Интуиция. Un caso di serendipità quanto mai opportuno

Tarkovskij agli albori era già pienamente Tarkovskij

di Tano Pirrone

«Il film quando non è un documentario, è un sogno.
è per questo che Tarkovskij è il più grande di tutt

Ingmar Bergman

Il termine serendipità indica l’occasione (in russo Интуиция) di fare felici scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra. Il termine fu coniato in inglese (serendipity) da Horace Walpole nel XVIII secolo e rientra pertanto nel novero delle parole d’autore[1].

È così che ho scoperto, oggi pomeriggio, assolutamente per caso, un piccolo gioiello di un poeta della cinematografia mondiale di tutti i tempi: Andrej Tarkovskij[2], cineasta famosissimo, fra i grandi maestri di tutti i tempi.

Stavo cercando un film in uno dei miei capienti hard disk in cui custodisco migliaia di film, quando – per caso, per errore – mi si è aperta la copia strisciata, sbiadita di un mediometraggio del 1961: Il rullo compressore e il violino (in russo: Каток и скрипка, traslitterato: Katok i Skripka) saggio di regia con il quale Tarkovskij si diplomò presso l’VHIK, l’Università statale pan-russa di Cinematografia di Mosca[3].

La storia è semplice, ma nella piccola serie di “banali” fatti quotidiani, che si svolgono nel corso di una giornata nella Mosca del secondo dopoguerra, riesce a contenere e riassumere le qualità raffinate del regista russo, denunciando, più o meno ancora in modo consapevole, cosciente, quella che sarà la sua poetica caratterizzante, autentica: “la nostalgia dell’armonia”.

Immagini del mediometraggio Il rullo compressore e il violino, 1961; a destra al centro il regista Andrej Tarkovskij

In soli 46 minuti, scolpisce il suo primo ritratto, in cui è perfettamente delineata questa forte e travagliata attrazione alla sofferenza degli altri cui si interessa come per un legame affettivo. L’ambientazione, l’approccio narrativo ai personaggi, la storia, come dicevamo, ricca delle banalità delle storie quotidiane di ciascuno, ma capaci di far sorgere e risorgere la nostalgia dell’armonia, sembra (è?) neorealismo puro: la mdp segue pedissequamente un bambino di sette anni che va a fare una prova di violino, che impara a suonare ma è naturaliter impastato di musica, deve soltanto armonizzare, dosare, disciplinare; ma l’insegnante è metronopata (malattia professionale incurabile di chi al posto del cuore ha un metronomo), tecnica tanta e sentimento zero. Un siparietto con una bimba, altri bambini che lo bullizzano e un bel giovanotto, operatore di un compressore; che prima lo difende, poi cerca di insegnargli a difendersi da solo, poi ancora gli fa guidare il compressore, poi lo invita ad andare insieme al cinema a vedere Čapaev (Urss, 1934) [4], ma l’altro polo “educativo” ufficiale, la madre del bambino, glielo impedisce. L’operaio va al cinema sì, ma con una fanciulla che si offre di accompagnarlo. L’ultima scena, il messaggio nella bottiglia, è una visione dall’alto con una spianata in cui si muove il compressore dell’operaio Sergey e Sasha, il bambino protagonista (l’alter ego del regista?) che corre verso il rullo compressore in una sequenza simile ad un sogno. Sullo sfondo dei luoghi sottoposti a lavori di abbattimento di vecchi edifici e di ricostruzione si staglia un complesso di edifici moderni che rappresentarono per quel periodo una punta avanzata delle costruzioni di quel tipo: si tratta delle “Sette sorelle”, il cui vero nome è Stalinskie Vysotki, ovvero “grattacieli di Stalin”, eretti nel periodo postbellico fra il 1947 e il 1957.

Poesia │ studio │ nostalgia │ cinema │ lavoro │ preparazione alla vita │ del padre del bambino nulla si dice │ Sergey è giovane ma ha fatto la guerra, di cui non parla, solo un movimento facciale, un tic, │ la madre è sola, il bambino è solo, la bambina seduta accanto a lui e a cui regala una mela è sola │ Sergey è solo…

Quel protagonista ragazzino, il simpaticissimo, amorevole Sacha (interpretato magnificamente dallo sconosciuto Igor Fomchenko), l’anno successivo si trasformerà in Ivan, la cui infanzia sarà raccontata da Tarkovskij in, appunto, L’infanzia di Ivan (Ivanovo detstvo), che vinse il Leone d’oro ex-aequo alla Mostra di Venezia. La storia di questo ragazzino durante la seconda guerra mondiale, rimasto orfano e coinvolto in una serie di vicende più grandi di lui, usciva dagli schemi abituali del cinema bellico sovietico per una più attenta e profonda individuazione dei temi esistenziali che la sottendevano; e il suo stile, più lirico che epico, bene evidenziava il tormento psicologico, al tempo stesso, del personaggio e del regista».[5] Ma Ivan, ci scommetto la mia vecchia giubba, non era altri che il nostro operaio Sergey, che aveva “fatto” la guerra, ma come Ivan, coinvolto in vicende più grandi di lui.

La carriera del grande regista russo non solo ha rivelato poi uno straordinario talento innovativo, ma ha fatto di questo regista uni dei massimi rappresentanti della cinematografia sovietica a partire dagli Anni Venti.


Il rullo compressore e il violino, 1961 – Andrej Tarkovskij
(in russo: Каток и скрипка, traslitterato: Katok i Skripka)

Paese di produzione: Unione Sovietica │ Sceneggiatura: Andrej Tarkovskij e Andrej Končalovskij[6] │ Fotografia: Vadim Jusov │ Montaggio: Lyobov Butuzova │ Musiche: Vyacheslav Ovchinnikov │ Scenografia: Savet Agoyan, A. Martinson

NOTE

[1]   Voce presa in prestito da Wikipedia

[2]   Andrej Tarkovskij. Zavroz’e (piccolo villaggio a circa 400 km ad est di Mosca), 4 aprile 1932 – Parigi, 29 dicembre 1986) è stato un regista, sceneggiatore, montatore, scrittore e critico cinematografico sovietico. I suoi film più famosi come Stalker, Solaris, Lo specchio e Andrej Rublev sono considerati universalmente tra i più grandi capolavori della storia del cinema.

[3]   L’Università statale pan-russa di cinematografia, meglio conosciuta con l’acronimo VGIK è un prestigioso ente statale federale russo di istruzione, specializzato nell’ambito dell’insegnamento nel campo della cinematografia. Risulta essere, per data di fondazione, la scuola di questo tipo più antica del mondo.  Dal 1986 il VGIK è intitolato al regista e attore russo Sergey Appolinarievic Gerasimov.

[4]   Čapaev (Ciapaev), Urss,1934. Questo film ha rappresentato il pieno successo del sonoro nell’Unione Sovietica; realizzato con estrema accuratezza da due amici, Georgij e Sergey Vasil’ev, presentava una problematica figura di un eroe della rivoluzione Vasilij Čapaev (Ciapaiev). Per la distribuzione sul suolo italiano si dovette attendere la fine della seconda guerra mondiale, in occasione della partecipazione alla Manifestazione Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il 2 settembre 1946. Ebbe una limitata distribuzione cinematografica nel 1947, proiettato in lingua originale coi sottotitoli italiani. Venne ridistribuito in una edizione doppiata in italiano nel 1961.

[5]   Gianni Rondolino, Storia del cinema, UTET Libreria, 1988 – pag. 700

[6]   Figlio dello scrittore e poeta Sergey Michalkov, e fratello del regista Nikita Michalkov, da giovane pensò di seguire la carriera di musicista e imparò a suonare il piano, ma poi finì per iscriversi alla scuola di cinema VHIK , allora diretta da Michail Romm, dove incontrò Andrej Tarkovskij. Per quest’ultimo, Končalovskij recitò prima in una piccola parte nel suo film d’esordio L’infanzia di Ivan (1962) e poi co-sceneggiò il suo secondo lungometraggio, Andrej Rublëv (1966).

Informazioni su Tano Pirrone 58 Articoli
Sono nato, in provincia di Siracusa, a Francofonte, l’antichissima Hydria dei coloni greci, quaranta giorni prima che le forze alleate sbarcassero a Licata. Era il 14 maggio 1943.
Ho fatto il liceo classico, ma non gli studi per giornalista, cui ambivo. Abbandonai senza patemi la giurisprudenza che non faceva per me, solidarizzando con Pascal, che afferma: «[…] la legge umana è la misura dell’umana imbecillità […])»
Ho lavorato a Palermo, in fabbrica, come impiegato amministrativo-commerciale; poi, trasferitomi a Roma per amore di mia moglie Paola, sono stato funzionario commerciale e Project Manager nel Gruppo Marazzi. Infine consulente d’azienda per Organizzazione Aziendale e Sistemi Qualità.
Vivo a Roma dal 1981; leggo, scrivo, curo le piante della mia terrazza, vedo gente, guardo film, vado a teatro, seguo le mostre. Sono faticosamente di sinistra; leggo soprattutto, dalla (sua) nascita, Repubblica e, da un anno, anche Il Foglio. Colgo fior da fiore e scrivo su Odeon, Ponza Racconta, Lo Strillo, RedazioneCulturaNews ed altri siti di cinema e teatro. Ho due figli, Francesco e Andrea, ed avevo un cane, Bam, che anche ora porto sempre con me dovunque vada. Sono stato incendiario ed ora sono ragionevolmente pompiere.
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