Filippo Ticozzi, film estremi che indagano vita e morte

Pubblichiamo l’articolo di Simona Spaventa, comparso in data odierna su Repubblica su Filippo Ticozzi, un regista amatoriale che indaga tematiche scabrose che ruotano intorno al tema della morte.
la Redazione

Il cinema di Filippo Ticozzi indaga l’estremo, territori misteriosi e terribili da cui è più comodo distogliere gli occhi. Lo fa senza prurigine, con lo sguardo del poeta che avrebbe voluto essere «e non sono — dice il regista nato nel 1973 dalla sua casa pavese, dov’è in quarantena con le due figlie piccole — la letteratura è la mia prima passione ma purtroppo il talento non c’è. Non sono mai riuscito a scrivere, col cinema ho trovato il mio linguaggio per parlare nel mondo». Un linguaggio scabro, rigoroso, essenziale, che ha l’ambizione di toccare temi alti, la morte e l’insensatezza del vivere, come fanno i versi di Thomas Stearns Eliot, John Berryman, Mark Strand, «i miei riferimenti insieme a Dostoevskij, Thomas Bernhard e Beckett». Succedeva sei anni fa nel primo lungometraggio, Inseguire il vento, selezionato dal festival Filmmaker che da sempre sostiene il suo lavoro, in cui seguiva tra Bologna, Mantova e Palermo Karine, tra le maggiori esperte europee di tanatoprassi, l’arte di preparare, truccare e vestire i cadaveri: «Era un tentativo di raccontare i cadaveri che guardano una tanatoesteta». Prego? «Mi spiego: si parla della morte in tutte le sua sfaccettature, ma il cadavere non lo si può mostrare, rimanda a insensatezza e disgusto e le culture lo fanno scomparire. Io volevo raccontare questa cosa che rimane, che ci riporta all’uomo e alla sua negazione». Una sfida, è facilmente intuibile, anche per lo spettatore, come il nuovo film. Si intitola Still-lifes, nature morte, e si avvicina alla pratica sadomaso del bondage, ma con lo sguardo distaccato dell’entomologo e un approccio filosofico lontanissimo dal voyeurismo: «È un nuovo tassello nella mia indagine sul rapporto tra uomo e inanimato, iniziata con Inseguire il vento e proseguita nel 2017 con il cortometraggio The Secret Sharer dove le protesi artificiali per le gambe segnavano il confine di corporalità mutanti, descrivevano una realtà dove diventa difficile decretare la differenza che corre tra biologico e meccanico, tra essere umano ed elemento automaticamente riproducibile». Nel mezzo, la parentesi africana di Moo Ya, visto al Festival del cinema africano e vincitore, nel 2016, del premio della giuria per i documentari al Torino Film Festival. All’apparenza distante dagli altri con i suoi paesaggi esotici e il passo da road movie, anche questo è un film che «vede il mondo da prospettive inedite, cerca una chiave di lettura che apra porte mai aperte prima»: girato in Uganda, racconta il paese e la sua storia di guerre civili attraverso lo sguardo di un cantastorie cieco in viaggio, in un tentativo anche qui estremo di ridefinire il punto di vista comune.

«A differenza della maggior parte dei documentaristi, mi piace filmare quello che non conosco. Non mi interessa la profondità, mi piacciono le superfici», riflette Ticozzi. E come non conosceva la remota Uganda, con il nuovo film, seppur girato vicino casa, in provincia di Pavia, Ticozzi è andato ancora più lontano entrando nel mondo del bondage, «una pratica, premetto, per cui non ho nessuna fascinazione né desiderio, l’unica attrazione è visiva». E filosofica, perché «al di là del piacere nel farsi immobilizzare c’è una sfida alla vita, un’ossessione. Per un momento il legato diviene qualcos’altro, si avvicina a ciò cui l’uomo segretamente anela: l’essere inanimato, privo di vita e perciò eterno». Il film è pronto ad affrontare il percorso dei festival, esito naturale per produzioni come queste, rigorosamente indipendenti e a basso budget: «Se non sei un nome affermato, per fare total-mente quello che vuoi l’unica modalità produttiva è agire da soli, ed essere umili. Certo, so bene che i miei film sono destinati ai festival e alla quasi totale invisibilità. Se mi chiedono perché lo faccio, non ho risposte, se non che sono destinati ad essere fatti». In altre parole, potremmo parlare di necessità. Con cui non si pagano le bollette, e Ticozzi ha anche altri lavori: insegna regia all’Università di Pavia e tiene corsi nelle scuole. Da buon artigiano, ha fatta sua la definizione del grande regista sperimentale americano Stan Brakhage: «Il mio è cinema amatoriale. E l’amatore non è l’incapace, è colui che ama».

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