Gianni Amelio(1). Il ladro di bambini

a cura di Patrizia Montani

“Chi non è vissuto prima della televisione non sa cosa sia la dolcezza del cinema”.
Con questa frase prestata da Bertolucci [1], Gianni Amelio racconta i suoi anni giovanili, trascorsi in Calabria, in un piccolo paese dove non c’era neanche una sala cinematografica, in una famiglia nella quale spendere soldi per comprare libri o andare al cinema era un vero “peccato”. [2]
Nell’infanzia del regista, segnata dall’assenza del padre, emigrato in Argentina e tornato solo dopo 15 lunghi anni, dalla difficoltà di raggiungere a piedi la scuola, lontana chilometri, da una famiglia composta solo di donne, oberate dal duro lavoro , la “dolcezza” del cinema è l’unico sprazzo di luce nel buio.
Amelio , in una intervista , ricorda ancora l’emozione di quel grande telo bianco, steso in piazza , in una sera d’estate, la prima volta che vide le figure in bianco e nero muoversi.
Nel 1965 si trasferisce a Roma e qui inizia la sua attività cinematografica: aiuto regista, sceneggiatore, critico cinematografico, regista di spaghetti-western sotto falso nome e di caroselli televisivi ( così si chiamava la pubblicità in tv),sono queste le principali attività di Gianni Amelio in quegli anni.
L’attività di critico cinematografico lo mette a contatto con Bresson, Rossellini, Antonioni e con tutti i maggiori giovani registi italiani del momento.
In particolare la collaborazione con Gianni Puccini e Vittorio De Seta lascia un segno nella futura attività di Amelio.
De Seta ricorderà dopo anni, avendo visto Il ladro di bambini, di aver finalmente compreso quanto intenso fosse stato il rapporto professionale tra il regista e il suo quasi sconosciuto collaboratore, malgrado si fossero scambiati solo poche parole.


Il ladro di bambini

E’ la storia di un viaggio attraverso l’Italia da Milano a Gela di due bambini e di un carabiniere, incaricato di portarli in orfanotrofio.
Rosetta, 11 anni, è stata dalla madre costretta a prostituirsi, Luciano, suo fratello, è poco più piccolo.
Lei, le unghie laccate e smangiucchiate, recita la preghiera all’angelo custode quando ha paura, lui, chiuso e diffidente, è oppresso dall’asma e quasi non parla.
Il carabiniere assume l’incarico a malincuore, per puro dovere di ufficio.
I pochi giorni trascorsi insieme, attraversando un’Italia brutta, devastata, ignorante e volgare, trasformeranno il rapporto di ostilità e diffidenza.
La fiducia, l’amicizia, la complessità dei rapporti tra i personaggi, vengono  descritte con equilibrio e naturalezza: un panino , il mare, le barzellette, la maschera di Zorro.

La conclusione del film  ( che Gianni Amelio avrebbe voluto molto più drammatica con l’uccisione del carabiniere da parte del bambino) è tuttavia amara: l’uomo diventa un  fuorilegge per aver “rapito” i bambini e Rosetta e Luciano finiranno comunque in orfanotrofio, ancora una volta lasciati soli. La straordinaria recitazione dei bambini e di Enrico Lo Verso, l’intensità, la pudicizia, l’equilibrio fra utopia e realismo, l’etica del vivere civile, quotidianamente negata, fanno di Il ladro di bambini un film emozionante e poetico.
Premiato a Cannes col Gran Premio della Giuria.

Il ladro di bambini
regia di Gianni Amelio, 1992
con Enrico Lo Verso, Valentina Scalici, Giuseppe Ieracitano
Sceneggiatura S. Rulli, S. Petraglia

[1] Questa frase, attribuita a Talleyrand è l’epigrafe del film di Bertolucci Prima della
rivoluzione. Amelio la usa, parafrasandola, per spiegare sia la magica attrazione del
cinema da lui vissuta nella giovinezza insieme con tutte le difficoltà logistiche e spesso
economiche per andare al cinema, sia la mutazione del costume che, con l’avvento della
televisione, mettendoci tutto il cinema a disposizione ( si parlava, al tempo dell’intervista,
di video cassette) ci ha spianato le difficoltà togliendoci anche la febbre da cinema.

[2] Domenico Scalzo ( a cura di) Gianni Amelio un posto al cinema. Edizioni Lindau, 2001

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