Far East Festival, Profumi d’Oriente a Udine#2

Retrospettiva

Se tutti i film del concorso vengo presentati al Teatro Nuovo, la retrospettiva viene presenta nel moderno cinema Visionario. Le retrospettive dei film restaurati spesso vengono vissute nei festival come secondarie, sono invece una grande possibilità di vedere capolavori persi, film minori particolarmente interessanti e di immergersi in epoche lontane. Nel caso del Far East Festival molti di questi non sono mai approdati nelle sale del nostro paese.

Disclocation (1986) di Jianxin Huang, importante cineasta cinese, è un brillante sci-fi, divertente ma anche satirico. Uno scienziato stufo delle continue riunioni che gli impone il Partito Comunista, crea un suo clone perché ci vada al posto suo, ma persino il clone si stufa e inizia a mettere scompiglio nella sua vita. Questo sci-fi analogico con elementi di design tipici di quegli anni, diverte, ammalia e crea un immaginario d’avanguardia, esilarante è la scena in cui incontra un dio grasso che guarda la pubblicità in tv.

Letter to Angel (1994) di Garin Nugroho è un film antropologico sulle società rurali dell’Indonesia, la storia gira intorno ai rituali tradizionali di queste popolazioni. Il film è del 1994, ma sembra essere girato negli anni ’60, dell’opera si erano persi alcuni frammenti, che poi sono stati ritrovati e la pellicola è stata digitalizzata. Il film gira intorno alla storia di Lewa, orfano, che è alla  ricerca della verità, con la sua polaroid sempre sul collo e del suo villaggio governato dal mafioso locale Kuda Liar (all’epoca l’Indonesia era sotto una dittatura). Viene rappresentata una società povera e violenta, dove donne e bambini sono i primi a pagarne il prezzo.

Three Seasons di Toni Bui venne presentato al Sundance Film Festival in un anno importante per il cambiamento del cinema, il 1999. Vince sia il premio della giuria che del pubblico, Three Season, porta in sé tutti gli stilemi del cinema dell’epoca: un film corale, drammatico, che mischia altri generi con una trama non lineare. Il lungometraggio trova la sua forza nelle immagini, la prima scena dove le barche fluttuanti delle contadine raccolgono i fiori di loto è una vera poesia per gli occhi. L’opera è forse la prima di respiro internazionale, che dopo tanti anni di film americani sulla guerra in Vietnam, si focalizza sui vietnamiti, analizzando la frattura della guerra, la povertà endemica e un paese in rapida evoluzione (la gente non vuole più i fiori di loto preferisce comprare quelli di plastica e profumarli perché durano di più e costano meno). Ne esce comunque un ritratto pieno di speranza e poesia.

Enter the Clones of Bruce è un documentario del 2023 ed è figlio del data storytelling, la narrazione moderna per essere credibile ha bisogno del dato, ma per intrattenere lo spettatore è necessario anche lo storytelling, non c’è un buon racconto senza una storia. In questo documentario queste due cose si uniscono. Nel 1974 quando muore Bruce Lee era all’apice del successo, il mercato cinematografico interno, ma anche internazionale (per lo più negli Stati Uniti e in Francia) continua però a chiedere in maniera vorace film con lui. L’industria cinematografica di Hong Kong risponde creando dei cloni: Bruce Le, Bruce Lo, Bruce Lai, Dragon Lee, è la Bruceploitation, che darà vita a numerosissimi film. All’inizio il documentario stordisce lo spettatore con le eccessive informazioni, tuttavia è un prodotto godibile e risulta interessate anche per chi non è un appassionato di cinema di kung fu e di Bruce Lee. Tra pregi principali, una narrazione molto pop e divertente, mette in luce l’importanza di Bruce Lee ancora oggi (pensiamo che in questi giorni esce Kung fu Panda 4) e a da una dignità ai suoi cloni. Spesso questi attori erano sottopagati, poco riconosciuti e non sono riusciti ad uscire dalla sua ombra , anche se erano grandi lavoratori e atleti, li vediamo vecchiotti, acciaccati e l’opera riesce a farci provare simpatia per loro.

The Contestant (2023) è un documentario sulla stravagante esperienza televisiva di Nasubi, sorteggiato tra molti concorrenti per partecipare a un reality televisivo, inventato dal carismatico Hamatsu Tomoaki, che consisteva nel vivere nudo in una stanza e vincere cibo, vestiti e altro attraverso concorsi a premi di riviste e radio. Il documentario si interroga sul perché le persone guardino questo tipo di contenuto e Nasubi ammette di essere uscito traumatizzato da quella esperienza, è comunque riuscito a ricostruirsi una vita. Estremo.

Il Gelso d’Oro alla carriera a Zhang Yimou e la masterclass

Adesso c’è il Far East Festival, le piattaforme e le produzioni che commerciano per importare prodotti asiatici in Europa e in America. Il gusto degli spettatori è sempre più sofisticato ed educato a film che vengono da diverse parti del mondo. Ma quando nel 1991, Zhang Yimou vinse il Leone d’argento a Venezia con Lanterne Rosse, l’Italia e l’Europa sapevano poco del cinema cinese. Il regista è stato pioniere assoluto nel farsi portavoce in Occidente del cinema cinese, film come Sorgo rosso, Lanterne rosse, Vivere!, Non una di meno, La strada verso casa, Hero, La foresta dei pugnali volanti e Shadow, hanno permesso agli spettatori nel mondo di apprezzare il suo sguardo attento e la sua unicità nel rappresentare storie e generi diversi. Fino all’approdo al cinema internazionale con I fiori della guerra e The Great Wall.
Zhang Yimou incarna l’anima del festival e lo dice anche lui nella sua masterclass: ”il cinema rappresenta un ponte che permette di far dialogare persone che vengono da luoghi diversi, di comprendersi e accettarsi”.
Racconta che tutto è nato perché studiava da direttore alla fotografia, ma essendo più grande dei suoi compagni, passava molto tempo nella classe di regia, dove invece erano suoi coetanei e quindi ha iniziato a interessarsi alla direzione dei film. “Mi sono laureato come direttore alla fotografia nel 1982 e poi ho trovato subito lavoro, ho fatto 3 film in quel ruolo. Questa esperienza mi ha aiutato quando sono passato alla regia.”
Gli viene chiesto quale è il suo rapporto coi Festival, risponde “i festival sono molto importanti per i giovani registi che hanno difficoltà a proporsi, il cinema è orientato al guadagno, ma attraverso i Festival ci si può far conoscere. Il primo festival a cui sono stato era ad Hong Kong, ero un giovane direttore alla fotografia, non ero mai uscito dalla Cina. Nei festival mi sono accorto che esistono tanti tipi di film.” continua “devo ringraziare questi se i miei film sono così considerati e se sono approdati all’estero”. Il regista ringrazia il Far East Festival per aver permesso a tanto cinema asiatico di essere visto in Europa.

Gli viene domandato, come è cambiato il cinema e soprattutto quello cinese? “Nei miei primi film, Lanterne rosse e Vivere!, le co-produzioni con Taiwan e il Giappone servivano ad avere strumentazione migliore e ad avere un maggiore apporto tecnico. Adesso con il web e la digitalizzazione è cambiato tutto, si ha una qualità molto più alta, il ritmo dei prodotti audiovisivi è cambiato e non c’è nessuna barriera d’ingresso, pubblichi un contenuto che può essere visto da migliaia di persone”. La cosa più importante però rimane il sentimento “la tecnologia ci aiuta a gestire le storie, tuttavia non cambia il fatto che quello che ricerchiamo è qualcosa che ci tocca, una commozione, un sentimento, in Cina noi diciamo che non si cambiano le fondamenta, l’origine. Solitamente, se leggendo una sceneggiatura provo questa cosa più volte, allora devo fare quel film”. Il regista dice che questa capacità di emozionarsi e di provare empatia è tipica solo dell’uomo. ”Nel futuro probabilmente tantissimi lavori cinematografici saranno fatti dalle macchine, ci sarà solo il regista, gli attori e lo o gli sceneggiatori, ma saremo sempre alla ricerca del sentimento. Il cinema serve proprio a condividere questo sentimento, anche vedervi qui al buio, in silenzio, in una sala così grande, ormai è raro. La tecnologia velocizza tutto, vediamo film di 30 anni fa, come Lanterne rosse e ci sembrano più lenti, perché anche noi siamo diventati più veloci nel cogliere le cose grazie a questa”.
Partendo dall’aneddoto che Zhang Yimou ha vinto il premio come miglior attore al festival di Tokyo, “me l’hanno detto mentre stavo girando Sorgo Rosso, il cast si è ribellato dicendo “visto che sei bravo, recita tu” ed è andato a dormire” racconta “mi hanno scelto perché ero magro, io lavoravo come direttore alla fotografia in quel film e facevamo i casting per un giovane contadino, ma tutti gli attori che vedevamo erano un po’ cicciottelli, mi prendevano da esempio, lo cerchiamo magro come lui. Alla fine l’hanno dato a me quel ruolo”. Cosa ricerca Zhang Yimou in un attore, lui che è stato scopritore di numerosi talenti “tutti possono recitare un ruolo, ma pochi possono fare l’attore. Io nonostante abbia vinto quel premio, non so recitare. L’attore porta in scena il sentimento, di cui parlavamo prima” continua “non è una questione di aspetto fisico, ma lo spettatore ricerca il bello. Io faccio i casting con la macchina da presa perché cerco volti cinematografici che risplendano quando sono ripresi, per questo sono bravo a scoprire nuovi talenti” aggiunge “la recitazione è un lavoro c’è bisogno di tempo, l’attore deve essere coraggioso e avere la capacità di aprirsi” e come è stato lavorare con star come Matt Damon, Christian Bale e Ken Takamura? “lavorare con le star ti dà libertà perché dà sicurezza ai produttori, in più sono dei professionisti e si perde pochissimo tempo. Cosa rende buono un film: i personaggi, ci ho messo molto tempo a capire questo, non è l’immagine o la messa in scena”. Continua a raccontare la sua esperienza con questi attori, dice: “loro erano bravi, ma io sono il regista, quindi anche se era andata bene la prima, gli facevo rifare le scene per ottenere cose nuove e diverse”.


Il regista nella sua ampia carriera è stato anche direttore della Turandot al Maggio Fiorentino: ”io volevo rifiutare, ma Zhao Jiping, compositore dei suoi primi film, mi ha fatto riflettere inviandomi la cassetta dell’opera” racconta “il coro era sindacalizzato, ogni tot ore dovevamo fare la pausa caffè, in Cina si lavora sempre, non ci sono sindacati e addetti alla sicurezza. Lo stesso mi è successo quando abbiamo girato The Great Wall c’era una persona che controllava che non maltrattassimo gli animali. Noi che saremmo morti per l’arte, che se ci feriamo continuiamo” dice “mi ha fatto capire che c’è un diverso senso di protezione della vita all’estero, anche in queste cose si percepisce la diversità”. Conclude “Nella vita tre cose ti portano ad avere successo: la dedizione, dovrai aspettare tanto e studiare tanto, quindi il talento vale quanto la capacità di resistenza. Nessuno è puro talento, tutti devono accrescere le loro capacità, ma ci devono essere anche le occasioni e quando arrivano bisogna essere preparati, quindi capacità, occasione e resistenza. Ricordate quando andate ai Festival e vedete i film, nella sala insieme a voi c’è qualche giovane regista alle prime armi, che si chiede sono bravo? E che sta sperimentando se stesso, come ho fatto io con Sorgo Rosso, l’applauso dopo la prima alla berlinale, ha formato la mia sicurezza e mi ha fatto andare avanti fino ad oggi”. Il 3 maggio Zhang Yimou ha ricevuto il Gelso d’oro alla carriera.

Conclusioni

Cosa emerge da questa edizione del 26° Far East Festival? Un edizione di un festival non ci dà il polso dell’industria cinematografica di tutta l’Asia, ma tuttavia si possono fare delle considerazioni:

1- Il cinema asiatico sembra in ottima forma, se pensiamo al peso che ha avuto il Covid-19 e come può avere sconquassato l’industria cinematografica, calcolando che sono passati solo 4 anni.  

2- Si stanno sviluppando nuovi mercati come l’Indonesia, la Thailandia e per la prima volta quest’anno è stato presentato un film malesiano. Questi nuovi mercati si stanno concentrando sulla produzione di action, horror e spesso si ispirano a filmografie più solide come quella giapponese o di Hong Kong, ma emerge la volontà di variare i generi, dare un carattere sociale legato all’ambiente o in chiave anti-finanza e orientare le opere al presente, sperando di trovare una strada propria e di consolidarsi sul mercato internazionale.

3- L’industria cinematografica cinese è sembrata molto vivace, grazie a sempre più finanziamenti e alla parziale liberazione del mercato, a discapito di quella di Hong Kong, dove le produzioni si sono ridotte: il trend è meno produzioni, ma più care, sempre più film infatti sono girati nel continente (rimane il problema dei finanziamenti legati alla dittatura). Il cinema di Hong Kong che da sempre ha trainato l’Asia, sembra non essersi ripreso bene dalla pandemia, è in una fase di transizione con la volontà di distaccarsi dal cinema d’azione e di kung fu, ma non è ancora pronto per una svolta autoriale alla coreana.

4- La  Corea del Sud mantiene il suo trend positivo, sono stati fatti negli ultimi dieci anni investimenti consistenti sia a livello di industria, finanziamenti e infrastrutture, in questo festival i prodotti coreani non sono emersi, ma erano tutti di buon livello. Negli anni si è passati da pochi autori geniali alla creazione di un industria creativa brillante e apprezzata all’estero.

5- Il Giappone, nonostante i fondi governativi e gli investimenti non aumentino, ha portato opere particolarmente interessanti, manifestando comunque fermento nell’industria fatta di giovani addetti ai lavori e novità. Lo si vede anche nei premi, i primi due posti sono di due film giapponesi: Takano Tofu e Confetti e anche focus Asia (il premio per le opere prime dato tramite giuria) va a un film giapponese Polaris. Emerge un’industria sana e orientata al nuovo.

6- Le piattaforme streaming, sia quelle locali che quelle internazionali, hanno portato vivacità e nuove idee. Inoltre bisogna pensare che in alcuni di questi paesi è ancora un lusso andare al cinema, quindi è necessario approdare al mercato internazionale e puntare allo streaming che permette alle popolazioni locali con pochi soldi di vedere tanto. Tuttavia lo streaming non paga le produzioni adeguatamente é stato proprio detto durante i panels, “in ogni piattaforma ci sono buoni contenuti asiatici, che tuttavia probabilmente sono stati acquistati pagandoli pochissimo”.

Vedi anche: Far East Festival Profumi d’Oriente Udine#1

Informazioni su Giulia Pugliese 18 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
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