Festa del Cinema di Roma– Steve McQueen. Dalla Videoarte al successo cinematografico

di Pino Moroni
artapartofculture.net

Non è facile prendere un premio alla carriera con solo quattro lungometraggi all’attivo, anche se si chiamano  Hunger (2008),  Shame (2011), 12 anni schiavo – tre premi Oscar – (2013) e Widows (2018). Ma Steve McQueen, regista afroamericano inglese (figlio di immigrati giamaicani) lo ha ritirato di persona alla 15ma Festa del Cinema di Roma.

Steve McQueen però ha fatto frutto di un’altra carriera di successo vissuta a lungo nella videoarte. Come artista (ha studiato arte e design) ha esposto le sue opere in tutto il mondo tra cui al Moma di New York ed alla Biennale di arti visive di Venezia. Soprattutto con opere al confine tra il cinema e l’arte, spesso video o corti in cui ha esperimentato quel suo stile personale di tenere incollata l’attenzione dello spettatore su un’unica inquadratura per più minuti, creando la tensione del longtake.

Questo uomo gentile e vigoroso, con affettuosa famiglia al seguito, si è fatto in tre per presentare al pubblico romano appunto tre dei suoi cinque capitoli di una bellissima antologia (una serie targata BBC), ambientata a Londra dal 1969 al 1982 su storie vere di persone comuni, nascoste, sconosciute, dentro lo scenario politico sociale di quegli anni, che ha ascoltato e vissuto da ragazzo (nato nel 1969) dalla sua famiglia a da altri immigrati afroamericani, fatte di gioie e dolori, ribellioni e resilienze, feste e tribunali, amori e condanne, con insomma tanti problemi ma tanta felicità ed oggi forse con nostalgia, come poi è per tutti quelli che hanno vissuto quegli anni.

Alla visione di Lovers Rock, pieno di musica e di empatie interpersonali, il pubblico ha risposto con un lungo applauso per confermare appunto una comunanza di ricordi di un periodo vissuto con lo stesso sentire, bianco o nero che sia.

Lovers Rock

Tutto con uno stile registico personale fatto di inquadrature che vanno dentro i corpi dei protagonisti, ossessione estetica e compulsiva di questo originale autore. Steve McQueen, ideatore della serie, regista, sceneggiatore, montatore e produttore esecutivo, ha detto nell’intervista che era da 11 anni che aveva questa idea e forse è giusto il momento di dire tante cose mai dette sulle discriminazioni razziali di ieri che sono ancora presenti oggi (vedi i fatti di violenza sui neri americani).

Il capitolo Lovers Rock, tutto compreso in una festa da ballo in un appartamento della periferia di Londra (i neri non erano ancora ammessi nei locali da ballo), oltre la incredibile travolgente colonna sonora, composta di blues, rock alternativo, soul, reggae e musica sperimentale assemblata e diretta dalla compositrice Mica Levi (Micachu), vede ragazzi e ragazze in attesa dell’orgasmo di un corpo a corpo per arrivare ad una frenetica e parossistica liberazione dallo stesso (ricordo di danze vodoo), che sa tanto di cerimonie esoteriche, di liturgie fatte di ritmi tribali, sballo, orge, alla ricerca delle proprie origini africane.

McQueen è molto bravo a rendere così importante l’aspettativa di una comunità nella sua affermazione di identità, attraverso il potere sinergico e liberatorio della musica, la forte ricerca di un partner sessuale con cui dividere poi le angosce di una vita tra stranieri. I piccoli drammi giovanili (come la perdita della verginità) all’interno dei grandi problemi di inserimento anche lavorativo (molti vivono da fuorilegge), pieno di pregiudizi, ostile e rigoroso.

Ed alla fine in un’alba luminosa e felice il ritorno a tutti gli obblighi e le vessazioni familiari e sociali.

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