Noah Baumbach

di Lorenza Del Tosto

“Il suo film a Venezia è stato bocciato dalla presidente della giuria perché troppo sessista…” esordisce un giornalista credendo di rivelare cose note. “Davvero…?” Noah Baumbach, a Roma per presentare Storia di un matrimonio, sembra confuso. “Non lo sapevo…”mormora, ma subito nasconde lo sconcerto. C’è molto aplomb in lui, o forse è solo timidezza, seduto attorno ad un tavolo nella saletta di un elegante albergo romano, già scintillante di luci natalizie. Anche questo incontro sembra una favola di Natale.

Storia di un matrimonio, (Marriage Story) di Noah Baumbach, 2019

Stamattina un vetro rotto nel suo aereo ha portato ad un atterraggio imprevisto in Svizzera e quindi: Baumbach arriverà tardissimo, sarà esausto, i giornalisti sono invitati a non presentarsi. Poi altra notizia: Noah arriverà in ritardo, ma farà tutto come previsto. I giornalisti hanno cambiato di nuovo i loro programmi e si sono seduti qui ad aspettarlo. Storia di un matrimonio è un bellissimo film che sembra sgusciare via inafferrabile: a Venezia è affondato nel silenzio della giuria, è un film Netflix e passerà sulla piattaforma dopo un breve intervallo nei cinema, il regista rischiava di non arrivare, e che dire poi del tema trattato: la storia di un divorzio?
“No grazie per carità, già dato…”si schermiscono in tanti con un sorriso. Ma chi riesce a vederlo può accorgersi che è uno di quei film che, senza che te ne accorgi, ti cambia lo sguardo e un evento triste, come  un divorzio, può lasciare dentro, a sorpresa, un volo di ali. 
Delle sue disavventure nei cieli Baumbach porta solo un velo di stanchezza sul viso:  naso prominente, un’ironia nascosta negli occhi scuri. E’ minuto e  delicato nei gesti, ma emana da lui grande energia e volontà tenace. (Come il giovane protagonista del suo film Il Calamaro e la balena, dove il divorzio è visto con gli occhi dei ragazzini, che,  superata la paura di visitare il museo da solo, diventa grande e si affranca dal padre.)

“Volevo raccontare una storia d’amore.” Risponde quando gli chiedono: perché questo eterno ritorno al tema del divorzio? “In termini di drammaturgia raccontare qualcosa che non funziona più, e si è spaccato, ti permette di vederlo meglio.” Fa con le mani il gesto di aprire in due una melagrana e sembra di veder scintillare piccoli semini rossi  tra le luci dell’albergo. Solleva le mani racchiuse e le studia con curiosità come se ci fosse lì, nel frutto aperto, il segreto dell’amore o il mistero della vita di due persone. 
Ma l’accusa di sessista deve averlo turbato e, più tardi, nell’incontro con il pubblico cerca di liberarsene: “E’ un film sulla prospettiva…come nei film di Hitchcock: se sei con il ladro che sta rubando i gioielli in una casa e all’improvviso torna la famiglia tu vuoi sapere cosa succede al ladro. Così la prima parte del film sei con lei, con Nicole, prendi le parti di lei, nella seconda sei con lui e prendi le parti di lui e nell’ultimo terzo, dopo aver oscillato avanti e indietro, sei con entrambi, almeno spero. Capisci che sono due persone che cercano di fare del loro meglio. Per lei è la storia di una rinascita e  per lui di un crollo. ”
Per questo, per mantenere la prospettiva, ha tagliato scene interessanti ad esempio con gli amici che prendevano le parti dell’uno o dell’altra. “Ho capito che dovevo stare tutto sul divorzio e comunque la vita non si ferma solo perché stai divorziando, ci sono il lavoro, il pranzo, il figlio, i capelli da tagliare.”

Risuona nella sua voce una perplessità profonda di fronte a quell’accusa, perché sebbene il film scorra fluido, così perfettamente orchestrato da avere  l’impressione che non ci sia dietro nessuno sforzo, ci sono in realtà mille fili nascosti, parti di un tessuto che si sfrangia, strati che scorrono sotterranei. C’è il modo in cui vanno a volte le cose: per cui ciò che ti ha unito è poi anche ciò che ti separa. Grazie all’amore dell’altro sei cresciuto, come accennano gli stessi avvocati, e quella crescita ti fa essere diverso e ti porta a cercare altrove.  Non è colpa di nessuno e l’amore tra Charlie e Nicole rimarrà sempre: somiglia a quello di bravi genitori che, se ti amano, ti fanno crescere libero e pronto ad andar via.
Il tema ricorrente allora non è solo il divorzio, ma anche la crescita personale, magari nel dolore o magari no, ma sempre nel rapporto con gli altri.
“I miei protagonisti sono eroi moderni che lottano entrambi contro ogni avversità e in questa lotta volevo offrire loro tutto ciò che il cinema di meglio ha da offrire: anche le grandi musiche.” Dice con slancio e il suo viso si illumina. “Randy Newman è un compositore straordinario, io gli spiego a parole le emozioni e lui le traduce subito in musica, crea dei pezzi al pianoforte che mi manda sul cellulare, amiamo entrambi la musica nei film di Truffaut: che non sottolinea un tema, ma vi si oppone, e crea una sorta di schermaglia con le immagini.”
La musica che celebra l’amore tra Charlie e Nicole nelle bellissime scene iniziali, che   solo in apparenza sembrano levare il tappeto da sotto i piedi dello spettatore e ingannarlo sul corso della storia, ritorna nei passaggi più impensati del film, quando la rottura è più evidente. Ad esempio nel momento in cui Charlie (un grandissimo Adam Driver) si accorge di essere scomparso dalle foto in casa della madre di Nicole (una grandissima Scarlett Johansson) perché in un divorzio sono tante le persone che perdi, non solo la persona amata. In quel momento irrompe la musica iniziale come una una voce interiore, la voce dell’amore finito, che non può essere trattenuta.
Tra i tanti fili nascosti c’è l’idea di casa che all’inizio è famiglia, e poi diventa i luoghi anonimi degli studi legali, e la casa in affitto messa su come una quinta teatrale a beneficio dell’esperta del tribunale che dovrà decidere sull’affido. Case e pareti dove resteranno parti di loro che non ci sono più. 

Charlie e Nicole

E c’è il filo intessuto dal bellissimo assolo di Charlie che canta “Being alive” tratto da Company di Stephen Sondheim: opera di Broadway che narra l’avventura di un uomo che non vuole sposarsi perché non sopporta le costrizioni di un legame e poi finisce per invocare quelle stesse costrizioni perché: ci sono mille ragioni per non stare insieme, ma non ce ne è una per restare da soli.

Non c’è forse in Being alive un’impalpabile ammissione di responsabilità da parte di Charlie per aver dominato troppo nel rapporto, per non aver tollerato lo spazio e i bisogni dell’altro?  Chissà.
Questo spiegherebbe magari l’apparente squilibrio, definito sessista: per Charlie si tratta di un percorso più lungo per  arrivare ad una comprensione più profonda di sé, per Nicole è liberazione e rinascita già iniziate da tempo.
Noah Baumbach somiglia molto al suo Charlie mentre, seduto attorno al tavolo, sfinito dalle disavventure aeree, parla con passione del lavoro di scrittura, del lavoro con gli attori, ed elude la questione Netflix, a favore o contro, che è un’ombra tra le lucine di Natale, nessun giornalista si azzarda a metterlo alle strette, qui dove in tanti ascoltano, chiedendogli una sua opinione al riguardo.

Noah Baumbach e Adam Driver

Anche Baumbach è un eroe moderno al pari di Charlie mentre parla di sceneggiatura.
“Solo quando comincio a scrivere” racconta “mi accorgo di quante cose ascoltate casualmente, vissute personalmente entrano nella storia.” Per questo film ha fatto tanta ricerca, tante conversazioni con i legali, ma la sceneggiatura sarebbe stata molto diversa senza i tre attori scritturati ancora prima che iniziasse a scriverla:  Adam Driver, Scarlett Johansson e Laura Dern. “Il monologo di Nicole l’ho costruito vedendo il viso di Scarlett che lo raccontava, senza di lei avrei forse distribuito le informazioni nell’arco del film e Laura Dern mi ha permesso di creare una figura di avvocato straordinaria.”
Con il Charlie del film condivide il lavoro curato ossessivamente nel minimo dettaglio, ma  anche la collaborazione con tutti. La compagnia teatrale, la troupe televisiva e il cast tecnico del film accompagnano Charlie e Nicole, e Baumbach stesso, come una seconda famiglia: quella che resta sempre.

“La scena magnifica della grande lite tra i due con il crollo finale di Charlie come l’ha costruita? E’ straordinaria…”
“Abbiamo fatto molte prove. Io alle prove voglio che partecipino sempre anche il direttore delle luci, lo scenografo, la montatrice: da ognuno viene un arricchimento e il film cresce. Con la montatrice lavoriamo insieme già nella sceneggiatura per togliere le parti che non servono. Così resta più tempo per ripetere le scene lunghe che permettono di esplorare e indagare in quello che succede.”
Quella scena cruciale è stata girata in due giorni. Provando e riprovando, ci sono momenti in cui le loro voci si sovrappongono, gli attori sapevano i punti precisi in cui lui avrebbe tagliato, sapevano che ad ogni battuta doveva corrispondere un gesto e in quei confini strettissimi, curati con precisione maniacale, hanno espresso una carica emotiva enorme.
“Non potevano mai riprendere la scena dal punto in cui erano arrivati, si ripartiva  sempre da capo per mantenere la tensione. Alla fine erano esausti e io con loro.”
Gli attori sono mostri di bravura: tecnicismo assoluto e assoluta emozione e Baumbach un mostro di coreografia capace, come Charlie nel film, di tirar fuori il meglio dagli altri. Ce ne accorgiamo anche noi: seduti accanto a lui ci arrivano piccole note di incoraggiamento, qualcosa di impalpabile che ti fa andare avanti leggero nonostante l’ora tarda, le frasi lunghe e le luci basse, assai poco natalizie, dell’incontro con il pubblico.
Tutti gli attori del film, anche i ruoli più brevi, sono straordinari. Per primo il ragazzino,  e poi l’esperta del tribunale, la madre e la sorella di Nicole, e gli avvocati, tutti bravissimi, non sarà certo una coincidenza.  Ma ecco che alla fine la domanda temuta è arrivata: trovando altra forma e altra strada.
“Come ha reagito alla notizia della riapertura del cinema  Paris a New York ?”

Il Cinema Paris riapre a New York ad opera di Netflix

Il Paris è cinema storico di New York davanti all’Hotel Plaza, specializzato in film  indipendenti, Marlene Dietrich nel 1948 ha tagliato il nastro inaugurale, e, ad un tratto,  è sembrato che dovesse chiudere. Ora riapre per mano di Netflix, che vi porterà i suoi film e  riapre  proprio con Storia di un matrimonio.
Noah Baumbach risponde impassibile: “E’ un grande merito di Netflix, io sono nato e cresciuto a New York, il Paris fa parte della mia vita.” Poi, a chiarire le cose e a dissipare dubbi, sancisce la differenza “In America i film Netflix hanno un’uscita esclusiva nei cinema per un mese prima di passare sulla piattaforma e, in seguito, restano in sala tutto il tempo che vogliono.”
Non è questione di Netflix sì o no, è questione che se hai potere, come l’America, sai negoziare le condizioni.
“Sono due esperienze diverse e io cerco di andare al cinema il più possibile.” Conclude  Baumbach candidamente.
E’ ora di chiudere anche se Noah, minuto e stanco, appollaiato sul suo sgabello,  non smetterebbe di raccontare. Ci lascia però questo piccolo gioiello di precisione, una melagrana da aprire, in sala o sullo schermo di casa, per scoprire che, magari, anche ciò che abbiamo perso, che è finito o cambiato, ci ha lasciato dentro, a sorpresa, un volo di ali.

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