Jeremy Irons e i ragazzi del Piccolo America

di Lorenza Del Tosto

– È qui, è arrivato… – sussurra una voce nel giardino di un antico convento di Roma – un tempo commissionato al Borromini e ora trasformato in albergo – dove siamo seduti  sotto filacci porpora di piccole nubi al tramonto.
Eccolo Jeremy Irons, vestito di scuro svetta alto contro le luci soffuse dell’atrio che apre alla chiesa. E’ appena arrivato da Londra per presentare stasera, in piazza, Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci su invito  dei ragazzi del Piccolo  America.
– Noi scriviamo a tutti –
ci ha detto Valerio Carocci, il ragazzo presidente del gruppo, sorriso aperto, tratti volitivi, molti non rispondono ma noi li invitiamo lo stesso. E, alla fine, qualcuno più generoso ci dice di sì.
Lui, il presidente, è uno che non molla.
– Finché non ottengo quello che voglio vado avanti: avevo un problema con l’assessore Bergamo, che ci ha cacciato dalla piazza, e per sei mesi non ho pensato ad altro. Io sono fatto così: se ho un problema lo devo risolvere. E poi la sera, quando torno  a casa, voglio stare da solo… le ragazze però non lo capiscono.

Ora in giardino, emozionati, ma senza piaggeria i ragazzi si presentano  all’ospite importante che ha accettato il loro invito, bruciano di passione, di follia, di giovinezza e si fanno in quattro perché ogni cosa vada nel verso giusto. Anni di occupazioni di casa abbandonate hanno insegnato loro a muoversi in gruppo e all’unisono, e ora, da anfitrioni provetti, offriranno l’aperitivo al loro ospite prima di accompagnarlo sul palco e poi a cena, orgogliosi di mostrare il calore di un quartiere che li accoglie, di strade e vicoli che si aprono ai loro ospiti, tra foto e richieste di autografi.
Ieri un ragazzo dell’ufficio stampa si stupiva: ma come portate gente di questo calibro in giro così? Senza sicurezza? Senza niente? I responsabili, in genere, fanno mille storie, impongono mille regole.
– Sì, così li portiamo in giro – rideva Valerio,  sicuro del fatto suo  perché, come spiega sempre a tutti: – noi vogliamo portare la cultura nelle strade, vogliamo che il cinema arrivi anche alla gente che non può pagare un biglietto.
Ma questa è diventata, all’improvviso, una sera speciale, diversa dalle altre, perché  nella notte sono successe cose molto brutte.
Ma come non lo avete informato? – si stupisce il giovane presidente.
Federico, il ragazzo che è andato a prendere Jeremy Irons all’aeroporto: capelli lunghi, modi pacati, ottimo inglese, vegetariano, membro del comitato di selezione del film in piazza, sorride per scusarsi: lui ha preferito parlare di cinema, di quello che è successo stanotte è meglio che ne parli Valerio, in cui tutti riconoscono il loro leader naturale, ma senza servilismo, in piena indipendenza, perché ognuno, qui nel gruppo, si dedica a ciò di cui ha competenza: i microfoni, la parte tecnica, la scelta dei film, le foto, i social. Ognuno qui dà il meglio di sé in quello che sa fare.

La gentile assistente di Bertolucci e un’amica di famiglia di Irons, che sono con noi  in giardino, spiegano cosa è successo ieri notte o meglio alle prime ore di questa mattina: quattro ragazzi del gruppo sono stati assaliti da altri ragazzi, nel quartiere, che hanno intimato loro di levarsi le magliette ritenute dagli aggressori antifasciste e, al loro rifiuto, li hanno aggrediti.
Valerio non si è dato pace, sui social è girata in un istante la voce e ora la notizia è su tutti giornali, sono andati a trovare il ragazzo in ospedale che ha il setto nasale rotto e sono tutti molto scossi. All’unisono si sono sguinzagliati per individuare i responsabili, e comunque hanno ottimi rapporti con il comandante dei carabinieri di zona: –  È  bravissimo il comandante: appena qualche ragazzo, qui in zona, fa cose strane lui chiama le famiglie, ci parla. Gli aggressori finiranno dentro.

Jeremy Irons ascolta il racconto nel suo aplomb britannico e si informa: c’è una questione politica dietro? E’ un problema dovuto alla crisi? Sembra ponderare ogni informazione e assorbirla mentre tutti parlano e spiegano e il suo pragmatismo britannico crea uno strano connubio con la carica vitale dei ragazzi comunque  sempre garbati, mai eccessivi
Se la metterebbe lei la nostra maglietta in segno di solidarietà?
Certo – risponde Jeremy Irons.
– Che taglia le serve?
– Una L.
– Se la metterà sopra la camicia?
– No sopra la camicia no,  fa le pieghe ed è una cosa orribile.
L’aereo è arrivato in ritardo, il pubblico aspetta già da tempo, ma non si può chiedere a uno come Jeremy Irons di cambiarsi  e restare a petto nudo in piazza.
– Facciamo venire qualcuno con una moto, Subito. Dice Valerio.
In un istante, arriva una maglietta bordeaux portata dalla piazza, dove sono in vendita, taglia L, e Irons in un angolo del giardino si cambia e poi via sul van nero verso il grande schermo di San Cosimato, non c’è tempo, stasera, per la passeggiata tra i vicoli.

Ed ecco la piazza: i ragazzi la guardano come fosse una loro creatura  che non li tradisce ma – la piazza non fa mai questo -, li sentiamo ripetere spesso: – No non c’è nessun pericolo: la piazza non se ne va, la piazza rimane sempre fino alla fine del film -, tutto il resto può essere  un problema, magari i mesi per superare le barriere  burocratiche, ma la piazza mai.
Il van arriva sotto il palco dove la folla preme da ogni lato, sono venuti a vedere Jeremy Irons e a protestare contro la violenza di ieri: voci rotte dall’emozione, occhi lucidi e allegri, bravo, gridano, scattano foto e lui, Jeremy, sorride imperturbabile, subito si è adattato al ruolo che le circostanze gli hanno richiesto, arriva la voce di Valerio che è salito sul palco e urla che quello che è successo non dovrà più succedere e ringrazia la folla tanta che è qui per difendere la libertà della piazza.
Gente preme da ogni lato, poi miracolosamente, i ragazzi aprono un varco, e senza forze di sicurezza, senza nulla
Jeremy è sul palco e noi dietro a lui ed è un boato. Ma in tanto frastuono lui è calmo e pacato, chiede solo in un sussurro che la gente si sieda, non vuole che nessuno se ne stia aggrappato, abbarbicato alle assi del palco, come in un assalto alla fortezza, e, in un istante, tramite un ordine segreto, la piazza si siede, incredibile questa grande creatura così viva, occhi davanti a noi bruciano e attendono, bruciano e attendono e ce li sentiamo sulla pelle.

Jeremy non può non sentirla anche lui la trepidazione attorno. Questa serata è un omaggio a Bertolucci e lui lo sa bene: la moglie Clare Peploe è seduta lì in prima fila, i ragazzi si sono assicurati che ci fosse il posto per lei riservato, era molto stanca, ma ha detto che avrebbe fatto uno sforzo ed eccola lì con i suoi occhi stanchi.

I fiati trattenuti e Jeremy Irons, che è uomo di teatro, lì sulla sedia non è seduto come gli altri no, il suo corpo è proteso verso il pubblico, risponde ad ogni vibrazione, sospiro, ad ogni sguardo che sale dalla piazza e racconta dei giorni meravigliosi delle riprese di Io ballo da sola,  in compagnia di attori fantastici sotto il dolce sole della Toscana, o meglio sotto una tenda che Bernardo si era portato dietro, insieme ad un cuoco. Perché per Bertolucci il cinema era questo, spiega: stare insieme, unire le persone, proprio come stasera qui, e un respiro profondo si leva dal basso, dalla piazza che risponde.

Bernardo Bertolucci e la moglie Claire Peploe al festival del cinema di San Sebastian, Spagna, settembre 2001

Inizialmente Bernardo aveva contrattato sua moglie, l’attrice irlandese, Sinéad Cusack – …e allora gli ho chiesto  se avesse una parte anche per me, avevo voglia di passare l’estate con mia moglie in Toscana.
C’è un grande amore per sua moglie nelle sue parole, e, a quanto pare, anche Bertolucci lo aveva colto se, vedendoli insieme, ha aggiunto nuove parti alla sceneggiatura: – …non voglio certo interpretare la parte del marito di mia moglie, gli ho detto, e allora l’unica parte che può andare bene per te è quella del morente, mi ha risposto Bernardo. E così mi è toccato il morente -. Ride.
Uno dei personaggi più belli, più intensi del film.

– Osservavo Bernardo sul set e capivo che il mio personaggio era quello in cui più si identificava. Lui un uomo che sentiva avvicinarsi la fine e si inebriava della giovinezza e della bellezza di Liv Tyler che allora era nel pieno del suo splendore. Era l’uomo consapevole del passare del tempo e della fine delle cose. E questo struggimento ho messo nel mio personaggio. Un giorno Bernardo è venuto da me e mi ha detto c’è una scena in cui tu sei nello studio e non puoi andare con gli altri perché sei malato e senti che la ragazza sta venendo a salutarti e allora ti metti a cercare una poesia che non trovi… ho capito, gli ho detto e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.
Ne è venuta la scena più struggente dove la poesia che il morente non riesce a trovare nella libreria è la più bella che abbia mai scritto: metafora della vita e dell’amore che lui non può più avere.
E ancora Irons parla e racconta: – Bernardo si prendeva il suo tempo, aveva una grande chiarezza e una grande semplicità nel trasmettere le sue emozioni, che erano vere, perché lui le sentiva davvero e si prendeva tutto il tempo per trasmetterle: qualità così rara adesso, dove si bada solo ai tempi e a stare nel budget e c’è sempre fretta.
Poi arrivano sussurri da qualche parte della piazza qualcosa che lui deve avvertire e a noi sfugge. E salta in piedi, la maglietta bordeaux sotto la giacca e dice con voce  forte, possente che ciò che dobbiamo tutelare in momenti così difficili è la nostra umanità e l’arte serve proprio a questo: a cercare di capire l’altro e le sue idee, a cercare di capirci nelle differenze non a frammentarci e tanto altro dice lì in piedi, un appello a far sì che ciò che è successo 70 anni fa non torni a gettare i suoi semi e la sua voce intensa ci  investe e traduciamo in una sorta di danza con lui e con la piazza, un’energia che ci solleva e ci fa girare.
E poi via a cena sempre lì a pochi metri e sempre con il van perché la folla preme, e a cena al grande tavolo lui conversa e gente va e viene, gente famosa di ogni età che si ferma a fare un saluto al capo e ai ragazzi che siedono impettiti ma felici e sprigionano energia, progetti e programmi, ma soprattutto sprigionano azioni, non sono sognatori o almeno non solo, nascono dalle occupazioni di case abbandonate.

Jeremy Irons a Piazza San Cosimato con Lorenza che lo traduce

– Una volta – piace raccontare a Valerio – è capitato che abbiamo occupato il cinema America, ma solo perché era un posto abbandonato come tanti e da lì è nato tutto, io di cinema non capivo niente, e neanche mi importava, non c’era proprio il cinema nella mia vita, ma piano piano sono diventato esperto, mi sono impegnato.
Dice schietto, ride e arrossisce: – Bertolucci lo aveva capito subito. Mi ha fermato e mi ha detto “guarda che io lo so che tu non ci capisci niente di cinema”, però ci ha aiutato tanto.
Come li aiutano tutti quelli che passano di qui, nomi famosi del cinema, che si fermano a fare due chiacchiere. Forse qualcuno rivedrà in loro le proprie passioni di giovinezza, rivedrà la speranza, la trasmettono questi ragazzi che non mollano, questo presidente che non sapeva niente di cinema e ora smuove il mondo.

Ma ecco che nel mezzo della cena, dopo gli antipasti, Jeremy Irons si alza, lui torna in piazza, dicono, ha voglia di vedere la fine del film, di sedersi tra la gente al buio, – Ma come così? – si chiede qualcuno – Non sarà pericoloso?
No la piazza non è mai pericolosa, e via in un istante, all’unisono, tutti fuori, le forchette lasciate nei rigatoni, bottiglie ancora piene, tovaglioli sulle sedie, rimarrà solo uno dietro a pagare, gli altri verso la piazza di gran passo, Jeremy Irons davanti a tutti nella penombra della strada, a capo chino, l’andatura dimessa, le spalle incassate, improvvisamente irriconoscibile, sembra un viandante, uno di quei senzatetto che  la sera si siedono a vedere il film, perché la cultura qui è anche per loro.
Si ricava uno spazio tra la gente seduta a terra, nessuno all’inizio lo riconosce, seduto immobile guarda lo schermo, poco fa ha detto che il film gli porta ricordi: sua madre che era venuta a trovarli sul set  in Toscana (lei non veniva mai) e anche suo figlio di dieci anni che si intravede in una scena, e ogni tanto qualcuno si volta per caso e si accorge che Jeremy Irons è lì, una ragazza  strabuzza gli occhi e spalanca la bocca, e altri si danno di gomito, ma subito, per accordo tacito, intuiscono la sua richiesta di anonimato, e riprendono a guardare il film, come bambini che, a nascondino, non rivelano la tana di un compagno. La grande piazza  si stringe attorno a lui che, per una notte, vuole essere uno spettatore tra tanti, a guardare le immagini girate da un uomo, Bertolucci, che cercava di catturare un istante di bellezza fugace come questo, adesso, in questa piazza dove ognuno, sotto le stelle, può sentirsi ancora re e padrone dei suoi sogni.

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