COEFORЄUMENIDI di Eschilo

COEFORЄUMENIDI di Eschilo
Davide Livermore Teatro Greco di Siracusa, 31 luglio 2021

di Tano Pirrone

Qualche anno fa, in una delle mie visite estive in Sicilia, fui coinvolto in una rimpatriata con gli amici di un tempo (ormai lontano e diverso): avevano organizzato per l’occasione una cena ad Acitrezza, in un ristorante a mare, di cui qualcuno del gruppo di coetanei era abituale cliente. Ricordo come se fosse ora lo squallore di una cena a basso prezzo con tanta roba da mangiare: quantità nelle porzioni e nelle apparenti diversità (tipo: antipasti per tutti con frittura mista, tre assaggi di primo, tre assaggi di secondo…), cui corrispondevano presentazioni approssimative, sapori incerti, difficilmente attribuibili.

Che c’entra questo ricordo con la spumosa traboccante serata di divertissement trascorsa ieri sera al Teatro Greco di Siracusa? C’entra perché le opere teatrali di Davide Livermore hanno la stessa caratteristica: paghi (non poco) e mangi quanto vuoi. C’è di tutto: qualche sprazzo di vecchio teatro classico (poco e in solitaria), recitazione frou-frou, musica, canto, clitennestrici seni opimi, pistole, auto d’epoca, alluvioni di fumi. Ne avevo avuta avvisaglia nel 2019 con Elena di Euripide che aveva diretto proprio qui a Siracusa; in quell’occasione timidamente il regista si era fermato all’operetta: pur non avendo molto gradito, allora abbozzai. Ora no, questa edizione delle Coefore – Eumenidi di Eschilo non può essere passata sotto silenzio, tanto è stato il disagio, l’imbarazzo, e la rabbia infine che ho provato; e, all’uscita, esternato, riscontrando molte adesioni. Parecchie persone giuravano di non più tornare.

Ero giunto a teatro invogliato dalla lettura del bel libro dedicato all’opera di Eschilo, edito dall’Inda, con il testo nella magnifica traduzione di Walter Lapini, di cui ho molto apprezzato la nota metodologica [pp.80-81] che mi ha invogliato a leggere bene tutto il testo. Conosco e possiedo la traduzione di Manara Valgimigli, utilizzata per l’edizione del 1948, edizione della Ricostruzione, dopo l’intervallo della guerra cui ebbi la fortuna di partecipare a soli cinque anni appena compiuti. Conservo religiosamente uno dei biglietti d’ingresso, così come i ricordi di quel tempo ormai lontanissimo. Fu un evento che mi segnò a fuoco, lasciandomi dentro l’amore appassionato per Siracusa, i suoi luoghi eterni, come il Teatro Greco, le opere degli Antichi e il senso della continuità: il sentirsi parte integrante e integrata di un unicum umano. Questo senso di eternità è stato vilmente denigrato ieri sera da un’opera sovrabbondante, barocca, eccessiva, mal dosata, traboccante come certi seni siliconati: lo stupore raggiunto attraverso l’artificio. Non è fuori luogo, allora, la frase del massimo poeta del periodo barocco, Giovan Battista Marino: “È del poeta il fin la meraviglia. Parlo dell’eccellente e non del goffo. Chi non sa far stupir vada a la striglia”.

Sinceramente, ci preoccupa molto il pensiero retrostante: che più roba c’è meglio è, più gente raggiungo e colpisco e meglio è: comunque il gusto diffuso conclamato dell’Era Pandemica e il trash, l’Eccesso, il Sovrabbondante, il cocktail estivo con tre cannucce, il paghi uno e prendi tre.

Livermore è bravo, conosce il suo mestiere – non c’è alcun dubbio su questo! – ma tende per natura e cultura a essere sovrabbondante, a mischiare i generi e usare i dosaggi per condurre opera e spettatori nella Zona che gli riesce meglio: quella musical recitativa operetta opera leggera con tanto vedere e tanto ascoltare. Forse sono troppi i mestieri che ha fatto finora e dovrebbe concentrarsi di più su quello che sembrerebbe essere il suo maggiore campo d’interessi, la regia di opere musicali. Frequento poco quell’ambito, ma mi dicono e leggo che i risultati sono tanti. Fra le altre cose che so di lui, attuale Direttore del Teatro di Genova, nella sua brillante ed eclettica carriera ha lavorato anche come scenografo, costumista, lighting designer, ballerino, sceneggiatore, attore e insegnante, oltre a esibirsi come cantante[1].

Le musiche nell’opera greca ci stanno pure, l’indagine filologica lo ha confermato e tende a definirne natura e ruolo: “sostenere gli affetti, per enfatizzare le parti liriche del testo e per sostenere le parti dialogiche[2]”, Chenna lo afferma nella nota citata, ma poi per tutto il tempo della recita la musica ha sopraffatto le parole. E nel teatro le parole sono l’essenziale, il fondamento; senza la loro comprensione si assiste a spettacoli di sons et lumière, che sono belli, ci piacciono e ci rendono felici ma sono decisamente cosa diversa dal teatro, e dal teatro classico in particolare. Dicevamo che le musiche sono importanti proprio perché quelle funzioni descritte hanno, e la perizia compositiva ed esecutiva è decisiva. Sempre si è posta gran cura nell’affidare il compito di responsabile delle musiche; eccoli, relativamente a Coefore-Eumenidi: 1921, Giuseppe Mulè; 1948 (citata nel testo), Gian Francesco Malipiero; 1960, Angelo Musco, 1978, Bruno Nicolai; 2001, Germano Mazzocchetti; 2008, Matteo D’Amico; 2014, Marco Podda.

Ma, ieri sera abbiamo sofferto per non udire o udire poco e male la recitazione, spessissimo coperta da una musica inadeguata, spesso, a volume eccessivo, che ha coperto l’elemento fondamentale della tragedia, per altro ben recitata con voci chiare e testi ben scanditi. È nostra convinzione che l’insistere su questa linea stilistica non è produttivo: la conservazione della tradizione, che fu la visione di Mario Tommaso Gargallo (restituire al Teatro Greco di Siracusa la sua antica funzione) rende coerente e prevede la sperimentazione, l’aggiornamento nelle tecniche e l’adeguamento ai tempi; ma est modus in rebus: c’è un limite ed il limite è dato dal far credere che la vera autentica tragedia greca sia questo pot-purri plurimediale ad usum delphini.

La forma non è cristallizzata, ingessata, e il suo rispetto, pur nell’innovazione, riesce a produrre capolavori assoluti come fu l’edizione 2019 delle Troiane, magistralmente condotta da Muriel Mayette-Holtz, per la quale proviamo ammirazione, riconoscenza e nostalgia.

Bisogna riconoscere a Livermore che l’invenzione dello schermo illuminato, che restituisce l’idea delle palle di vetro di chi legge il futuro (Apollo, oracolo ante litteram), è un’ottima trovata scenica e permette di avere soluzioni eclatanti per richiamare il fantasma di Agamennone o per sottolineare momenti particolari di tensione con un gioco di forme luci ed immagini; è praticamente un oblò sul mondo parallelo degli dei e dei morti. E se dobbiamo legare positivamente lo spettacolo ad un’immagine, è questa l’immagine che scegliamo e che per sempre legheremo alle Coefore-Eumenidi del 2021. Cercheremo invece di dimenticare la canzone finale, il ballettino e il video con le piaghe italiane del terrorismo nero e della mafia.

Ma di che parliamo, quando parliamo dell’Orestiade: trilogia classica, composta dall’Agamennone, dalle Coefore e dalle Eumenidi (queste due strettamente connesse, spessissimo rappresentate insieme), la cui prima esecuzione risale al 456 a.C.? Vi si racconta della morte del prode capo degli Achei nella lunghissima spedizione in Asia minore per sconfiggere e distruggere Ilio per mano della moglie Clitemnestra e del ganzo Egisto. Vi si narra del destino dei due figli della coppia regale: della sofferta prigionia di Elettra e dell’esilio di Oreste e del suo ritorno, e dell’incontro con Elettra proprio sulla tomba di Agamennone su cui Oreste giura di uccidere i due traditori assassini. Cosa che Oreste fa senza porre indugi. Accompagnano Elettra in visita alla tomba del padre le Coefore, che hanno il compito di spargere libagioni sulla tomba e che all’apparire di Oreste premono perché si compia immediata la tremenda vendetta. Nella terza parte della trilogia entrano in scena le Erinni, dee vendicatrici dei delitti, in specie quelli tra consanguinei. Esse inseguono Oreste fino a provocare un processo pubblico, che ha luogo nell’Aeropago, il tribunale sito sull’Acropoli di Atene, città dedicata ad Atena. Qui nasce uno dei fondamenti della cultura giuridica In dubio pro reo, cioè l’universale riconoscimento che nel dubbio (a parità di voti, quindi) l’accusato è da ritenersi innocente. Atena che presiede la giuria, è l’ultima a votare e opportunamente determina la sentenza di innocenza di Oreste e la trasformazione sofferta, ma infine accettata, delle Erinni, dee della vendetta, in Eumenidi, ovvero divinità della giustizia.

Lo spettacolo si avvia alla sua conclusione che non sarà neanche lontanamente simile a ciò che Eschilo e i suoi interpreti postumi hanno mai pensato: qualcuno intona Heroes di David Bowie, mentre sullo schermo scorrono inopportune immagini di grandi disastri della nostra era: il ponte Morandi, l’attentato di Capaci, Peppino Impastato. Il sigillo è lo snocciolarsi sullo schermo rotondo delle foto degli interpreti, mezzi busti a torso nudo in bianco e nero. Ma questo l’ho letto da qualche parte, io ero già sul sentiero di ritorno, e agitando il mio fedele bastone nero, intarsiato d’argento, inveivo…, invocando le belle figlie di Zeus e Mnemosine perché proteggano soprattutto dall’eccesso orgoglioso l’uomo e le belle arti cui si dedica e che lo avvicinano all’empireo.

Dedico a Davide Livermore e a tutti coloro i quali compiono le scelte strategiche per l’INDA, comunque tornata ai fasti dei tempi migliori, il seguente pensiero di uno dei più grandi autori e registi della seconda metà del Novecento:

Il teatro è nato dall’esistenza basilare della razza umana, dalla sua ciclicità, nascita, crescita e morte e poi rinascita di un altro essere e così via […] Il sentimento individuale che percepisce in maniera tragica la propria esistenza avrà nel teatro il suo conforto, perché il teatro racconta proprio questa esistenza tragica, assurda, paradossale […] La nostra società tenta di sradicare la tragicità dell’esistenza umana, rendendo tutto facile, tutto liscio, tutto calmo. Questa facilità della vita va contro il teatro. ( Peter Stein)

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COEFORЄUMENIDI di Eschilo

Siracusa, Teatro greco – 31 luglio 2021Traduzione, Walter Lapini │ Regia, Davide Livermore │ Musiche, Andrea Chenna │ Scene, Davide Livermore / Lorenzo Russo Rainaldi │ Costumi, Gianluca Falaschi.

Personaggi e protagonisti: Coefore. Musici, Diego Mingolla e Stefania Visalli; Oreste, Giuseppe Sartori; Pilade, Spyros Chamilos │ Elettra, Anna Della Rosa │ Le Coefore, Gaia Aprea / Alice Giroldini / Valentina Virando / Chiara Osella (cantante) / Graziana Palazzo (cantante) / Silvia Piccollo (cantante); Voce e immagine di Agamennone, Sax Nicosia; Clitemnestra, Laura Marinoni; Cilissa, Maria Grazia Solano; Egisto, Stefano Santospago; Una donna, Irasema Carpinteri; Le Erinni, Maria Laila Fernandez / Marcello Gravina / Turi Moricca; Guardie, Gabriele Crisafulli / Manfredi Gimigliano / Lorenzo Iacuzio / Roberto Marra / Francesca Piccolo ││ Eumenidi. Pizia, Maria Grazia Solano │ Apollo, Giancarlo Judica Cordiglia; Le Eumenidi, Laila Maria Fernandez / Marcello Gravia / Turi Moricca; Fantasma di Clitemnestra, Laura Marinoni; Statua di Atena, Federica Cinque; Atena, Olivia Manescalchi.


Note

[1] Testuale in Inda, Coefore-Eumenidi: “a Siracusa la tragedia diventa musical” di Massimo Ciccarello su è Costiera on line

[2]    COEFORЄUMENIDI – INDA – Pag. 35 La musica al servizio del testo Eschileo di Andrea Chenna, autore delle musiche.

3 Commenti

  1. Caro Tano dopo settimane di scorribande mentali fuori dal web riprendo oggi i contatti e mi imbatto nei tuoi magnifici testi di recensione teatrale. Lascio qui un commento di ringraziamento generale. Mi hai grandemente allietato, incuriosito, divertito, nonché spronato ad avvicinarmi ad un teatro che, mia ignoranza, ho avuto poca occasione di frequentare. Non vedo l’ora, magari in occasione dei nostri incontri di gruppo, di ascoltare anche tue cronache verbali (esilarante la tua fuga con bastone e invettive) a corredo di quanto superbamente scritto. Mi è venuto in mente leggendo questo articolo un disagio avvertito ultimamente con una certa frequenza al cinema a causa di scene dove la musica sovrasta tutto: dialoghi, rumori vari. Proprio pochi giorni fa mi è capitato con Spencer di Larrain (visto a Venezia) stavo per lasciare la sala, nei primi minuti la musica stridente di violini copre le parole di Kristen Stewart, che Interpreta la principessa Diana, e i suoni e i rumori della sua macchina. Ovviamente vuole rendere uno stato di frammentazione mentale, di imminente cedimento psichico, ma mi chiedevo se fosse davvero necessario procurare tale crisi anche a me. La musica può esasperare il sentimento racchiuso in un’immagine, ma possibile che diventi l’unico mezzo per esprimerla? Bon, non so se c’entri esattamente, ma l’ho detto e spero che tu e le Erinni mi perdoniate (e non si vendichino a ripropormi quei tremendi violini nell’orecchio) :-))

  2. Non preoccuparti, Lorenza, le Erinni “modificate” sono ora al servizio della giustizia e della libertà. Sono anche disilluse perché pensavano di essere sufficienti anche oggi per espletare i loro compito; si sono accorte però, che la giustizia e la libertà, mai come oggi sono predicate e, al contempo, perseguitate. Sarei felice di dedicare una riunione all’argomento. Dedico un po’ meno tempo al cinema, la cui funzione ed efficacia mi sembra esaurita, sopraffatta dalle serieTv, o meglio, dalle major che detengono i mezzi di produzione delle serieTv (contro cui non ho molto da protestare, se non fossero diventate la maggior fetta del mercato. Ormai sono i netflixiani a produrre: e la loro convenienza economica (e non solo) è quella di portare non la gente nel luogo di fruizione dello spettacolo, ma lo spettacolo nei punti in cui più comodamente si può fruire: le case, occupando quantità di tempo e di attenzione, sottratto a qualunque altra attività anche minimamente intellettuale. Sono convinto che il cinema come l’abbiamo conosciuto sia morto, finito; basta vedere il film di Sorrentino: è stato annunciato che uscirà fra due mesi nelle sale (qualche giorno) per poi mietere attenzione e successo su Netflix. Al cinema si può tornare, se IL CORRIERE-THE MULE lo usiamo non solo per “vederlo”, ma per discuterne. Non vorrei mai più sentire: Bello! Troppo lungo! Troppo violento! Ecc.
    Quanto alla musica, sovrastante e indifferente, è la logica conclusione della dominanza degli spazi pubblicitari televisivi sui programmi: ad ogni interruzione il volume si alza in modo vergognoso. Lo spettatore è declassato a consumatore sotto trattamento! Tornare al teatro è in un certo senso riappropriarsi della forma originale della comunicazione, in cui c’è chi recita e chi partecipa. Si può dissentire ma rimane il fatto importante della comunicazione diretta: hic et nunc.
    Non è il mio un discorso contro il Cinema, ma il desiderio inappagato di un cinema che si svolge in un luogo deputato, con un rito e con fini accettati e condivisi.

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