1917 di Sam Mendes. Film di perizia logistica ed effetti digitali da Oscar

di Pino Moroni
artapartofculture.net

Pubblichiamo con piacere questa articolata recensione del film 1917, vincitore di ben 3 Premi Oscar: Miglior fotografia, Miglior sonoro, Migliori effetti speciali.

Anche se non è vero, il film 1917 di Sam Mendes, candidato a 10 premi Oscar, è girato come fosse un lunghissimo piano sequenza senza montaggio, di circa due ore. “Il piano sequenza è una tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza (un segmento narrativo autonomo) attraverso una sola inquadratura generalmente piuttosto lunga”. In un film invece si realizzano normalmente più inquadrature che vengono poi unite da un montaggio. Registi come Alfred Hitchcock (Nodo alla gola), Orson Welles (L’infernale Quinlan), Robert Altman (I protagonisti), Alexander Sokurov (L’arca Russa), Stanley Kubrik (Orizzonti di gloria, Shining), Alejandro Inarritu (Birdman, Revenant) ne hanno fatto un uso limitato e molto appropriato.

immagine per 1917 film di Sam Mendes

Ma Sam Mendes (nomina all’Oscar per regia e miglior film) quando ha avuto l’idea di elaborare insieme a Cristy Wilson Cairns (nomina all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale) una storia sulla guerra del 1915/18, ripresa dai racconti di suo nonno Alfred, un inglese che aveva combattuto in Francia, ha pensato di poter realizzare un film su quella guerra solo attraverso una serie di piani sequenza che messi insieme sembrassero un unicum per una più realistica partecipazione dello spettatore.

La cosa non è stata affatto banale. Il film risulta di una grande complessità tecnica. Un lavoro di preparazione lunghissimo, con prove continue di modellini in scala, con set preparati, con grandi movimenti di terra, nelle campagne inglesi dallo scenografo Dennis Gassner (nomina all’Oscar per la scenografia) e fotografia molto impegnativa di Roger Deakins (nomina all’Oscar per la fotografia). Sam Mendes che già veniva dagli effetti speciali degli ultimi film di James Bond (Spectre e Skyfall) ha spinto ancora più avanti l’uso tecnologico che ormai la cinematografia (arte più avanzata nel futuro) sta mostrando al suo pubblico.

Il segreto vincente di questa realizzazione nasce dalla creazione di spettacolari piani sequenza con particolari macchine da ripresa, ultima frontiera delle macchine digitali (la camera Arri Alexa mini LF, la camera Arri Signature Prime Lenses) che hanno permesso “un frame rate”, rapporto fotogramma per secondo, molto elaborato e ad alta definizione.

Importanti anche le sofisticate attrezzature e meccanismi di scena su cui montare le camere (Steadycam a mano o a spalla, Trinity, carrello, gru, macchina con cavo sospeso, riprese da jeep, motocicletta, dragonfly, ecc.). Con i lunghi periodi di preparazione di preproduzione per gli interpreti, per imparare perfettamente ogni dettaglio, battuta, movimento e non mancare la riuscita delle riprese sempre in movimento.

Non si è trattato come si è detto di una ripresa di due ore ma di varie riprese dalle lunghezze variabili, non più di dieci minuti, montate in maniera così perfetta da sembrare un unico interminabile ciak. Con un effetto che può dare il senso della corsa contro il tempo che i protagonisti avrebbero dovuto combattere. Anche per il colore, considerando che il film è per la maggior parte girato con la luce naturale, si è dovuto sempre aspettare che le nuvole creassero un colore uniforme per l’impressione della pellicola.

Con una scenografia stretta tra le trincee, gli uomini e le armi o dettagliata tra crateri di bombe, filo spinato, cadaveri di uomini ed animali, affusti di cannone e proiettili, fango e fiamme. In mezzo a tutto questo la creazione di spazi tali da permettere agli attori ed ai tecnici di poter girare ogni dettaglio o dialogo. Con scene strette per rimanere in quello spazio ma riuscire poi ad uscirne per continuare il piano sequenza (i camminamenti delle trincee, le strade piene di detriti di case distrutte).

La creazione di un percorso troppo dettagliato avrebbe anche rischiato di non mantenere l’attenzione dello spettatore, troppo spesso identificato con l’occhio della macchina da ripresa. Quindi la necessità di poter cambiare il punto di vista soggettivo della macchina con quello degli interpreti per poi attraverso l’allargamento del panorama arrivare ad una visione oggettiva. Sono stati questi i passaggi che, pur nella continuità di un solo piano sequenza artificiale hanno reso la visione dello spettatore-partecipe, più fluida, più libera.

Al di là del grande e funzionale lavoro tecnico, fatto di perizia logistica e di effetti digitali, tra cui quelli in postproduzione, la storia è in verità molto esile. 6 aprile 1917. Due giovanissimi soldati inglesi (George McKay e Dean Charles Chapman), in terra di Francia, ricevono l’ordine di uscire dalle loro trincee (è una guerra di posizione), attraversare la terra di nessuno e superate le linee nemiche consegnare un messaggio al colonnello McKenzie, che con il suo battaglione di 1600 uomini dovrà attaccare all’alba le deboli trincee tedesche, cadendo invece nell’imboscata del nemico che in quella zona si è rafforzato. Se i due soldati falliranno la difficile impresa ci sarà un massacro nel quale morirà anche il fratello di uno dei due.

Solo in pochi momenti del film, che guarda caso sono quelli meno convulsi, meno attrattivi, meno spettacolari, quando il tour de force tecnico si placa, allora le emozioni, che nascono sempre dalle pause e dalle riflessioni, vengono fuori con barlumi di drammaticità e di umanità.

Nel riposo dei militi all’inizio degli eventi, nella solitudine di una fattoria abbandonata, in una morte inaspettata, nell’incontro con una donna, nel canto di un cappellano tra i suoi soldati, nella decisione onesta di un comandante, nell’abbandono dentro la natura, ancora non massacrata dalla violenza dell’uomo: è l’alternativa salvifica all’orrore di una guerra inutile in un film moderno e ben fatto, senza vecchie ed abusate retoriche, che può vincere Oscar importanti.

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