20 Giorni a Mariupol di Mstuslav Chernov

Il film ucraino 20 Giorni a Mariupol ( 20 days in Mariupol) è candidato come miglior documentario agli “Oscar” 2024. 

Alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina, una squadra di giornalisti (Mstuslav Chernov, Yevhen Maloleta, Vasylysa Stepanento) entra nella città portuale di Mariupol. Durante il successivo assedio, mentre cadono le bombe, gli abitanti fuggono e l’accesso a elettricità, cibo e acqua è interrotto, i reporter, unici rimasti, lottano per raccontare le atrocità della guerra, finché circondati dai soldati russi si rifugiano in un ospedale, in trappola. Le loro immagini, diffuse dai media mondiali, documentano morte e distruzione, e smentiranno la disinformazione russa.

Nell’atrio del cinema Barberini il regista e giornalista ucraino, candidato agli Oscar, Mstuslav Chernov aspetta l’inizio della proiezione, circondato da un piccolo capannello di persone.  Il suo corpo magro, asciutto, vestito di nero, che dà risalto al pallore del viso, sembra fatto di intensità e fibra di acciaio.
Risponde alle domande e, a tratti, dà l’impressione  di volersi scostare un poco, di arretrare di fronte alla possibilità che qualcuno voglia sfondare la parete invisibile che lo protegge.
La gente vuole sapere e lui, da 10 anni corrispondente di guerra in Siria, Irak, Gaza, racconta con le sue immagini, ma sa anche che ogni racconto può essere deviato, manipolato. Che ogni parola può essere pericolosa e ridondante. Da un anno è invitato ovunque in Europa a presentare il suo 20 giorni a Mariupol, ora candidato agli Oscar. “La reazione è sempre  travolgente.” Ci dice: ” La gente vuole sapere. La gente piange, le coscienze si aprono. Quell’espressione “la guerra in Ucraina” usata per spiegare l’aumento dell’inflazione, dei prezzi dell’energia, che serve a far ricchi pochi e più poveri tanti, prende una forma che lacera il cuore.

Il suo documentario spazza via le parole, le discussioni, i tanti dibattiti e ti porta dentro una città in assedio. Ti fa sentire sulla pelle cosa vuol dire vagare per strade distrutte, la tua casa che non c’è più, non c’è più luce, non hai telefono. La gente muore attorno a te, corri in ospedale con tuo figlio, vedi i morti: bambini di pochi anni, bambini di pochi mesi, bambini che piangono nei rifugi e le loro lacrime cadono giù a terra. Stavano giocando e il loro compagno è stato maciullato. Stava giocando e ora tuo figlio non c’è più. Senti l’odore del sangue rappreso sulle barelle.  Cerchi antidolorifici che non ci sono più. Entri in reparti di maternità dove la vita comincia, dove le madri guardano al futuro, ma è lì che bisogna colpire, perché le madri capiscano che vita non ci sarà. Che l’assedio durerà fino a quando tu sarai estinto. Vivi senza futuro mentre nel silenzio più assoluto, nella strada deserta ingombra di macerie, avanza, come un grosso subdolo scarafaggio, il blindato con la Z tracciata sulla fiancata. La Z dei russi. Sono entrati in città e tu seduto in poltrona senti una mano ghiacciata posarsi sul tuo cuore.
Da un anno le immagini del documentario scorrono, solo per una sera, in piccole sale d’Europa, piccole come questa, la sala 7 del Barberini dove ora la proiezione è iniziata, o sale più grandi ma intanto la guerra continua, la guerra va avanti. I documentari non trovano una distribuzione, eppure  i documentari potrebbero salvare il mondo, ma nessuno li vuole comprare.
Scorrono i titoli di coda nel silenzio della piccola sala 7.
Solo un fremito quando Mstuslav Chernov si presenta per rispondere alle domande del pubblico,  c’è stata la tentazione di applaudire, ma le mani hanno esitato, si sono abbassate. Cosa puoi applaudire?
Solo un “Bravo” sussurrato da voci strozzate.
Mstuslav Chernov si siede e ringrazia con un cenno. Anche quando sorride, il sorriso non rischiara mai il fondo dei suoi occhi. Questo piccolo gioiello è nato dal dolore della gente. La sua testimonianza non può essere esibizionismo, narcisismo.
“Ci tengo a ringraziarvi per essere venuti stasera. Siamo bombardati da immagini di atrocità, è facile in momenti come questi rinchiudersi. Disinteressarsi. Ma il più grande nemico dell’umanità oggi è l’indifferenza.”
Mstuslav capisce e parla perfettamente l’italiano, anche se per il dibattito preferisce l’inglese che è la sua lingua di lavoro. All’inizio lo sentiamo in allerta, avvertiamo il suo timore, quasi terrore che una sua parola venga distorta, manipolata dalla nostra traduzione.


Di sicuro glielo ha insegnato il mestiere: puoi fare la cosa migliore, puoi avere le migliori intenzioni che alla fine tutto può ritorcersi contro di te. La sua spontanea diffidenza un poco ci contagia. Ci segue parola per parola e lentamente si rilassa. Anche noi ci rilassiamo.
“So che le notizie vengono presto dimenticate, spazzate via da nuove tragedie. Ma la gente di Mariupol è rimasta senza voce ed io glielo devo. Devo continuare a raccontare la loro storia. Perché i loro nomi non si perdano in qualche trafiletto di giornale. Perché la loro storia sia ricordata, perché resti per sempre il ricordo e la memoria.”
“Si sente la tua voce, ma né tu né la tua squadra apparite mai in video. Era intenzionale?”
“Certo: è stata una decisione molto ponderata. Che fosse mia la voce narrante non è stata la prima scelta. Avevamo ore di interviste con i sopravvissuti, come avrete visto, e pensavamo di costruire la storia in questo modo: assemblando i loro racconti. Ma ci siamo accorti che non funzionava. Allontanava dagli eventi, toglieva la tensione.”
E invece, come nota una collega commossa e ammirata di Associated Press seduta in sala, noi viviamo dentro l’assedio. Sentiamo l’affanno, le urla, le voci concitate, la rabbia, il pianto, lo smarrimento. Il buio.
Mstuslav Chernov e la sua squadra sono andati a Mariupol il giorno prima che iniziasse l’attacco. Ascoltando i media russi hanno capito cosa si stava preparando. Quando tutti i corrispondenti esteri sono stati evacuati loro sono rimasti. Perché ci fosse qualcuno che raccontasse al mondo, da dentro, quello che stava per succedere. Giravano e mandavano il girato, con difficoltà crescenti. Cercando il breve istante e l’unico luogo dove ci fosse segnale.
“Abbiamo avuto sempre chiaro che doveva essere la storia di Mariupol e della sua tragedia. Non la storia di giornalisti in trappola a Mariupol. Volevamo che fosse un film personale, ma non un film su di me o sulla mia squadra.”
“Cosa avete provato dopo, quando avete saputo che la propaganda russa distorceva le tue immagini.  Dicevano che i morti da te filmati negli ospedali erano attori. Attori nelle fosse comuni.”
“Da giornalista ci sono abituato. Se vuoi, è anche un segno dell’importanza del tuo lavoro. Se viene attaccato vuol dire che ha avuto un impatto.”
Già avevo fatto l’esperienza nel 2014: ero lì quando è precipitato l’aereo abbattuto dai russi il volo MH17[1]. L’ho detto subito che erano stati i russi, ma adesso è stato dimostrato davanti al Tribunale. Sono i giudici a dirlo. Sono morte 300 persone. Ero lì, uno spettacolo raccapricciante. Corpi sparsi ovunque che bruciavano.”
Il ricordo di quelle immagini altera per un istante la sua impassibilità. Una smorfia di orrore gli deforma il viso e noi ci chiediamo. Cosa vuole dire fare il reporter di guerra? Ne abbiamo conosciuti altri. Ognuno ha la sua storia, il suo passato dove l’orrore contemplato si innesta. Ma cosa vuol dire davvero nella vita di ogni giorno? Dove li metti i ricordi quando guardi i tuoi figli, Mstuslav, ad esempio, ha due bambine piccole, quando vedi la gente baciarsi, ridere, che pensi? Ci credi ancora all’amore, credi ancora che le cose possano andare bene, almeno per un po’ nella vita? E basta che vadano bene a te, se per altri c’è solo l’orrore?
Ma non possiamo distrarci perché rischiamo di confonderci nella traduzione e Mstuslav sta parlando.
“Ho mandato ai colleghi quelle immagini terribili e ho pensato: queste immagini metteranno fine alla guerra. Tutti vedranno queste cose e capiranno che è ora di farla finita con la guerra. Si siederanno intorno ad un tavolo e si diranno che le cose vanno gestite in altro modo.
Il giorno dopo ho visto le mie immagini passare su migliaia di canali. In Europa, in Russia, in America Latina, negli stati Uniti e ognuno raccontava una storia diversa. Stesse immagini e mille storie diverse.
No, non sono servite e la guerra diventa sempre peggio.
Dire che le immagini del reparto di maternità fossero tutta una messa in scena, mi sembra una terribile offesa per le persone che hanno perso tutto, e ora si vedono negata anche la verità.
Per questo è importante che noi fossimo lì a filmare. Perché tutti sappiano che vera era la gente e vero è il loro dolore. I russi vogliono semplicemente riscrivere la storia.”
C’è una grande malinconia nella sua voce. Lo sappiamo anche noi nelle nostre piccole beghe di ogni giorno: al lavoro, negli amori che finiscono, nelle amicizie che tradiscono, fa tanto male non poter raccontare la nostra verità.
“Lo sappiamo tutti: la Storia non sono le cose che sono successe, ma le cose per come verranno ricordate. E i russi hanno tanto risorse: stanno mandando troupe cinematografiche a Mariupol, scrivono sceneggiature sulla storia della città. Se andate in Russia vedrete la versione russa di 20 giorni a Mariupol”. Ogni malinconia scomparsa, c’è il pragmatismo di chi conosce la vita. “Lo so bene. È una cosa molto pericolosa. So cosa stanno facendo. Provo un’enorme pena per le persone di Mariupol. Il mio dovere di giornalista è lavorare, filmare. Tutto il girato doveva essere inviato il prima possibile. È così che noi lavoriamo. Ma sentivamo anche l’obbligo nei confronti di chi, a Mariupol, ci chiedeva:  “Dovete filmare questo. Per favore: questo è importante.” Magari anche loro sapevano che non sarebbe servito a cambiare le cose. Ma era importante per loro che qualcuno un giorno potesse sentire la loro richiesta di aiuto. Importante per loro poter dire “aiutateci.”
La richiesta che la gente assediata rivolgeva ai giornalisti: “aiutateci brava gente, possibile che non possiate aiutarci?” continua da allora a risuonarci nelle orecchie, nei sogni. A struggerci il cuore.
La voce di chi sa di essere spacciato, ma chiede aiuto perché la richiesta di aiuto è un segno di umanità. Il ricordo di una delle cose più belle della vita: la fiducia, la relazione con l’altro. La possibilità di dire a qualcuno: “Ci sei? Mi posso, per un istante, appoggiare?” Chiedere aiuto per ricordare la vita come era un tempo. Non si dice, forse, che tutto ciò che è stato, sarà?
“Ci chiedevano aiuto.  Noi sappiamo che una macchina da presa non può fermare un proiettile, né una foto può arrestare un’emorragia. Puoi solo filmare e mandare il girato, filmare e mandare. Dopo abbiamo scoperto che a qualcosa è servito: alcune persone, che abbiamo filmato, sono state riconosciute dai loro parenti, ci hanno scritto per chiederci gli indirizzi e alcune sono state ritrovate.  Abbiamo saputo che le ong e i Governi hanno usato le nostre immagini per negoziare l’apertura di corridoi umanitari. Se siamo riusciti a salvare anche una sola vita sarà valsa la pena.”
Con un sorriso elude ogni domanda troppo personale. Non vuole raccontare cosa è stato per lui vivere l’assedio. Forse quel suo essere pura essenza, che tanto ci ha colpito nell’atrio, viene da lì: dal bisogno di essere in luoghi dove nessun bisogno può essere soddisfatto. 
Nel silenzio pieno di orrore, si avvicinano gli scarafaggi, con la Z bianca sulla fiancata, pronti a bombardare l’ospedale dove la troupe si è rifugiata.
“Se cadete in mani russe vi obbligheranno a dire che quello che avete raccontato è pura farsa . È opera di attori.” È la fine. Portate via il materiale, li implorano i soldati ucraini. Uno di loro, Vladimir, si espone al rischio e li guida attraverso 15 check points perché la troupe possa raggiungere l’ultimo convoglio della Croce Rossa e salvare il materiale. Poi ogni possibilità di fuga sarà finita.
Scorrono immagini della città. L’armamentario della guerra sembra così sofisticato rispetto a queste povere case. Soldi che potrebbero servire a costruire servono a distruggere. Si potrebbero costruire cose belle, case comode, al posto di questi palazzoni, ospedali più sicuri. Si potrebbero fare tante cose con i soldi. Ci pensano mai i signori che fabbricano le armi? Anzi cosa pensano quei signori? Pensano mai qualcosa? Cosa ci fanno con tutti quei soldi? Non si avviliscono a vivere in un mondo così disperato? Riescono a chiudersi le orecchie e gli occhi? Ma che vita è se sei cieco e sordo, se vivi in un silenzio buio, come quello delle strade bombardate?


Se lo chiedessimo a Mstuslav ci guarderebbe con pietà per una domanda tanto idiota. Ma ora gli stanno facendo la domanda fatidica.
“Ma non sarebbe meglio arrendersi?”
Quante volte glielo avranno chiesto? Noi che gli sediamo accanto sentiamo le risposte mute del suo corpo che sembra implodere per un istante, in cerca di pazienza.
“Immaginate che arrivi il grande nemico in Italia, voi vi difendete e il nemico assale Roma la distrugge, voi lottate e poi arriva il mondo, il grande mondo che vi dice: è inutile, arrendetevi.
Voi cosa fareste? Continuereste a lottare a difendere ciò che è vostro, no? Non permettereste che il vostro mondo venga distrutto.”
Forse Mstuslav non si è accorto, ma in sala è sceso un silenzio imbarazzato. Ognuno in cuor suo, temiamo stia pensando: noi forse ci arrenderemmo. Roma non scomparirebbe mai. Forse è questa la differenza sottile. Noi pensiamo che la nostra cultura, il nostro mondo è sopravvissuto sempre e continuerà a farlo. Sotto qualunque dominazione. Abbiamo questa illusione. Ma forse è solo la nostra testa, e il pubblico sta pensando tutt’altro.
Ora che il tempo è finito, Mstuslav sembra aver colto il nostro pensiero e dice di voler chiudere su una nota meno triste. 
Stava montando il film e la sua mente era piena di orrore, era stato al funerale di un amico, a Kharkiv, sua città natale, aveva visto morire gente uccisa proprio davanti alla porta di casa dove abitava un tempo. Riceve all’improvviso un invito a venire in Italia per la consegna di un premio.
Decide di andare per distrarsi un poco.
Arriva in aeroporto con un amico. Prendono un taxi.
“Adoro Roma, guardo dal finestrino: i colori, la gente che ride, l’allegria, i turisti, il calore e sento il mio cuore pieno di rabbia. Davanti agli occhi continuo a vedere le immagini di Mariupol: macerie e rovine. Mi volto verso il mio amico. Gli dico: non riesco a godermi niente. Ho tanta rabbia.
E lui risponde: lo capisco amico mio. Ma guarda questa città, quante volte è stata distrutta e saccheggiata e sempre è risorta.
E allora mi sono detto che aveva ragione.
Qui a Roma posso pensare che Mariupol risorgerà un giorno.”
Sorride con quel sorriso che non arriva nel fondo degli occhi.
Ci guarda come se fossimo anche noi l’emblema di Roma. L’emblema dell’eterna illusione.
“Un giorno anche il mio mondo tornerà ad essere il mondo che era.”   

Note
[1] Il Boeing 777, partito da Amsterdam Schipol alla volta di Kuala Lumpur, fu abbattuto il 17 luglio del 2014 mentre si trovava nel cielo dell’Ucraina orientale da un missile di tipo Buk sparato da Pervomaisk, una località nel distretto di Lugansk.

Informazioni su Lorenza Del Tosto 24 Articoli
Lorenza Del Tosto Vive a Roma con le sue figlie e il gatto Leo. Interprete di Conferenza free lance. Tra le sue passioni: le serate di chiacchiere con gli amici, il cinema, la letteratura e l’Aikido. Ha una rubrica Lost in Translation con ritratti di attori e registi per cui lavora. Ha vinto un’edizione del Premio Loria per racconti inediti ed è arrivata finalista in altri concorsi letterari.
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Pino

Cara Lorenza,

un capolavoro di sensibilità ed intelligenza sugli esseri umani, buoni o cattivi, attivi o passivi, di qua e di là dalla cinepresa. Sono così colpito che non riesco a trovare le parole per dirti quanto mi hai dato. Grazie.