Madres Parallelas

di Lorenza Del Tosto

Sarà forse perché oggi piove e i nostri occhi cercano, oltre i vetri, un appiglio di luce, rivediamo nel ricordo una mattina di settembre all’hotel Cipriani alla Giudecca. Pedro Almodóvar e Penelope Cruz in piedi, in un angolo del giardino, davanti ai microfoni dei giornalisti. Sono immersi nella luce tersa e il mare balugina alle loro spalle. Negli occhi di Pedro c’è di nuovo, dopo tanti anni, la felicità dei primi tempi, prima di Parla con lei, prima della morte di sua madre e di quel dolore che ha accompagnato la sua gloria. Sorride commosso per l’entusiasmo con cui il pubblico, la sera prima, ha accolto il suo  Madres paralelas che ha aperto la 78 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Ci avviciniamo, nel ricordo, e li ascoltiamo mentre parlano con i giornalisti.

“Con Pedro si fa un lavoro artigianale: una cosa che, oggi, a noi attori manca tanto” sta dicendo Penelope che, per la sua interpretazione nel film, vincerà la coppa Volpi, perché è così: difficilmente Almodóvar vince premi ma li fa vincere ai suoi attori. “Lui mi manda la sceneggiatura e poi ci vediamo, parliamo di ogni scena, discutiamo di tutto, a casa sua, in ufficio, parliamo per ore. Costruiamo insieme il personaggio.”

Mentre la pioggia, oggi, continua a cadere fantastichiamo su quelle ore di felicità, seduti davanti ad una tazza di tè, nella cucina di Pedro, lunghe ore a parlare della vita, degli imprevisti dell’esistenza e delle madri imperfette che animano questo film, perché  “Ho sempre parlato di madri dedite e abnegate alla Magnani, ma ora volevo  madri diverse.” Sta dicendo Almodóvar ai giornalisti. E  come sono queste madri imperfette? Cosa le muove? Un amore troppo grande che le rende egoiste o una passione che le distrae? E cosa si prova a tenersi dentro un segreto enorme, a mentire nella propria vita personale quando, invece, fuori, nella vita pubblica, si cerca la verità? Perché i personaggi di Almodóvar hanno sempre un dilemma morale e, questa volta, c’è anche il tema politico: le fosse comuni dei morti della Guerra Civile mai aperte, mai riconosciute, spesso negate. Di questo, e di molto altro,  avranno parlato in quelle ore dedicate alla passione di costruire storie. Sarà stato lui a suggerire a Penelope come sono le madri imperfette? O ne avrà approfittato per estrarre da lei l’essenza, per catturarne altri segreti? Come saprà tutte queste cose sulle donne, lui?

“I miei film al femminile sono i migliori, più allegri. Gli uomini mi riescono sempre più deboli, meno interessanti.” Spiega ai giornalisti che cercano di cogliere il segreto del loro lavoro. Penelope più morbida del solito, ma sempre distante, lontana, circonfusa di sguardi adoranti. “Riesce ad essere bella anche con i pantaloni a pinocchietto, ma come fa?” Sentiamo  sussurrare accanto a noi.  “Pensa se me li mettessi io…”  Pedro che sorride nel sole e Penelope che gira la fede in modo che la macchina da presa la inquadri: non è una madre sola lei. “Lei è una madre molto diversa da quella del film.” Ripete sempre Pedro. Non diresti che due così diversi possano amarsi. Invece si amano.

Pedro Almodòvar e Penelope Cruz

“Io chiedo, esigo e lei ubbidisce. Il nostro rapporto si basa sulla sua fede cieca cha ha in me. “ Scherza Pedro,  eppure si sa che è così lui: esigentissimo. “Abbiamo provato tutto il film prima di iniziare le riprese, tutto.” Sorride felice dell’obbedienza cieca dei suoi attori “La prova d’attore qui era fondamentale, non ci si poteva sbagliare. E poi le riprese sono state idilliache: neanche un problema.” Penelope, accanto a lui, rilancia dalla sua distanza di diva:

“Sul set non lo vedrete mai distratto, mai con gli occhi sul cellulare, è sempre lì per te…” Sono le ultime parole che cogliamo mentre ci allontaniamo e nel ricordo attraversiamo la terrazza, con i tavolini affacciati sul mare, dove siedono, immersi in conversazione, i componenti della grande famiglia che sempre accompagna Almodóvar nei suoi viaggi. Sorridenti, curiosi, disponibili. Fratello, sorelle, assistenti, estranei ad ogni forma di esibizione, allegri e ancora sorpresi sembrano del successo, dediti al lavoro e, insieme, amanti del buon vivere.  Sono usciti, si sono guardati un poco attorno, ma la Giudecca è piccola, le grandi attrazioni di Venezia sono oltre il canale e ora aspettano la lancia che li porterà al Lido, come quella che ha portato fin qui  Milena Smit,  altra madre imperfetta de film, che ora siede, più in là, all’ombra di un portico. “La nuova ragazza Almodóvar” la chiama una certa stampa, che non si è accorta che non esistono più  le ragazze Almodóvar. Erano un’epoca, un tempo, gli anni ’80 che sono passati e non tornano. Preziosa Milena Smit, 24 anni, occhi azzurri, ha qualcosa di minuto e fragile e insieme sofferto e dolce, un’ inquietudine che si porta dentro e fa contrasto con i rumori attutiti e il lusso discreto del Cipriani, con il cartellino Guest che, anche nel ricordo, ci permette di girare a piacimento in questo giardino nascosto della Giudecca.  È un contrasto che attrae e allora ci sediamo nei pressi ad ascoltare le sue interviste, la sua voce emozionata che racconta ancora piena di meraviglia che Almodóvar l’ha scelta anche se lei aveva solo un film alle spalle  (Non uccidere di David Victori 2020). Per non turbarla il suo agente non le aveva detto, all’inizio,  per chi erano i provini. Glielo ha detto solo dopo, quando ha cominciato a superare tutte le prove. “Ricordo che sono arrivata alla sede de El Deseo, aspettavo seduta su una sedia e tremavo. Ma poi quando l’ho incontrato ho sentito la sua carica di umanità. Mi ha detto che per lui ero la giovinezza. Non dovevo preoccuparmi perché era quello che gli davo. Allora mi sono detta: vada come vada me la voglio godere.” Sorride, un poco stordita, quando i giornalisti le chiedono del suo look: “Ne  curo io ogni dettaglio. Il cinema racconta storie e il look è  il mio modo di raccontare una storia. È la prima volta che arrivo ad un festival e servirà a dire chi sono. La mia generazione deve lottare contro l’omologazione, trovare il proprio modo di dire chi è.” Con un gesto timido delle mani, si accarezza la giacca di pelle nera che sfocia nella minigonna e pantacalze a effetto ottico. Oggi lei è questo mix di chic parigino e di sfrontatezza da bulla e proviamo un’ infinita tenerezza per lei e per tutti i giovani, per questo modo in cui riescono a dire chi sono. Si sa di Milena Smit che ha avuto un’adolescenza difficile, una vita inquieta: se ne è andata di casa e da scuola, ha fatto mille mestieri in cerca di una vocazione che non si mostrava, non si trovava bene da nessuna parte,  i suoi occhi dicono tanto, anche quello che la sua voce non racconta. Le adolescenze difficili, i trascorsi duri sono affascinanti ma solo per chi non li ha vissuti, Milena sembra saperlo mentre ripete un po’ stancamente il rosario delle sue trasgressioni, ma poi: “Ho avuto il mio primo ruolo con una serie di foto su Instagram. Fatte in un cimitero. Dicevano che quel mio personaggio era una femme fatale. Ma io la vedo piuttosto come una ragazza destabilizzata:  quando non stai bene, quando vivi situazioni non risolte e ti è mancata un’educazione sentimentale, la tua vita è molto lugubre.” Con questo film ha scoperto un lato angelico dentro di lei. È questo il grande dono che le ha fatto Almodóvar: le ha mostrato il lato radioso della giovinezza, l’infinita innocenza, il candore, l’entusiasmo come può fare chi la giovinezza l’ha perduta, ma tanto l’ha amata. “Ho visto la luce in fondo al tunnel” dice e i suoi occhi si guardano attorno con riconoscenza, scivolano sugli arredi del Cipriani: non sembrano attratti dal lusso, ma dall’armonia e dell’equilibrio. Da una visione armoniosa del futuro. Non ci sarà per lei la malinconia che provano tanti attori nel separarsi da Almodóvar, da un’esperienza che sanno unica. Quello che lui le ha  fatto conoscere lei se lo porterà con sé nel suo lavoro futuro. Forse per questo Almodóvar oggi è così felice. “La maternità è un mistero che noi uomini non potremmo mai capire fino in fondo.” Dice spesso. Eppure maternità è anche questo: regalare il futuro. Anche a questa ragazza così diversa da quelle degli anni ’80. Anni di  cui Pedro non si stanca mai di parlare, anche adesso che è rientrato dal giardino e siede nel salotto con una giornalista, da solo. Mentre Penelope, occupata altrove, aspetta l’arrivo di Bardem che sarà a Venezia per Dune. “Le mie sceneggiature nascono da un insieme di storie che spesso decantano nel mio computer per anni.” Sta dicendo. Si offre poco al pubblico ma, in quei brevi momenti,

Pedro Almodòvar

lascia che riaffiori tutta la sua passione di raccontare. “Questa storia l’avevo scritta all’epoca de Gli abbracci spezzati. Ma il ruolo di Ana (interpretato da Milena Smit) non mi piaceva. Ci vuole tempo perché  ogni storia trovi il suo momento. Grazie alla concentrazione del  lockdown l’ho riscritta tutta.” Il tema  politico lo ha sempre interessato, ma non ha mai trovato il momento giusto per inserirlo nei suoi film. E torna a quegli anni ’70 e ’80. Anni misteriosi e irripetibili. “Gli spagnoli si sono ritrovati improvvisamente liberi. Si respirava una libertà enorme. Era come se volessimo fingere che Franco non fosse mai esistito. All’inizio andava bene, aiutava a liberarsi dei fantasmi. Da quella libertà sono nate le lunghe, eterne notti di Madrid che hanno richiamato gente da tutto il mondo. “La famosa Movida, che nulla ha a che fare con le notti di ubriacatura. “Una libertà che, per tanti, è stata pericolosa. L’eroina ha decimato la mia generazione, come la guerra del Vietnam, io non l’ho mai provata. La mia vocazione per il cinema mi ha dato una disciplina e degli orari per tornare a casa la notte.  La mia scuola di cinema sono stati i film, con attori mascherati con i vestiti delle loro madri, che giravo fuori Madrid perché altrimenti ci avrebbero arrestato. Ma la politica sempre mi ha interessato. La sinistra ha voluto proteggere la transizione e non ha mai sollevato la questione delle fosse comuni, della gente che ha combattuto per la libertà sotto Franco ed è scomparsa. Nel 2014 una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite si è stupita. “La Spagna ha un enorme problema con il suo passato. Solo adesso i bisnipoti chiedono di sapere.” “Racconta di una blandissima legge Zapatero che permetteva ai cittadini di chiedere l’esumazione dei propri familiari, ma erano le Comunità Autonome ad avere competenza e poiché non venivano stanziati fondi, ad ogni richiesta, le Comunità Autonome  dicevano di no.

Anche per questo Almodóvar oggi è felice: ha pagato un conto aperto con il passato. Ha denunciato quanto,  nell’euforia della libertà, si era dimenticato. Sarà forse anche un modo per fare i conti con il suo paese, con l’ombra che gli scivola sugli occhi ogni volta che parla della Spagna. “I miei film all’inizio suscitavano solo disprezzo. Il successo che ho avuto all’estero ha prodotto un fenomeno molto tipico spagnolo: l’invidia. Se un connazionale fa una cosa buona i francesi sono contenti, gli spagnoli invece muoiono d’invidia. Ma comunque non mi lamento, l’accoglienza di ieri sera è stata meravigliosa. Ripaga di ogni cosa.”

Sono appena arrivate le lance che li porteranno al Lido e alla Conferenza Stampa. I nostri occhi si perdono ora nella schiuma dei motori, delle onde che si frangono sul muro della terrazza. 

Ci vuole tanto tempo perché una storia trovi il suo momento, e tanto tempo per capire una storia fino in fondo. 

“Non solo con la testa” ha detto Almodóvar “Ma per sentirla dentro in tutte le cellule. Bisogna parlarne e parlarne e provare e provare.” Deve essere per questo che i suoi film, e ogni incontro con lui, ti restano dentro, non solo nella testa, ma ti impregnano le cellule e, ad ogni visione, ad ogni ricordo, le cellule impregnate continuano a sprigionare sensazioni.  Che scaldano il cuore e accendono luci anche adesso che scende il buio d’autunno. Anche adesso che piove.

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