Lezioni di Festival: Aria ferma(2)

Storie, interviste e riflessioni sulla 78 Edizione della Mostra del Cinema di Venezia

di Lorenza Del Tosto

Aria ferma, di Leonardo Di Costanzo, film fuori concorso Venezia 78

È bello vedere un uomo appagato. La felicità può essere tante cose, ma quella dell’uomo pago è una felicità tutta speciale, che viene da dentro e dentro rimane indifferente a sgarbi futuri, delusioni e amarezze. E genera, come cellula staminale, nuove parti di noi più fiduciose e audaci. Da questa sopraffina, staminale felicità è posseduto oggi Leonardo Di Costanzo appena arrivato in una delle terrazze allestite al Lido per le interviste. Ha il passo leggero e un sorriso che fonde meridione italiano, urbanesimo parigino, e l’esotismo della Cambogia dove ha lavorato.

I suoi occhi saettano attorno pieni di incredula ironia. Deve essere  arrivato anche a lui quel bisbiglio che corre sulle terrazze del Lido: il suo Ariaferma , presentato Fuori Concorso, è tra i film più belli del Festival. Succede talvolta ai film belli di finire Fuori Concorso, così tutti sono liberi di parlarne e decantarli senza correre il rischio di doverli poi anche premiare.

Mentre i protagonisti: Toni Servillo e Silvio Orlando, stessa provenienza geografica e stessa generazione del regista, parlano nell’ombra di uno dei salottini, Di Costanzo si siede all’aperto, ad uno dei tavolini alti e tondi dove ci si appoggia a bere un caffè e aspetta la prima intervista con il sorriso incredulo e i modi affabili e curiosi.

“Ci racconta come è nata questa storia?” Chiede il giornalista. Storia presto riassunta: un carcere è in dismissione e i detenuti vengono trasferiti altrove, ma improvviso sorge un problema: il carcere che deve accogliere gli ultimi dodici detenuti non è pronto. Bisogna che aspettino e con loro aspetterà anche un gruppo di guardie comandate da un ispettore di Polizia Giudiziaria. Per necessità, nel vecchio carcere dove molte zone sono state già chiuse, qualcosa cambia nel rapporto tra carcerieri e carcerati.

Con il sole che gioca sulle sue mani Di Costanzo risponde con l’impegno dell’artigiano che spiega cosa serve per fare un buon mobile a chi non ha mai preso in mano un martello. Lui, documentarista, approdato da poco nel mondo della finzione.

“Io vengo dal documentario e per me la gestazione di un film è una cosa lunga, mi serve tanto tempo di scavo, di ricerca. Vado a parlare con le persone…in questo caso però parlare con le guardie carcerarie era complicato: hanno paura.” Fa un cenno del capo pieno di comprensione. “Allora ho parlato con assistenti, educatori, direttori ed ex direttori di carcere. E ho scoperto che c’è una grande dose di riflessione sul senso del loro lavoro. È stato molto interessante ascoltare le loro storie. Mi succede spesso, quando preparo un documentario, trovo tante belle storie e le metto tutte lì” muove le mani sul tavolo come se disponesse le tessere di un puzzle, le contempla curioso“e poi c’è il lavoro di drammaturgia, di metterle insieme: un po’ come un lavoro di montaggio.  Conclusione: sono lento,  faccio parte di un altro secolo, sono la disperazione dei produttori.“Ride.“Finisco la promozione di un lavoro e poi mi apro, divento ricettivo nei confronti del resto. Ma ci vuole tempo.” E gli dispiace che il giornalista, stretto nei rigidi limiti che gli sono assegnati, impossibilitato, il povero, a prendersi la giusta lentezza, non possa approfondire la questione e stia già passando velocemente alla domanda successiva e allora Di Costanzo rilancia:“Perché la nostra vita è tanto noiosa, può esserlo davvero, e invece diventa così interessante se ci fermiamo a guardarla da vicino, non ha idea di quante cose si colgano.” Il giornalista annuisce in fretta, gli piacerebbe parlarne, ma ora  ha urgenza di sapere:

“Come si lavora per mettere insieme attori affermati e attori non professionisti?”

“Io ho sempre lavorato con attori non professionisti che finiscono per diventare dei consulenti, degli esperti della materia: arrivi sul set con il copione e loro ti dicono: no, guarda che questo non funziona, non si dice così, e alla fine ti tocca riscrivere tutto. Con  Silvio Orlando e Toni Servillo era diverso:   il problema grosso con loro, con i professionisti, è levargli l’aura che hanno addosso, il modo in cui li vede la gente.  Ho mandato il copione senza specificare i ruoli: chi avrebbe fatto il detenuto, chi il carceriere. Vediamo che dicono…”I suoi occhi ridono sbarazzini al ricordo del gusto che si è preso a  lasciarli nel dubbio ”Ho pensato: Silvio come guardia lo abbiamo già visto, Toni come mafioso pure e allora iniziamo tutti con un altro piede: io non ho mai lavorato con veri attori, e ognuno di loro farà un ruolo che non ha mai fatto. Siamo partiti tutti uguali, le pare?”

Il giornalista sorride soddisfatto. Non ha tempo di ascoltare altro, ad esempio che la differenza, tra attori professionisti e non, si colma  con il linguaggio del corpo: la memoria dei gesti. Come Di Costanzo non si stancherà di ripetere: “4 o 5 persone del cast sono ex detenuti e altrettanti ex guardie carcerarie e il loro corpo ricordava, sanno come battere i piatti, come battere sui muri e questo cancella le distanze.” Si capisce che lo incanta questa speciale magia del regista di estrarre dai suoi attori gesti sepolti nel profondo. Racconta di certi momenti sul set quando i gesti riaffioravano all’improvviso senza che nessuno li avesse chiesti e i giornalisti emozionati, lo spagnolo, la serba, il gruppo russo giungono le mani e si sperticano commossi in tante lodi. Ma Di Costanzo, curioso, vuole sapere di loro: che succede nei loro Paesi? Che si dice? Che si pensa?  La fa lui l’intervista e, per fortuna, l’ufficio stampa ha allentato la presa, tanti giornalisti sono impegnati con i film in concorso, e ai pochi che vengono qui si può concedere più tempo.

“Nel cast ci sono ex detenuti ed ex guardie. Abbiamo girato durante il  lockdown, nel picco dei contagi, costretti a stare sempre insieme, chiusi in carcere o in albergo”. Sorride  con una punta di malizia. “Toni Servillo e Silvio Orlando chiusi, per cinque settimane e mezzo, insieme agli ex detenuti.“ Poi più serio: “Mi interessava una riflessione sul senso di colpa e sull’espiazione. E allora cosa c’è di più indicato di un carcere? Ne ho visitati  tanti…”

“Ma questo carcere così lugubre” lo interrompono “non ben identificato, con le celle disposte sul perimetro di una rotonda, esiste davvero? È davvero in dismissione?”      

“Sì, sì è in Sardegna. Lo hanno dismesso. Succedevano cose brutte là dentro: maltrattamenti pestaggi. E le pareti ne sono impregnate. Lo hanno dismesso e lo hanno ricostruito lì vicino e… non è che le cose vadano meglio.” Per un istante avvertiamo lo scoramento del documentarista, che cerca di rappresentare una realtà e ne avverte tutte le brutture e ,insieme, tutta la propria personale impotenza. Ma è solo un istante. 

“Perché il film funzionasse avevo bisogno di un carcere imprecisato, in un luogo imprecisato. In un tempo indefinito negli ultimi trent’anni. Non mi interessava la cronaca, ma le relazioni. Che situazione si crea tra guardie e carcerati? Perché, vede, preparando il film, incontrando le persone ho capito che entrambi, guardie e detenuti, sono reclusi e ho capito che di questo il film doveva parlare. “

“Chi è più libero secondo lei: Silvio Orlando che è carcerato o Toni Servillo l’ispettore che è bloccato lì?” Lo provoca sorridendo la giornalista serba, felice della sua sfida.

Di Costanzo sorride e la guarda in silenzio. Certe risposte vanno preparate come i film, con calma. Poi il suo sguardo si perde tra le luci del mare, là davanti. È per domande come questa che si fanno i film.

“Lei mi chiede chi è più libero… non so se si può parlare di libertà. Ma il detenuto sa perché è lì, il nulla, che è il tempo del carcere, almeno può servirgli a fare i conti con se stesso. È più facile. Il personaggio di Orlando è più intimo. Per chi chiude le porte è più difficile trovare una funzione intima. Quando il tempo viene usato per non fare niente tendi ad eliminare l’umanità, è una situazione che può portare alla follia. Ogni anno ci sono 14 o 15 casi di suicidio tra le guardie carcerarie. Ma il personaggio di Servillo ha un suo riscatto, perché prima eseguiva gli ordini, e ora è lui che decide.”

E quando decide fa qualcosa di insolito, apre la porta della cucina e da quel momento ci sarà un allontanamento dai ruoli. Ariaferma, magnifico titolo, mostra con sottigliezza e magia ciò che sappiamo, e dimentichiamo: quanto è imprevedibile il gioco a dadi della vita. Persone con le stesse origini, la stessa provenienza possono finire da una parte o dall’altra delle sbarre. Qualunque siano queste sbarre. Eppure, da una parte o dall’altra, ciò di cui si ha bisogno è il contatto umano, la possibilità di varcare la sbarra che separa. La genovese, il piatto che il detenuto Silvio Orlando si offre di preparare in cucina, è un mezzo per rimuovere la sbarra e creare uno scambio.

“Il bene e il male sono difficili da separare, siamo tutti in pericolo.” Dice Di Costanzo.

Ma c’è anche dell’altro, qualcosa di inafferrabile, nel film e il viso di Silvio Orlando, l’eterno buono del cinema italiano, riesce ad infondere qualcosa di speciale al male che rappresenta, una vena di imperscrutabile malinconia. Un memento mori. Simile a quella del Servillo controllore. In questi loro nuovi ruoli hanno messo qualcosa dei vecchi e tutto si confonde. Come nel viso di Leonardo Di Costanzo: nord, sud, occidente ed esotismo. E il malessere del carcere ti entra dentro e insieme ti entra dentro la grazia dei rapporti umani, l’eterna salvezza della curiosità, dell’avvicinarsi all’altro. Come in queste interviste che lo  incalzano e lo spingono a dire cosa è quell’inafferrabile che c’è nel film. Diventa un gioco e si ride e si scherza. Perché la risposta non c’è, ma è bello comunque cercarla. Perché sembra che a Di Costanzo interessi parlare, più che del film, delle cose che ha scoperto preparandolo.

“Il segreto del film sta forse nella luce?”

“Anche… certo!  Luca Bigazzi, il direttore della fotografia” spiega “è un genio. Gira senza luce. Ti fa Caravaggio con la luce del giorno, senza neanche una candela.“

O sono i volti e gli occhi intensi dei detenuti di cui non sappiamo niente: perché sono lì, che colpe hanno commesso? E siamo obbligati a scavarci dentro per cercare di capire. A prenderci il tempo di indovinare le loro storie. Come dovremmo forse fare sempre, con tutti.

O è quell’atmosfera dove sembra che stia per succedere qualcosa? È forse la musica? “No, no” Di Costanzo scarta drastico queste ipotesi. “La musica è venuta dopo, e l’impressione che debba succedere qualcosa è una proiezione nostra di spettatori. Lo scoppio di violenza è un classico dei film carcerari. Ce lo aspettiamo da un momento all’altro, ma quello che ci arriva è diverso.” 

“E la fiducia? Si respira una sorta di fiducia  Ci si può fidare in carcere?”

Di Costanzo sorride, esita un istante, come incerto.

“Ho incontrato guardie e carcerati e tutti mi hanno detto che la fiducia è necessaria.” Esita ancora prima di rivelare quella che deve essere stata una delle scoperte più sconcertanti. “Un ex direttore mi ha detto: se il carcere esiste è perché i detenuti accettano di essere detenuti.” E scuote la testa ancora incredulo: “Guarda che cose si scoprono…”

Ora, a interviste finite per tutti, eccoli attorno al tavolo i tre: stessa generazione, stessa provenienza geografica, stesso lavoro dove hanno preso strade tanto diverse, e qualcosa del film sembra essere rimasto loro addosso anche se ridono e scherzano e parlano delle origini della genovese, ricetta napoletana che a Genova ignorano, che richiede tanta cipolla e tanta cottura. Un tempo lunghissimo di cottura durante il quale c’è modo di incontrarsi davvero. Serve tanto tempo perché la nostra vita smetta di essere  noiosa, e si riesca finalmente  a guardarla da vicino e a viverla sul serio.

Vedi anche: Lezioni di Festival: Elio Germano (1)

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