One night in Miami. Un incontro e quelle idee che avrebbero potuto cambiare il corso della storia.

di Pino Moroni
artapartofculture.net

La semplicità dell’ambiente (un modesto hotel segnalato sul Green Book americano), la sincerità delle recitazioni (quattro attori afroamericani misconosciuti), e soprattutto le idee e gli ideali figli di quell’evocativo periodo storico anni ’60: questo il segreto di un film cult, ideato come pièce teatrale da Kemp Powers e realizzato come primo film (già capolavoro) da Regina King (premio Oscar migliore attrice per If Beale street could talk, 2019) e dal titolo One Night In Miami (Quella notte a Miami), 2020.

Quattro miti (Cassius Clay, Malcolm X, Jim Brown, Sam Cooke) ognuno carismatico nel suo mondo, ma visti per la prima volta come esseri umani (con i loro tic, accenti, difetti e paure) fragili e sperduti, immersi in quell’immenso irrisolto problema dei movimenti per i sacrosanti diritti delle minoranze. Ma con la convinta aspirazione, data dal pensiero allora crescente, di poterli cambiare in meglio. Perché era il momento di parlare al cuore ed al pensiero di tutti in un’America che si stava rinnovando.

Quattro importanti uomini con molto potere ed influenza su tanti, che si interrogavano su quale avrebbe potuto essere il loro ruolo come afroamericani nei confronti dei grandi problemi della libertà e dell’eguaglianza. Un incontro tra i quattro che, in quel modo, non c’è mai stato ma avrebbe potuto, cambiando, accelerando il corso della storia…

25 febbraio 1964, Cassius Clay (Eli Goree) diventa a Miami campione del mondo dei pesi massimi. Malcolm X (Kingsley Ben- Adir) è uno dei più importanti membri della Nazione Musulmana. Jim Brown (Aldiss Hodge) è il più famoso giocatore di rugby della storia sportiva USA. Sam Cooke (Lesley Odom jr.) è un cantante e produttore discografico di grande successo.

Per essi una lunga notte al Motel Hampton House (rigorosamente per afroamericani), una lunga maratona intellettuale, quale allora era costume negli incontri di cervelli giovani e liberi (ed anche naif). Era l’inizio di un dibattito per far avanzare la causa dei neri (e delle minoranze in generale), che dopo 56 anni non è ancora risolta.

Nell’America oggi con più di 400 mila morti per Covid 19, le diseguaglianze sociali, economiche, sanitarie, amplificano tra le minoranze una strage senza precedenti (forse il 40%).

Per quanti perseguono, in questo immenso egoismo strisciante, gli ideali di una società giusta ed inclusiva, è un imperativo morale pensare e richiedere investimenti nelle aree svantaggiate che pagano il prezzo più alto della pandemia.

Ritorniamo a quel famoso inizio di un dibattito che solo con la sensibilità di una regista come Regina King possiamo capire.

Un film misto di storia, dramma, religione, musica, anche arrivismo, responsabilità personali. Un film leggero ed accessibile ma dalle molteplici letture. Con un prologo, un finale ed un corpo centrale con un indubbio significato storico: la difficoltà di portare avanti una carriera insieme alle idee di eguaglianza e libertà, rimanendo fedeli a se stessi.

La pièce teatrale di Kemp Powers piena di dialoghi, tradotti dalla King nella essenzialità della sua messa in scena con primi piani e soluzioni narrative, realizzate sfruttando angoli di ripresa inventati negli spazi chiusi di due piccole stanze (direttore della fotografia Tami Reiker). La grande performance degli attori con una recitazione da Oscar vuoi come attori principali vuoi come non protagonisti (con un casting da manuale).

Anche tutta la musica è perfetta, pure nei brani appena accennati, altamente evocativi di un’epoca irripetibile: basti ricordare il Blowing in the wind del bianco in controcultura Bob Dylan e la risposta di emancipazione nera, suggerita da Malcolm X, di Sam Cooke con la sua A change is gonna come.

Tutto in una stanza anche perché il mondo esterno non era vivibile per le minoranze afroamericane e ben due di quei miti neri, Malcolm X e Sam Cooke sarebbero morti, diversamente, ma entrambi assassinati, nell’arco di un anno.

Una curiosità: l’attore Lesley Odom jr. ballerino di riviste di Broadway ha cantato egregiamente tutte le canzoni del film, scritte e cantate da Sam Cooke negli anni ’60, inclusa la famosa Wonderful World.

Di tutte quelle belle idee di quattro uomini di colore (più o meno chiari o scuri come ironizzano i personaggi) che cosa ne sarebbe rimasto? Avrebbero potuto cambiare il corso della storia? Ne conosciamo oggi qualche risultato?

Forse possiamo sperare vedendo buoni film di autori afroamericani che sia giunto il momento del riscatto.

Ci rimane la voglia di un dibattito aperto su questi temi universali, quali significati perduti in questo silenzioso presente. Un film attualissimo per una ripresa delle idee.

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