Lezioni di festival: La caja (3)

LA CAJA di Lorenzo Vigas, 2021

“Perché hai deciso di presentarti al casting? Hai sempre voluto fare l’attore?” Chiede con dolcezza la giornalista messicana al giovane Hatzín Navarrete, alto, esile come un giunco, capelli scuri e  grandi occhiali da vista, seduto emozionatissimo su una sedia davanti a lei sotto il sole infuocato del Lido.

È il protagonista di La Caja di Lorenzo Vigas in concorso alla 78 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. All’epoca del casting aveva 13 anni. Oggi ne ha 17 e, da ore, risponde alle domande della stampa: la gola secca, le mani ossute che giocano sulle ginocchia, a tratti sembra che le frasi non riescano ad uscirgli di bocca. Altre volte, invece, parla con foga e ride alle battute scherzose dell’attore Hernán Mendoza che gli siede accanto e, nel film, interpreta suo padre o, meglio, l’uomo che potrebbe essere suo padre. Anche se è impossibile riconoscere in lui, bello, gentile e sorridente, il grassone che interpreta nel film: il reclutatore di lavoratori schiavi per le maquiladoras [1], conosciute anche come  maquilas, le fabbriche nel nord del Messico, al confine con gli Stati Uniti.

Hernán Mendoza, attore conosciuto e affermato in Messico, guarda il giovane collega con tenerezza e scherza, scherza molto per aiutarlo a rilassarsi. Solo lui e la giornalista messicana, tra i tanti presenti, sanno da dove viene Hatzín Navarrete: Nezahualcóyotl periferia di Città del Messico, mondo di degrado, di miseria e di nulla.

Ma la curiosità di un ragazzino può fiorire ovunque anche, e soprattutto, nel nulla. “Nooo. Non volevo fare l’attore.” Ride Hatzín. Esita, lancia un’occhiata di sottecchi ad Hernán, che fa un cenno lieve di assenso con la testa. Hatzín sa che può dire la verità, ma qui è tutto così incredibile: Venezia, le luci, i fotografi, la sala grande, la gente che applaude, la ricchezza vera, di chi è ricco da sempre. Non quella ostentata, e fragile come la vita, dei trafficanti.

C’è gente che gli sorride qui, ammirata e commossa dalla storia del suo personaggio: Hatzín, il regista ha voluto dare il suo stesso nome al personaggio di finzione, è in viaggio per recuperare i resti di suo padre trovati in una fossa comune, ma, già di ritorno, crede di vederlo, ancora vivo, per strada e decide di fermarsi a vivere con lui.

“Lorenzo ha fatto prove in tantissime scuole.” Dice Hatzín, un groppo di felicità gli chiude la gola al ricordo. “Un giorno il mio professore ha detto domani verranno per fare dei provini. Chi vuole andare? E io ci sono andato così per curiosità, per scoprire cosa è un casting. Ho fatto tante prove. Lorenzo ha visto qualcosa in me. Ora mi sembra un sogno: è un altro modo di guardare la vita. Mi piacerebbe continuare sì, sento che è una cosa che ho qui” si porta la mano al petto e sorride, cerca le parole per dire cosa è che sente “Sento che ho qualcosa dentro che lo può fare.”

Hernán Mendoza interviene per dare respiro al ragazzo.

“Lorenzo alla fine ha voluto che Hatzín facesse la prova con me. Mi ha chiesto di essere duro con lui. E appena ho fatto il duro, lui è scoppiato a piangere. Hatzín reagiva ad ogni stimolo. C’era una chimica tra noi e abbiamo capito che era perfetto, che era lui.”

Non dice quello che Lorenzo Vigas, il regista, sta spiegando poco più in là: a lui lo ha colpito il video di Hatzín. Aveva chiesto ai ragazzini selezionati di dire in un video cosa avrebbero fatto per il loro padre assente. Fino a dove si sarebbero spinti. E il video di Hatzín gli ha toccato il cuore. Perché La caja è il terzo e ultimo film di Lorenzo Vigas , venezuelano che lavora in Messico, sulla ricerca del padre. Su quello che si è disposti a fare per avere l’affetto che ci è mancato, per trovare l’immagine di un uomo in cui proiettarsi per attingerne la forza. In Messico tantissimi ragazzini crescono senza un padre, vuoi perché lavora lontano, è morto o ha un’altra famiglia. “Ma uno ha bisogno dell’approvazione del padre. Di qualcuno che ti dica come affrontare la vita.” Ha detto Hatzín poco fa. Questa ricerca del padre assente, il bisogno dell’affetto che non hai avuto, in Messico si trasforma in violenza. Ragazzi che cercano l’approvazione maschile nel narcotraffico, nella tratta di persone, in ogni genere di sopruso.

Così Hatzín nel film diventa l’assistente del presunto padre Mario. “Mario non è cattivo per essere cattivo. Fa parte di un sistema.” Dice Hernán Mendoza che, per quanto noto in patria, anche lui qui è frastornato. Come fuori posto. L’America latina è molto lontana da Venezia.  Quanti si ricorderanno, di lui e della sua magnifica interpretazione, dopo questa giornata? Ha occhi dolci e pieni di ironia, l’arma migliore per affrontare questa Venezia, per cercare di spiegare altro a chi del Messico conosce archeologia e spiagge. “Il mio personaggio ha imparato a scegliere la gente da reclutare: deve capirne la psicologia. Gente che non si ribelli, gente ubbidiente, impaurita, e disposta ad accettare qualunque condizione. Non può rischiare di ingaggiare dei sobillatori. E se fa questo errore dovrà comunque occuparsi di farli sparire. Lo fa perché è l’unico mezzo per sopravvivere. In Messico c’è una povertà devastante. Questa povertà fa sì che la gente accetti di tutto.”

Spiega con dolcezza, con esitazione, sembra che voglia proteggere la gioia di Hatzín, la sua emozione per essere qui tra i fasti e le luci, per proteggere il suo sogno di futuro. Come lo ha protetto, insieme al regista, da ogni spavento durante la lavorazione del film.  Non è sicuro che Hatzín, impegnato a controllare l’emozione che gli serra la gola, stia davvero seguendo il discorso, lui comunque abbassa la voce e spiega come stanno le cose, sorridendo, ai giornalisti spiazzati da questo film così doloroso, come se spiegare potesse ridurre l’assurdità del Messico e del mondo.

“Il nord del Messico è diverso, anche la lingua è diversa, no, non ci hanno permesso di entrare in una maquiladora attiva, abbiamo trovato una che era fallita, abbiamo girato lì ed è impressionante davvero. Sono strutture enormi e quelli che ci finiscono a lavorare dentro ne sono oppressi. E se in questi posti enormi qualcuno ti urla contro ti paralizzi. La gente che lavorava per la maquila chiusa era disperata di aver perso il lavoro. La lavorazione del film gli ha dato un po’ di respiro.” Negli occhi gli si legge il ricordo di quello che ha visto, dell’impotenza di fronte al silenzio della gente che non può denunciare, all’imprendibilità di figure come quella che lui impersona che portano clandestini negli Stati Uniti. Selezionatori di uomini. “La gente che si ribella scompare. Sparisce per mano del Governo o per mano dei narcos. le ritrovi nelle fosse comuni.” È un sollievo ad ogni cambio di intervistatore così si torna a parlare di Hatzín che ora, tra frasi emozionate, racconta che no: lui non sapeva tutta la storia. Lorenzo gli dava ogni giorno la scena da girare e gli spiegava  quale sentimento doveva venire fuori.

“Lorenzo è ossessivo, può girare una scena trenta volte.” Ride sgranando gli occhi Hatzín “un dettaglio non va, e si gira di nuovo, anche se è un dettaglio da niente. Io mi disperavo all’inizio, mi arrabbiavo” solleva i pugni in aria ridendo“ Ma cosa c’è che non va?…Però alla fine mi sono abituato.”

Hernán ride sollevato di poter parlare d’altro. “Lorenzo è ossessivo nel suo lavoro. Ogni film ha tempi infiniti. Cambia sempre tutto, cerca la perfezione. Non so quante volte lo ha montato. Quest’ultima versione non l’avevo vista.”

“E c’è molta differenza con il montato di prima?”

Sospira, sorride e si stringe nelle spalle. “Non lo so, lui dice che c’è, io non la vedo.”

Hatzín è rimasto impressionato dal montaggio. È venuta fuori una storia che non immaginava, molto diversa da quella che si aspettava. Quel finale è davvero incredibile. E strabilia gli occhi. “La storia è più profonda adesso” mormora ammirato dalla magia del cinema. Dall’immenso potere di creare realtà  da un insieme di scene, da singoli sentimenti espressi ogni giorno che si fondono con tanta armonia e risultati imprevisti. Lorenzo Vigas, seduto più in là, immemore dello stupore, della fatica e del prezzo pagato dai suoi attori spiega che lui riscrive le scene ogni giorno. Ogni giorno sul set ha bisogno di stupirsi e così al montaggio. “Se il regista non si stupisce dei suoi materiali come possono stupirsi gli spettatori?” E spiega che all’inizio, ad esempio, l’uomo che il ragazzo incontra casualmente per strada era davvero suo padre che aveva cambiato identità. Come fanno tanti. Poi però questa certezza è sfumata, è diventata una possibilità. Quell’uomo può essere davvero suo padre oppure è uno che sfrutta l’occasione e vedendo la dedizione del ragazzino pensa che gli farà comodo avere un aiutante. Era funzionale l’ambiguità, per dare forza al finale.  “Quanti di voi pensano che sia il padre vero? “ Chiede ai giornalisti raccolti in cerchio “Quanti pensano che non lo sia?” Si guarda attorno e annuisce soddisfatto dell’equa ripartizione. Attorno a Lorenzo Vigas, il primo latinoamericano a vincere il Leone D’oro con Desde Allà nel 2015, la posta è alta. Non si parla di povertà, né di narcotraffico o di tratta di persone. Si parla di Bresson e di Antonioni: qualcuno tra i giornalisti ha riconosciuto in lui i tratti del cinema di Antonioni e di Bresson.

“Bresson” ripete Lorenzo Vigas “Mi affascina il suo gioco delle scatole. Tutte le scene sono scatole chiuse, una accanto all’altra, apparentemente incomprensibili, scatole chiuse che, però, alla fine si aprono e allora capiamo tutto il disegno. Credo che anche ne La Caja, che, in spagnolo vuol dire cassa, scatola, c’è questo gioco.“

Se di qua si parla di Bresson, al povero Hernán Mendoza tocca il lavoro sporco.

“Tre mesi e mezzo di riprese nello stato di Chihuahua, notoriamente pericoloso, non avevate paura?”

“Beh una volta che abbiamo ottenuto i permessi, no.“ Sospira con la sua dolcezza ironica. Arrossisce un poco. Come le spieghi qui, nel tempio del cinema e della finzione, queste cose? “Il Messico ha un territorio enorme e il Governo non ce la fa a controllare tutto. Certo è assurdo pensare che nel 2021 uno Stato non riesca ad avere il controllo  sul suo territorio. “Non tanto assurdo, se poco più in là ci sono gli Stati Uniti. Una volta ottenuti i permessi eravamo al sicuro.”

“I permessi?”

“Dai narcotrafficanti. Il cinema piace a tutti. Sono orgogliosi e si vantano che si giri nelle loro zone.” Parla con candore. È bene che la gente si svegli. La vita non è solo cinema. “È importante raccontare queste storie.” Dice con dolcezza “ma è molto doloroso girarle. E poi…resta il dubbio che magari serva a dare fama a questa gente.”

“Pensate che film così possano cambiare le cose? Hatzín tu ne sapevi qualcosa di queste maquiladoras?”

Hatzín si agita sulla sedia. Forse si era distratto. “Sapevo che c’è gente che deve adattarsi a tutto e che ha bisogno di mangiare. Ma vederlo è un’altra cosa. “ Poi sospira di sollievo quando Hernán arriva in suo soccorso.

“Cambiare le cose no. Se si riferisce all’impunità, alla violenza, al narcotraffico il cinema non ha la forza per farlo.” Gli dispiace dirlo, ma neanche le menzogne e le lusinghe del festival lo obbligheranno a dire una scemenza simile.

“Però una cosa sì, può farla: forse potrà gettare un piccolo seme di consapevolezza negli uomini, se qualche padre andrà a vederlo. Forse capirà quanto è doloroso per un figlio essere abbandonato.”

Hatzín un padre non ce l’ha, Hernán il suo lo ha visto molto poco, Lorenzo Vigas invece lo ha avuto e anche famoso, Osvaldo Vigas, un pittore che lo ha molto influenzato, anche se ora Lorenzo vuole dedicarsi al femminile. Al mondo delle donne. Sui padri, per ora, basta così. Ci sono altre casse da aprire.  

Per ora Hatzín se ne torna a casa con la sua caja chiusa: la scatola chiusa è la decisione presa. Un finale che lascia aperta la speranza. Si può scegliere di andare avanti per la propria strada anche senza un padre. O forse se ne cercheranno altri. Lorenzo Vigas, ad esempio, non è padre che abbandona i suoi figli. Ci sarà comunque una strada per Hatzín, lo ha promesso. E noi lo speriamo. Lo speriamo davvero per lui e li salutiamo e  li guardiamo lui ed Hernán, con i loro occhi gentili e luminosi, che ci levano la malinconia da dentro, per paura che se leviamo lo sguardo tornino ad assalirci le ossa delle fosse, il ferro delle fabbriche e le file di persone umiliate e la polvere che ci strozza la gola.  

Resta solo da sperare che la vita sia come i film di Bresson, piena di scatole chiuse, incomprensibili, una accanto all’altra ma che, alla fine, quando le scatole si apriranno anche tutto questo un senso lo avrà.


Note

[1]Le maquiladoras (nel linguaggio comune chiamate Maquila) sono stabilimenti industriali posseduti o controllati da soggetti stranieri, in cui avvengono trasformazioni o assemblaggi di componenti temporaneamente esportati da paesi maggiormente industrializzati in un regime di duty free ed esenzione fiscale. I prodotti assemblati o trasformati dovranno successivamente essere esportati all’estero. Questo fenomeno è caratteristico tra il Messico e gli Stati Uniti.

Vedi anche: Lezioni di Festival: Elio Germano (1)

Lezioni di Festival: Ariaferma (2)

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