremo non brevemente perché la brevità è spesso virtù saccente ed apodittica; speriamo non far alzare nelle retrovie dei fruitori borbottii non graditi e pochissimo originali commenti. Ad ogni buon conto siamo dotati di sufficiente residuale modestia e onestà, oltre che della necessaria conoscenza e capacità del suo uso per non cercare di riscrivere una storia già scritta mille volte e che nella versione pubblicata sul sito de Il cinema ritrovato è magnificamente esposta, lineare, documentata da una penna collettiva di grandi della storia e della critica cinematografica. I loro nomi sono richiamati nelle note, insieme con un breve cenno biografico. Grazie a loro, alla Cineteca di Bologna[2], ai denigratori che ci hanno spinto all’odierna fatica, agli indomiti lettori, che entreranno per sempre nei nostri cuori, stanchi ma necessitati a pompare idee, energia, parole…

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Le riprese

L’atmosfera durante le riprese sulla scalinata di Odessa fu così agitata che un turista francese capitato sul posto, André Beucler, pensava che fosse di nuovo scoppiata la guerra civile. Dovevano essere continuamente affrontati nuovi e complessi problemi tecnici. Uno di essi aveva a che fare con la nave. Il set era la nave Dodici Apostoli, ancorata appena al largo della città di Odessa. La cinepresa non poteva sbagliare direzione nemmeno d’un centimetro, o si sarebbe infranta l’illusione di stare in mare aperto. Listelli e travi di legno compensato vennero utilizzati per creare un’immagine della corazzata che corrispondesse esattamente a quelle dei documenti d’epoca. Ejzenštejn stesso disse che tanta esattezza aveva un peso simbolico: la riproduzione scenografica del passato faceva capire che si partiva dalla storia vera [3].

La più famosa sequenza della storia del cinema, quella del massacro sulla scalinata, fu ripresa in una settimana: Ejzenštejn riprese personalmente la scena della carrozzella. tu costruito – fatto raro nel cinema russo di quel tempo – un carrello della lunghezza della scalinata; furono usate simultaneamente parecchie cineprese, tra cui la più leggera fu legata alla cintura di un assistente che, durante le riprese, correva, saltava, s’abbassava. Tutte le inquadrature della processione funebre furono completate in una mattina; l’intero dramma sul cassero fu filmato l’ultimo giorno. Le parti principali del film furono affidate agli aiutoregisti di Ejzenštejn che avevano fatto pratica di recitazione al teatro del Proletkult: A. Antonov (Vakulinciuk). Vladimir Barski (il capitano Golikov), Michail Gomarov (un marinaio), A. Levscin (un guardiamarina). Lo stesso Grigori Aleksandrov, primo degli aiutoregisti, interpretò la parte del comandante in seconda Ghiliarovski; per il personaggio del medico con gli occhialetti a molla Ejzenštejn scelse all’ultimo momento il fuochista dell’albergo di Sebastopoli dove alloggiarono per qualche giorno, e per quello del pope un vecchio giardiniere. Per molti anni corse voce che fosse stato lo stesso Ejzenštejn a interpretare il pope; la smentì egli stesso spiegando come fosse nata: il vecchio doveva cadere all’indietro per una scala, ripreso a piombo dalla cinepresa; il regista lo sostituì per quella scena pericolosa. Mentre Ejzenštejn si truccava, fu scattata una fotografia che fu poi pubblicata da diversi giornali [4].

https://distribuzione.ilcinemaritrovato.it/files/immagini/potemkin/odessa.jpgUna delle scene più emozionanti del film è la sequenza del porto: la nebbia mattutina, quasi un’immagine dell’alba della vera storia dell’umanità. Queste immagini di nebbia sul Mar Nero non erano previste dal progetto originale. Racconta Maksim Štrauch: “Una mattina ci svegliammo e dall’Hotel London, che non era lontano dalla scalinata e aveva una buona vista sul porto, non potevamo vedere altro che nebbia. Il mare, che non distava più di cento metri, era totalmente invisibile. Sarebbe stato assurdo continuare le riprese con un tempo simile, la visibilità era veramente ridotta al minimo. La scelta più intelligente sembrava quella di tornare a letto e recuperare il debito di sonno. Ma il direttore della fotografia Tissė insisteva che tornassimo a girare, e riuscì a convincere un riluttante Ejzenštejn. Insieme andarono al porto e girarono lo splendido episodio nel quale i marinai del Potëmkin piangono il loro compagno morto. La scena fu incomparabilmente più emozionante perché la nebbia diede il suo contributo alla tragica atmosfera del lutto”[5].

La prima al Bol’šoj

Il film, che dura un’ora e quindici minuti, venne montato in due settimane. Ejzenštejn e un assistente lavorarono giorno e notte, praticamente senza il tempo per dormire. La prima a Mosca fu una proiezione speciale e precedeva la vera prima per il pubblico, che doveva avere luogo il 31 dicembre. Avevamo passato gli ultimi giorni lavorando con l’assistente che freneticamente sistemava le didascalie. Delle didascalie a Ejzenštejn non interessava soltanto la forma dell’espressione ma anche la dimensione e lo stile dei caratteri, dei punti esclamativi e così via. Stavamo ancora lavorando la sera in cui il film doveva essere proiettato al Teatro Bol’šoj. Passai la serata guidando con la moto fra la stanza del montaggio e il teatro, portavo una bobina alla volta. Quando Ejzenštejn fu finalmente contento dell’ultima bobina, si sedette sul portapacchi della moto, con la bobina sotto il braccio. Non avevamo tempo da perdere perché sapevamo che la proiezione era già cominciata. Poi, in mezzo alla Piazza Rossa, a circa 500 metri dal Teatro Bol’šoj, la moto si ruppe. Facemmo l’ultimo pezzo correndo [6].

«Al Teatro Bol’šoj gli applausi crepitano negli emicicli dei corridoi… Dalla platea alla balconata, in ogni ordine di posti, via via che aumenta in me l’emozione, colgo avidamente le singole salve di applausi. Fino a che d’un tratto, come una scarica di mitragliatrice, non esplode la sala intera. E uno (è in campo la bandiera rossa). Due! I cannoni della corazzata sparano sullo stato maggiore dei generali, in risposta alle fucilazioni di Odessa. Continuo a girovagare nei corridoi deserti e concentrici. Non c’è nessuno. Perfino i custodi sono tutti dentro. Uno spettacolo eccezionale al Bol’šoj: è la prima volta che succede nella storia del teatro Bolshoi e del cinema. E adesso dovrebbe esserci la terza scarica di applausi. La corazzata Potëmkin passerà in mezzo alla squadra ammiraglia, sventolando vittoriosamente il vessillo della libertà. E d’un tratto sento un sudorino freddo. Ogni altra emozione è svanita. Per la fretta, in sala di montaggio, abbiamo dimenticato di incollare l’ultima parte del film. Ricordo: i pezzi di montaggio – l’incontro con la squadra – sono piccolissimi. Per impedire che volino via, che si mescolino tra loro, li appiccico con la saliva, poi li consegno alle montataci perché li incollino. Visiono la prima variante. Non va. La seconda. Va male. Sì, me ne ricordo bene: la montatrice non ha avuto il tempo di incollare l’ultima variante, quella definitiva. Quella che è già nella bobina. L’ultimo rullo, lo capisco dall’ora e dalla musica, è già inserito! Come rimediare? Corro come un ossesso negli emicicli dei corridoi che si fondono in una spirale, in un cavatappi, e, piombando giù per questi gironi, vorrei conficcarmi nelle cantine, nel suolo, nel nulla. Adesso ci sarà un’interruzione! I pezzetti di celluloide salteranno fuori dal proiettore, e il ritmo del finale sarà spezzato. Invece avviene il miracolo! La pellicola arriva sino alla fine. Non crediamo ai nostri occhi, quando più tardi, sul tavolo di montaggio, stacchiamo senza alcuno sforzo i minuscoli pezzi di pellicola che, tenuti insieme da una forza magica, sono passati, come un nastro unico, nel proiettore![7]»


[1]   L’articolo è dedicato a Giacinto Pinto, corrispondente a Odessa della Rai in occasione della corrente invasione russa dell’Ucraina. In un servizio del TG1 il giornalista, pugliese di Lucera, Giacinto Pinto, travolto dalla foga professionale e da rigurgiti anticomunisti mai sopiti, ma pessimamente indirizzati, ha ricordato anche con video la strage fatta ad Odessa dai cosacchi dello Zar, ricordata enfaticamente da Ejzenstejn nel suo film La corazzata Potëmkin. Peccato che i militari impegnati non fossero sanguinosi bolscevichi, ma, appunto cosacchi dello Zar. Tutti possiamo sbagliare, per questo si fanno i controlli, ma non tutti hanno lo stesso impegno del lavoro che contraddistingue i nostri redattori: al TG1 e in genere alla Rai e, allargandoci, in tutto il pubblico impiego si tira a fare il minimo possibile, senza dare troppo fastidio a chi in qualche modo, un giorno potrebbe “vendicarsi”. La nuova Presidente(ssa) sta sempre in diretta e i sette vicedirettori del Tg1 e la pletora di caporedattori sono sempre impegnati in ben altro. Così la giornalista del Tg3 Maria Cuffaro non rimane sola nelle inesattezze, le quali hanno sempre una valenza politica: nei primi giorni dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, gridava scandalizzata alla prima guerra in Europa dopo il 1945, rimuovendo, così un decennio di stragi fratricide nella ex Jugoslavia. Ma che importanza ha: quel che conta è stare oggi sul pezzo!

[2]La Cineteca di Bologna è una delle più importanti cineteche europee. Nel 2012 si è trasformata in Fondazione Cineteca di Bologna, con il Comune di Bologna quale socio unico. La Cineteca conserva e restaura il patrimonio cinematografico per renderlo fruibile oggi e consentire la sua trasmissione futura.

[3]  Peter von Bagh.

[4]  Morando Morandini.

[5]  Peter von Bagh.

[6] Grigorij (Vasil’evič) Aleksandrov.

[7]  Sergej Ejzenštejn.

Vedi anche: La vera storia della corazzata Potëmkin (1)

Informazioni su Tano Pirrone 68 Articoli
Sono nato in provincia di Siracusa, a Francofonte, l’antichissima Hydria dei coloni greci, quaranta giorni prima che le forze alleate sbarcassero a Licata. Era il 14 maggio 1943. Ho frequentato il liceo classico, ma non gli studi per giornalista, cui ambivo. Negli anni ’70 ho vissuto due lustri a Palermo, dove ho lavorato in fabbrica, come impiegato amministrativo- commerciale. Nel 1981 mi sono trasferito a Roma per amore di Paola, oggi mia moglie. Sono stato funzionario commerciale e Project Manager nel Gruppo Marazzi. Infine consulente d’azienda per Organizzazione Aziendale e Sistemi Qualità. Curo le piante della mia terrazza, vedo gente, guardo film e serie tv, vado a cinema e a teatro, seguo qualche mostra; leggo, divagando e raccogliendo fior da fiore, e scrivo di cinema, libri e teatro per Odeonblog; di altre cose per me stesso. Ho pubblicato anche su Ponza Racconta, Lo Strillo, RedazioneCulturaNews ed altri siti di cinema e teatro. Ho due figli, Francesco e Andrea, ed avevo un cane, Bam, che sta sempre con me dovunque io vada. Sono faticosamente di sinistra; sono stato incendiario ed ora dovrei essere ragionevolmente pompiere.
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