Minari 2021 di Lee Isaac Chung (2)

di Letizia Piredda

Intervista a Tano Pirrone

Il Cinema coreano e il cinema asiatico, in generale, stanno riscuotendo un successo crescente già da diversi anni. Tra gli ultimi film usciti nelle sale, uno che ha avuto riconoscimenti importanti è Minari. Perché tanto successo?

Il Cinema asiatico è sdoganato da tempo, il Giappone degli anni Venti e Trenta del 900, con i picchi di Ozu e il suo realismo poetico, e la grande lezione di Kurosawa che seppe sposare il classicismo nipponico al classicismo letterario europeo; il Cinema cinese di Chen Kaige e di Zhāng Yìmóu, vette preziose di una cinematografia dalla lunga storia e poi il Cinema Coreano che è da tempo il più vivo: indaga con efficacia e senza pregiudizi la contraddittorietà della società sud-coreana, ricavando risultati di ottimo livello, in cui la rigorosità della tecnica è sempre funzionale al tema affrontato. Perché tanto successo: nelle gare si vince non solo se si è più forti, ma anche e sempre più spesso se non si è eccessivamente meno bravi. E se l’argomento di cui il film tratta è compatibile con la “tendenza” del momento. Nessuno scandalo, per carità: è successo sempre, a Cannes, come a Venezia, nella strapuntinata Hollywood come a Berlino. Il giudizio critico però deve resistere alla conformità del momento e andare, se serve, contro corrente

Minari racconta una storia molto conosciuta che possiamo chiamare American dream: è solo una ripetizione o introduce qualche elemento nuovo?

La storia è semplicissima e come al solito è dipanata con semplicità stilistica, mai banale. Qualche inquadratura il regista se la poteva anche risparmiare e attenersi a quel rigore formale che ben si sposa a un certo bigottismo del paese d’origine ben allacciato all’ondata del politicamente corretto a tutto spiano. Minari è una sorta di erba cipollina o di prezzemolo e come tale è comune a tutti i piatti della tradizione coreana, elemento sostanziale e metaforico dell’identità nazionale. La nonna ne ha un serbatoio vasto lontano da occhi indiscreti e da mani furaci. L’identità nella famiglia americana di origine coreana è conservata attraverso elementi caratteristici della cucina tradizionale. È quello che abbiamo visto mille volte nei film in cui si indagava nel mondo degli immigrati italiani o irlandesi. Chi ha visto la bella serie (anche perché breve) di Martin Scorsese Fran Lebowitz – Una vita a New York e nel film documentario Italoamericani del 1974 avrà potuto ammirare Catherine, la madre di Martin cucinare polpette e sugo in perfetto stile siciliano (la famiglia proviene da Polizzi Generosa, paesone delle Madonie, nei pressi di Palermo). Quello descritto nel film è un processo comune negli immigrati negli Usa: si diventi americani, ma si controbilancia la nuova identità con fanatici attaccamenti ad alcuni abitudini, soprattutto culinarie. Sempre meglio che l’affiliazione alla Mafia o alla Triade cinese. Nulla di nuovo, quindi, sul fronte orientale!

Come si coniuga nel film l’American Dream con le dinamiche affettive di una famiglia allargata?

Il film replica in territorio americano la struttura sociale coreana: 50% della popolazione è atea, l’altro 50% si divide fra cristiani e buddisti: ne sortisce un originale bigottismo per cui parlare di sesso prematrimoniale o di omosessualità risulta imbarazzante e spesso un divorzio o una gravidanza extra matrimoniale può decretare la fine di una carriera. Al contempo è molto marcata la disparità fra ceti poveri e ceti benestanti, tanto che la raffigurazione cinematografica dei ceti più abbienti blinda come casta impenetrabile.

Parasite di appena un anno prima (2019) sfocia nella cruenta, ma personale ottica di classe, ma lo fa in un’ottica di macelleria familiare, con recupero finale. Ho cercato in tutti i modi di farmelo piacere, ma la violenza privata vile e calcolatrice è una barriera che ha molto determinato il rapporto con il film e con il suo regista. Bravo, come la maggior parte dei registi delle nuove generazioni, ma capaci anche di equilibrismi fra soggetto e sceneggiatura non sempre in sintonia. Quello che poi è in fondo il grande male dell’attuale Cinema italiano. Buonissime tecniche, soggetti discreti, sceneggiature al limite e il risultato è: visto uno visti tutti. Mi scuso per la digressione, e torno subito sull’argomento: famiglia allargata perché c’è la nonna? Dipende dalla nonna e dal nonno, se campa ancora! La moglie è già in preda ad un forte disagio: le scelte del marito confliggono con le sue ambizioni e si rifugia in seno ad una comunità religiosa su cui anche una parola è di trappo, ma bisogna pur dirla: speculatori e sfruttatori del bisogno di tranquillità (per favore non toccate la felicità!). I figli vanno a ramengo e la nonna vive tre quarti spostata nel tempo e nello spazio: l’erba (la minari, per carità!) è il suo ancoraggio. Poi la malattia e la pulsione irrefrenabile a essere utile, quindi catastrofica. Il sogno americano spesso assomiglia ad un incubo, ma ognuno sogna quel che si merita.

Verrebbe da chiedersi: ma Minari è un film americano o un film coreano?

Il cinema americano è il cinema che incarna le storie e l’immaginario degli ex immigrati. Filtrato dal comune sentire. Se devo rispondere per forza, dirò che è un film coreano, anzi è un film di chi non riesce a decidere se essere ormai americano (e sempre un po’ coreano, la minari serve a questo) o essere sempre coreano e precludersi per sempre una stabilità necessaria. È una sensazione che ho ben presente: dopo quarant’anni di Roma non mi sento più siciliano e non mi sento assolutamente romano. Sono un originale “uomo di mezzo” qualunque cosa questo voglia dire. Grazie.

Vedi anche l’Intervista su Minari a Pino Moroni

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