La focalizzazione

a cura di Letizia Piredda

Nella famosa intervista fatta da Truffaut , Hitchcock [1] spiega in modo esemplare la differenza tra suspence e sorpresa:

A.H. “La differenza tra suspense e sorpresa è molto semplice e ne parlo molto spesso. Tuttavia nei film c’è spesso confusione tra queste due nozioni. Noi stiamo parlando, c’è forse una bomba sotto questo tavolo e la nostra conversazione è molto normale, non accade niente di speciale e tutt’a un tratto: boom, l’esplosione. Il pubblico è sorpreso, ma prima che lo diventi gli è stata mostrata una scena assolutamente normale, priva di interesse. Ora veniamo al suspense. La bomba è sotto il tavolo e il pubblico lo sa, probabil-mente perché ha visto l’anarchico mentre la stava posando. Il pubblico sa che la bomba esploderà all’una e sa che è l’una meno un quarto — c’è un orologio nella stanza —; la stessa conversazione insignificante diventa tutt’a un tratto molto interessante perché il pubblico partecipa alla scena. Gli verrebbe da dire ai personaggi sullo schermo: « Non dovreste parlare di cose così banali, c’è una bomba sotto il tavolo che sta per esplodere da un momento all’altro”.

Sabotaggio, 1936 di Alfred Hitchcock

Nel primo caso abbiamo offerto al pubblico quindici secondi di sorpresa al momento dell’esplosione. Nel secondo caso gli offriamo quindici minuti di suspense. La conclusione di tutto questo è che bisogna informare il pubblico ogni volta che è possibile, tranne quando la sorpresa è un twist , cioè quando una conclusione imprevista costituisce il sale dell’aneddoto.”

Ora la differenza tra sorpresa e suspence poggia proprio su un diverso modo di regolare il flusso delle informazioni su cui si costruisce il racconto. E cioè il fatto che noi spettatori ne sappiamo più dei personaggi , comporta un effetto di suspence, al contrario se noi spettatori ne sappiamo come i personaggi, comporta un effetto di sorpresa.

Questo ci permette di introdurre il concetto di focalizzazione [2] che consiste in una strategia narrativa che si costruisce attraverso tre elementi: l’istanza narrante,[3] il personaggio e lo spettatore. Di questi tre elementi uno gode di uno statuto privilegiato: l’istanza narrante, che sa sempre tutto e decide tutto sul piano delle strategie narrative, cioè quando e quanto far conoscere del suo sapere , man mano che la narrazione progredisce.
Genette articola il rapporto che viene a stabilirsi sul piano cognitivo tra istanza narrante, personaggio e spettatore, nel modo seguente:

-Racconto non focalizzato o a focalizzazione zero: è il caso della narrazione onnisciente in cui il narratore ne dice di più di quello che sanno i personaggi.
-Racconto a focalizzazione interna, in cui il narratore assume il punto di vista di un personaggio dicendo solo quello che il personaggio sa.
-Racconto a focalizzazione esterna, quello in cui il narratore non fa conoscere i pensieri e i sentimenti del personaggio, ne dice meno di quanto questi sappia.

Ora però l’applicazione di questa tripartizione al racconto cinematografico, si complica per il fatto che nel linguaggio cinematografico, l’immagine gioca un ruolo centrale. Un film racconta mostrandoci delle cose, direttamente o attraverso gli occhi di un personaggio.
Per questo motivo François Jost ha introdotto un altro termine, quello di ocularizzazione , che sarà l’oggetto del prossimo articolo.


Note

[1] François Truffaut. Il cinema secondo Hitchcock . Il saggiatore, 2014 [2] G. Rondolino D.Tomasi. Manuale del film. UTET, 2011
[3]L’istanza narrante, in ambito cinematografico, è praticamente il narratore. Nello specifico rappresenta tutto ciò che porta avanti la storia, che lascia intravedere il “progetto comunicativo” alla base del film scritto dall’autore. L’istanza narrante può manifestarsi ad esempio attraverso una voce (sia di una narratore esterno, sia di un personaggio) che ci guida nella comprensione del racconto oppure non si manifesta esplicitamente, ma la sua azione comunque è rintracciabile in altri elementi, come le immagini che ci vengono mostrate e il modo in cui ci vengono mostrate. Il regista, ovvero colui che decide come dar vita ad una storia scritta, organizza tutti gli elementi in modo tale da orientare in un certo senso la nostra comprensione del film. Ecco, l’insieme di questi elementi organizzati costituisce l’istanza narrante.

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