La zona d’interesse (2024): living the German dream

“Le azioni erano mostruose, ma chi le faceva era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso” Hannah Arendt “ La banalità del male”

La “La zona d’interesse” vincitore del Gran Prix Speciale della giuria di Cannes, si prefigge di disorientare lo spettatore: lo schermo scuro con solo rumori, schermate bianche e rosse, scene girate usando un bianco e nero invertito, suono ed immagini che non corrispondono, personaggi che entrano in scena per pochi minuti, un finale aperto e chiuso allo stesso tempo. Molti storceranno il naso a pensare all’ennesimo film sull’Olocausto, cosa può ancora aggiungere alla cinematografia moderna sul tema, che non abbiamo ancora visto? Dopo “Schindler’s List” (1993) di Spielberg, “Kapò” (1960) di Pontecorvo, “Il Pianista” (2002) di Polanski, “La vita è bella” (1997) di Begnini, “Train de vie” (1998) di Mihaileanu, “La scelta di Sophie” di Pakula (1982) e “Il portiere di notte” (1974) di Cavani e questa è solo una manciata di titoli che mi vengono in mente, ma la filmografia sulla seconda guerra mondiale, sulla deportazione e lo sterminio degli ebrei è lunga e ricca di ottimi film. Cosa può aggiungere di più un analisi sulla natura umana, sul male nella sua forma e sui comportamenti dell’uomo di fronte al genocidio ebraico?

Il film si ispira all’omonimo libro di Martin Amis e alla sconvolgente storia della famiglia Hoss, che è veramente esistita (nella realtà la casa era vicina, non adiacente, Rudolf Hoss è stato comandante del campo di Auschwitz dal 1940 al 1943), che vive una vita familiare perfettamente normale nella propria casa che condivide uno dei muri di cinta con Auschwitz, dove si sentono le urla dei prigionieri, si vede il fumo dei forni crematori e si sente l’odore dei corpi bruciati. Il film segue la famiglia Hoss nella sua quotidianità, questi non sono per nulla infastiditi dalla presenza del campo, che entra nelle loro vite in continuazione: attraverso i vestiti degli internati morti di cui la famiglia si appropria, con la stessa presenza degli internati che fanno piccoli lavori in casa e i bambini sbirciano dalle finestre cosa avviene nel campo. Per gli Hoss il campo è semplicemente una parte quotidiana della loro vita. La casa è stata perfettamente ricostruita con elementi di design dell’epoca per darci un’idea di cura, di volontà di viverci bene e di una casa realmente abitata e abitabile. Gli esterni, il perfetto giardino di cui si vanta Hedwin (Sandra Huller), la moglie del generale Hoss, è stato costruito rifacendosi ad alcune foto della vera famiglia Hoss, aveva effettivamente una piscina e si davano feste in quello spazio. Il giardino che la madre di lei definisce come il giardino del paradiso, è forse così rigoglioso per la presenza dei morti e delle ceneri? Poi c’è una bambina che si intrufola nel campo la notte come se fosse un sogno, reso dall’uso di un bianco e nero invertito, scelta moderna, vincente e che dà un senso di mistero, per portare le mele ai prigionieri e non è un caso che siano una bambina e una mela, perché la mela è la grande ribellione della donna da Dio, per cui lei e Adamo vengo cacciati dal giardino dell’Eden e poi per quella mela qualcuno morirà, come a dirci che non possiamo controllare le conseguenze delle azioni che scateniamo per quanto le nostre intenzioni siano buone. In fondo anche noi ci ergiamo a Dio, quando il regista Jonathan Glazer ci fa vedere dall’alto i meeting degli SS e noi giustamente li giudichiamo. 

 Definire “La zona d’interesse” l’ennesimo film sulla banalità della cattiveria umana, sarebbe limitante e non farebbe giustizia a una pellicola che è molto di più. Il film è un’analisi scientifica sulla brutalità dell’indifferenza, su come l’orrore diventa quotidiano e su come l’uomo sia adattabile al contesto in cui si trova anche se questo è insopportabile. Rudolf Höss (Cristian Friedel) è un brutale carnefice, ma anche un affettuoso e presente marito e padre. Questo però non lo rende meno mostruoso, anzi se mai di più. Trovare dei paradigmi umani nei mostri, non è qualcosa che ci deve confortare, ma anzi spaventare di più. L’immagine degli SS come burocrati più attenti a numeri, risultati e promozioni, non ci consola di fronte al milione e mezzo di persone uccise ad Auschwitz. La famiglia Höss viene osservata scientificamente, prendendo le distanze, come un antropologo che studia una popolazione indigena, e l’idea di rendere i personaggi umani, banali, come dice il regista “permette al pubblico di proiettarsi in quelle persone, immedesimarsi. È facile vedere queste persone che commettono un genocidio e pensare “sono mostri”. Io non sono così, sono salvo. Ma all’inizio non erano degli sterminatori. All’inizio erano un ragazzo e una ragazza con i loro sogni per il futuro, ciò che desiderano per loro stessi non è poi così diverso da quello che desideriamo tutti.” Tuttavia se il film ha un difetto è che i suoi protagonisti risultano grotteschi: Rudolf che fa il verso del maiale a letto, le riunioni in cui si parlano di carichi e di numeri, la sua deformazione professionale che lo porta a pensare come gasserebbe le persone anche fuori dal lavoro, un uomo che per il suo lavoro, è disposto a spostarsi lasciando moglie e figli in un altro Stato, ma che piange quando deve lasciare il suo cavallo, gli dice ti voglio bene e appende la sua foto nel suo nuovo ufficio. Il marito si nasconde dietro alla semplice scusa che è il suo lavoro, ma ancora peggio è la moglie Hedwin, che viene connaturata con una camminata alla Frankenstein, che si aggrappa coi denti e le unghie a quella casa adiacente a un luogo di sterminio, che è la sua ragione di vita, che prova un certo godimento a rubare le proprietà degli ebrei, a minacciare le sue serve e a mantenere il suo status di “regina di Auschwitz”, con i suoi desideri borghesi e l’impossibilità di capire, anche quando un personaggio scappa perché non ne può più di stare lì, rappresentando l’ultimo scampolo di umanità, insieme ad altri personaggi che vediamo velocemente nel film. Il film non riesce a presentarci dei personaggi completamente normali, perché questi non possono effettivamente esserlo per il loro stile di vita, ma anche per un meccanismo di sopravvivenza che non permette a nessuno di noi di riconoscerci in questi personaggi.

Quando si parla di questo tipo di film ci si chiede cosa deve essere mostrato e cosa no, lo spettatore va tutelato oppure proprio per scuoterlo bisogna fargli vedere tutto, “La zona d’interesse” decide di non farci vedere niente del campo (quasi niente) e dei suoi prigionieri, non per tutela, ma come scelta stilistica che risulta ancora più agghiacciante e annichilente, facendoci risultare ciechi proprio come i protagonisti, ma come il figlio piccolo degli Hoss curiosi e allo stesso tempo spaventati di capire cosa succede nel campo e quindi se non ci possiamo affidare alla vista, ci affidiamo all’altro senso che possiamo mettere in campo, l’udito che viene ampliamente stimolato da questo film, anche con una musica quasi orrorifica. Il vero orrore sta nelle attività del quotidiano e nel modo di vivere degli Höss, non c’è bisogno di mostrare altro. La cifra stilistica del film è il suo aspetto vincente che gli dà uno sguardo personale, nuovo, iper realistico e sperimentale, dove però tuttavia si respira il grande cinema europeo e i suoi quesiti morali come Bela Tarr, Andrei Tarkovsky, il montaggio russo d’avanguardia e “Arca Russa” (2002) di Alexander Sokurov.
“La zona d’interesse” oltre a disorientare lo spettatore portandolo via dai suoi confini sensoriali e morali, vuole come dice il regista: “… ritrovare in loro un riflesso di noi stessi”, adesso con la velocità con cui i media ci comunicano le notizie, i social, la televisione sempre accesa e i tweet, il mondo è un po’ il nostro cortile di casa, assistiamo a carneficine, crudeltà, ingiustizie e noi come gli Höss viviamo la nostra vita come se niente fosse.

Vedi anche: La zona d’interesse: alcune riflessioni

Informazioni su Giulia Pugliese 11 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
Sottoscrivi
Notificami
guest
2 Commenti
Il più vecchio
Il più recente Il più votato
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
Maria Patrizia Maccotta

La zona d’interesse. Analisi molto dettagliata e approfondita.
Ascoltando Edith Bruck un giorno mi ha colpita la sua spiegazione dei ‘ cinque punti di luce’ ( una patata che le è stata data, guardia che l’ha chiamata con il suo nome e non con il numero tatuato) che l’avevano aiutato a sopravvivere.
La fanciulla che nasconde le mele nei luoghi dove gli internati compiono i loro assurdi lavori è un punto luce: bianca luminosa sul nero ( bianco nero invertito). Rappresenta una piccola fiammella di bene nell’oscurità del male assoluto. E ci aiuta a sopportare il film.
Interessante anche la favola che Höss legge per rassicurare i figli: è la strega che viene bruciata…nel forno…mentre nei campi sono gli Hans e le Gretel che sono bruciati.
Grazie

Letizia Piredda

Si sono molto d’accordo con te, Patrizia: in un’intervista Jonathan Glazer racconta che mentre giravano ha incontrato un’anziana partigiana polacca che gli ha raccontato che metteva dei frutti nel campo dei prigionieri: ha voluto introdurre questo elemento con la bambina che mette le mele, girato con la camera termica, per introdurre un elemento di bontà nella storia,”la forza luminosa del film”.