Il classico del mese

Sentieri Selvaggi di John Ford, presentato da Alberto Crespi

Questa volta “Il classico del mese” porta la firma prestigiosa di Alberto Crespi[1] con una straordinaria rilettura del film, da lui definito, un “western archetipico”: Sentieri Selvaggi[2], pubblicata sull’ultimo numero di Micromega.

Anni fa, al Torino Film Festival, venne proiettata una copia restaurata del film di John Ford Sentieri selvaggi. In sala, a presentarla, c’era John Milius, lo sceneggiatore di Apocalypse Now, il regista di Un mercoledì da leoni e Conan il barbaro. Milius disse una cosa che molti registi americani pensano: vale a dire che Sentieri selvaggi è «il» grande film americano, un po’ come Moby Dick è «il» grande romanzo americano. Aggiunse che in vita sua aveva visto Sentieri selvaggi almeno 60 volte. Ricordo che pensai: io devo essere intorno alle 40, ma prima o poi lo raggiungo. L’ho raggiunto. Sono sicuramente oltre le 60. Nel frattempo, però, Milius potrebbe aver superato le 100. Ma c’è sempre tempo per recuperare. Quando mi chiedono di indicare i miei registi preferiti non ho mai esitazioni: fuori classifica, davanti a tutti gli altri, c’è John Ford. Poi arrivano quei pochissimi registi che secondo me non hanno mai sbagliato un film: Luis Bunuel, Buster Keaton, Dziga Vertov (probabilmente anche Yasujirò Ozu, ma ammetto di non averli visti tutti). Poi i miei amati italiani: Fellini, Rossellini e De Sica, ma loro -tutti e tre – qualche film non perfetto l’hanno fatto… John Ford però è là, in un’altra dimensione. Potrei rivedere i suoi film ogni giorno, a rotazione. Conosco a memoria Ombre rosse, I cavalieri del Nord-Ovest, Un uomo tranquillo, Sfida infernale, Alba di gloria. Di recente ho rivisto il suo ultimo film, Missione in Manciuria, considerato da molti un’opera «teatrale», perché girata tutta in interni, e «senile», e mi è sembrato un capolavoro gigantesco, una cosa per cui molti registi di oggi farebbero follie. Ma il film che vedo, rivedo e continuerò per sempre a rivedere è Sentieri selvaggi. E ogni volta che lo rivedo scopro qualcosa che non avevo visto prima. Sentieri selvaggi è un western archetipico. Narra una delle storie fondanti del genere, e quindi dell’identità americana. Racconta di una donna rapita dal nemico, quindi – alla fin fine – ri-racconta l’Iliade di Omero. Le trame, diceva Howard Hawks (uno che sta molto vicino a John Ford nell’empireo della Hollywood classica), sono sempre quelle quattro o cinque, la bravura sta nel raccontarle in modo diverso.

Ethan Edwards (interpretato da John Wayne) torna a casa dalla guerra civile (e qui si comincia dove finisce l’Odissea, il ritorno del reduce). Torna dalla famiglia del fratello, Aron (se vi sembrano tutti nomi biblici, avete ragione). Non appena tornato, si viene a sapere che una banda di comanche, una popolazione di nativi americani, imperversa nel territorio. Una squadra di ranger parte a dar loro la caccia. Ma è un’imboscata. I comanche attaccano proprio la fatoria degli Edwards, sterminano tutti e rapiscono due ragazze, Lucy e Debbie. Lucy, che è un’adolescente, viene stuprata e uccisa. Debbie, che è una bambina, viene portata via. Ethan e il figliastro degli Edwards, un trovatello di nome Marty, inseguono i comanche per anni. Hanno vaghe notizie di Debbie e sperano sia viva, ma non la trovano mai. Finché un giorno, grazie all’aiuto di un mercante di cavalli messicano, entrano nel campo della tribù e vedono Debbie, ormai ragazza. È diventata la moglie del capo dei comanche Scar. Ed è lei stessa a dire a Ethan e a Marty di andarsene, perché quella ormai è la sua famiglia, la sua vita. Ethan vorrebbe ucciderla. Marty glielo impedisce. Ethan viene ferito. I due uomini devono tornare a casa, dove a stento li riconoscono. Ma la tribù comanche capita nuovamente nelle loro terre e c’è un’ultima chance di vendicare i morti e di salvare Debbie… Da sempre – da quando l’ho visto la prima volta – mi è chiaro che c’è una cosa che rende Sentieri selvaggi diverso da molti altri film di Ford, ed è la natura tragica del personaggio di Ethan/Wayne. Ethan è un uomo violento e feroce, incapace di esprimere i propri sentimenti se non attraverso la rabbia e il desiderio di vendetta. E’ un eroe, incarna tutto ciò che per Ford e per Wayne è l’eroe americano, ma è anche un assassino, un uomo bloccato nel dolore e nell’odio.

Verso la ventesima trentesima visione ho cominciato a capire che il fascino di Sentieri selvaggi è nascosto in ciò che il film non dice. Il primo quarto d’ora, con il ritorno di Ethan, è un capolavoro di allusioni a cominciare dalla scritta «Texas 1868», che fa capire come l’uomo ritorni a casa tre anni dopo la fine della guerra. Cosa ha combinato in quei tre anni? Mistero. Da qui i riferimenti agli «yankee dollars» (i dollari stampati al Nord, dopo che quelli del Sud erano diventati senza valore) probabilmente frutto di rapine, alla strana divisa di Ethan (da nordista sopra, da sudista sotto), alla sciabola e alle medaglie; e tutti gli struggenti gesti che fanno intuire quanto Ethan sia innamorato di Martha, la cognata, che sicuramente (ma il film non lo dice) era la sua donna ma che, durante la sua assenza, ha sposato suo fratello. La cosa più ubriacante del film sono però alcune battute che Ethan e Scar si scambiano quando si incontrano. Il capo indiano guarda Ethan e Marty e dice: «You, Big Shoulders. The young one, He Who Follows». Capiamo da queste parole che fra i comanche Ethan e Marty hanno addirittura nomi indiani, sono entrati forse nelle leggende, nei racconti intorno al fuoco. Capiamo che questi coloni e questa banda di comanche si combattono da generazioni. Capiamo che Ethan ha avuto più vite di quante ne vediamo. Quando incontra Scar gli dice «You speak good English for a comanche, someone teach ya?» (alludendo chiaramente a Debbie); ma poco dopo dice qualcosa in lingua indiana e Scar ribatte: «You speak good comanche, someone teach ya?». Chi ha insegnato il comanche a Ethan Edwards? Altro mistero. Verso la cinquantesima visione, infine, ho letto un libro straordinario: L’impero della luna d’estate di S.C. Gwynne. E ho scoperto, grazie a questa accuratissima ricostruzione storica dei rapporti fra comanche e coloni nel Texas dell’Ottocento, che Sentieri selvaggi, oltre che una storia mitica e biblica, è un documentario. Non solo la trama si ispira alle vicende biografiche (assai famose) di Cynthia Ann Parker, donna rapita dai comanche nel 1836, e di suo figlio (meticcio) Quanah Parker, capo indiano e poi, dopo la resa, brillante uomo politico fra i bianchi.

Cinthia Anna Parker

Ma tutto il contesto, quello della comancheria, è storicamente accuratissimo e mette in scena uno dei periodi più feroci e sanguinari della storia d’America, in cui nativi e coloni si sono combattuti rivaleggiando in crudeltà che non hanno nulla da invidiare a certe guerre avvenute anche di recente nella nostra civilissima Europa. Sentieri selvaggi è un film sulla violenza, e sulla tenerezza che a volte si nasconde dietro la violenza. È un film sull’animale-uomo, analizzato in tutta la sua meschinità e in tutta la sua grandezza. È il film che mette John Ford accanto a Omero. Solo che Omero forse non è esistito, John Ford – fortunatamente – sì.

[1] Alberto Crespi, critico cinematografico de l’Unità, autore di diversi libri, tra cui Storia d’Italia in 15 film, e uno dei conduttori della storica trasmissione Hollywood Party, su Radio3 RAI.

[2] Sentieri selvaggi (The Searchers), Usa 1956, regia di John Ford, con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles.

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