Kieslowski: la necessità di comprendere (1)

di Letizia Piredda

Non è facile scrivere di Kieslowski: si ha  l’impressione di scrivere cose insignificanti, di fronte a uno come lui che ha fatto del dubbio il suo strumento principale e che ha cercato di mettere al centro di tutta la sua opera una materia così complessa come il mistero dell’esistenza umana. E neanche vorrei essere uno di quei giornalisti che hanno avuto l’arduo compito di intervistarlo e che alla fine si sono ritrovati a rispondere alle domande con cui lui li interpellava a sua volta.
D’altra parte la ricchezza dei suoi film viene proprio da un approccio che contrasta con  qualsiasi modo di vedere unidimensionale, che non si pone mai come univoco e che parte da un’esigenza profonda, la volontà di comprendere.

Il cineamatore, 1988

Forse è proprio questa la componente che mi ha colpito sempre nei suoi film, la volontà di comprendere, di andare al di là del visibile.
Lui dice: “mi interessa quello che non si vede” ed è questa la spinta con cui ha prodotto i suoi film. “Da questa volontà di comprendere nasce la mia voglia di raccontare delle storie; mi interessa riuscire a cogliere quali profumi sono capaci di far rompere il silenzio”.

Decalogo 3, 1989

Dal primo fotogramma che ho visto, ho avuto l’impressione di venire a contatto con qualcosa di estremamente complesso, di uno spessore assolutamente inusuale, di vedere qualcosa che rimanda sempre a qualcos’altro e spesso al suo contrario; se da un lato questo ha sempre costituito un enorme fascino per me, dall’altro, dopo aver visto un suo film, ho sempre avuto l’impressione di muovermi a tentoni, di non aver capito, o di non aver capito abbastanza.

Credo che solo adesso comincio a rendermi conto che è proprio questo il suo obiettivo: non gli interessa creare certezze, sbrogliare la matassa delle questioni esistenziali, gli interessa partire dalla problematicità delle cose per richiamare alla “consapevolezza”, per dirla con le sue parole “a vivere con attenzione”. Queste due idee sono strettamente legate al concetto di caso che nell’accezione kieslowskiana ha un significato particolare. Ha a che fare con la dimensione corale dell’esistenza umana; in altre parole, secondo Kieslowski, tutto quello che ci succede è frutto di un groviglio di cui facciamo parte: le nostre radici non sono soltanto individuali, ma si intrecciano con quelle degli altri.

La doppia vita di Veronica, 1991

Ed è proprio all’insegna di questa problematicità che K. procede nei suoi film: non gli interessa raccontare in modo lineare, ma procede per sottrazione; fare un film per K. è come fare una scultura: si parte da un masso di marmo inerte e si procede togliendo tutto quello che è superfluo. Non gli interessa illustrare, ma segue e propone delle tracce, degli indizi che lo spettatore può cogliere: ad esempio facendo associare retrospettivamente un’immagine che lo spettatore ha già visto, ma che non ha notato. Oppure con l’uso del dettaglio ingrandito a dismisura.
In genere di Kieslowski conosciamo solo la parte più moderna della sua opera: il Decalogo, La doppia vita di Veronica, e la Trilogia: Film Blu, Film Bianco e Film Rosso. Ma esistono altri due Kieslowski: quello documentarista, molto poco conosciuto in Italia,  e quello relativo ad una fase intermedia in cui dal documentario passa al film di finzione.
Seguiranno altri articoli sull’argomento, con il contributo di alcuni collaboratori : si alterneranno testimonianze critiche e approfondimenti sulla prima fase dell’opera di Kieslowski, quella documentaristica e su alcune tematiche specifiche che emergono dai suoi film.

Bruno Fornara ( a cura di) La doppia vita di Krzysztof Kieslowski. Feltrinelli, 2007
Mario Sesti (a cura di) Krzysztof Kieslowski. Dino Audino Editore.
Serafino Murri. Krzysztof  Kieslowski. Il Castoro Cinema, 2002

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