di Lorenza Del Tosto
C’è un Roof Garden a Cannes che affaccia sul Golfo punteggiato di yacht ed è qui, ad un’altezza sospesa nel cielo, tra sprazzi di sole e nuvolaglia cupa, che fanno la loro apparizione i sette personaggi, e i loro attori, di Amarga Navidad, l’ultimo film di Pedro Almodóvar.
Accomodati sui grandi divani bianchi, o in posa davanti ai fotografi, raccontano, cercando di definirle, le loro storie incompiute, in attesa che, magari, si affacci quassù il loro autore a completarle. Un autore estremamente esigente, esigentissimo. Entrare in un set di Almodóvar, concordano tutti, vuol dire, per un attore, varcare la soglia di un universo a parte. Incunearsi in un passaggio stretto, e con un gesto delle mani raccolte a preghiera indicano l’esiguità della strettoia, delimitato da indicazioni ferree, mantenendo però al contempo la spontaneità. Varcata quella soglia è iniziato per ognuno di loro un percorso diverso.
Per l’approfondimento della trama rimandiamo alle sinossi, per il momento basti dire che in questa complessa storia di specchi e trame interrotte, ci sono tre amiche. Due delle quali siedono ora sul set per le interviste televisive: le attrici Barbara Lennie e Victoria Luengo.
La prima è Elsa, la protagonista, l’alter ego dell’alter ego di Pedro. Una donna a suo modo dura. Una regista in crisi di ispirazione e in lutto per la morte della madre. In un viaggio a Lanzarote, intrapreso in cerca di ispirazione, l’accompagna l’amica e collaboratrice Patricia, interpretata da Victoria Luengo, donna vulnerabile, incapace di lasciare il marito che la tradisce.

Sedute una accanto all’altra, come nella scena del film in cui guardano in macchina chiedendo un supplemento di storia, si interrogano sulle motivazioni dei loro personaggi e sulle dinamiche dell’amicizia femminile. Mentre, evocate dalle loro parole, sembra di vedere sfilare alle loro spalle, le tante donne dei film di Almodóvar: prima fra tutte Marisa Paredes – e non è un caso se entrambe citano La flor de mi secreto come loro film preferito.
Personaggi femminili diversissimi eppure sempre riconoscibili. Donne più grandi della vita. Creative, contraddittorie, appassionate, spesso prigioniere di se stesse,


A sinistra: Marisa Paredes in La Flor de mi secreto. A destra: Victoria Luengo
Barbara Lennie, pantaloni e dolcevita neri, giacca bianca con ricami, scura di occhi e capelli raccolti in uno chignon, ha uno sguardo dolcissimo e pensoso che si posa lontano per cercare concentrazione nelle risposte. Ma c’è anche, nel suo bellissimo volto, un’ombra inquieta, come un’eco del dolore del suo personaggio. La madre di Barbara Lennie è psicoanalista, suo padre medico, si intuisce in lei una consuetudine ad analizzare le dinamiche della psiche e sebbene Almodóvar non sia un fautore della psicoanalisi, lei Barbara ha sentito il bisogno di una terapia per arrivare pronta sul set. E sorride a chi si stupisce: evidentemente non sa cosa sia lavorare con Almodóvar.
“Mi sembra che Pedro stia vivendo un momento felice, l’ultima volta ne La pelle che abito mi sembrava più teso. I suoi processi creativi sono molto intensi e molto variabili. Ha una creatività enorme, lavorare con Pedro vuol dire entrare nel suo inconscio: vita e lavoro per lui sono la stessa cosa e il set è solo un’estensione della sua casa. In una scena mi sono guardata attorno, ho visto la cucina rossa, il giallo e mi sono detta: ecco sono in un film di Almodóvar. Arriva ogni giorno sul set con nuove proposte, con nuove cose che ha scritto. Il suo è un lavoro artigianale, ha una produzione indipendente, e tutta la libertà del mondo. Il suo momento più creativo sono le 2 o le 3 del mattino. A quell’ora lui è pieno di energia, noi eravamo distrutti.”
Ridono.
“Almodóvar sul set è felice come un bambino.” Rincalza Victoria Luengo, detta Vicky, che, a 36 anni, è la star di questo Festival, protagonista anche del bellissimo film di Rodrigo Sorogoyen El ser querido passato due giorni fa. “È bellissimo essere lì con lui e sentirlo vibrare. È un regista molto sensoriale: racconta attraverso i colori, i paesaggi, la musica che spesso è lo strumento che permette ad uno dei suoi personaggi di cambiare. È grazie alla musica se Patricia trova la forza di lasciare il marito, anche se il coraggio le dura poco.”
Victoria Luengo ha un volto particolarissimo la cui espressività è esaltata dall’ assenza di gioielli e dalla gioia, che irradia da ogni poro, per tutte le cose belle che sta vivendo. “Sono venuta a Cannes con il preciso intento di essere presente a me stessa in ogni istante. Per non farmi travolgere. Ora sono qui con voi e voglio godermi il momento.” Indossa un abito leggero e discreto, che forse non la protegge dalle folate di vento che la investono e a cui non bada mentre cerca di spiegare perché Patricia, il suo personaggio, e la gente in generale, fa quello che fa. È il desiderio di capire gli altri che l’ha portata a fare l’attrice.
Eppure, nonostante la sua solarità, Victoria Luengo interpreta, in entrambi i suoi film al festival, ruoli di donne umiliate e svilite. In Amarga Navidad Patricia è intrappolata in una relazione tossica da cui non riesce ad uscire. E quando accompagna l’amica a Lanzarote la realtà della sua condizione la investe con forza. Lo scontro tra le due amiche, con Elsa che le sbatte in faccia con durezza la verità e Patricia che si infuria incapace di sostenerla, è tra le scene più forti e più belle della storia. Uno sguardo intimo sull’amicizia femminile.
“Che ne pensate voi di questa amicizia?”

Victoria Luengo e Barbara Lennie
“Credo che l’amicizia sia lasciare che l’altro ti veda.” Risponde dopo un istante di riflessione Victoria Luengo.” Ma Patricia si sente troppo umiliata per permettere a qualcuno di vederla. A Lanzarote non regge l’attacco di Elsa e se ne va. Quando ti allontani dai luoghi noti, senti più forte la tua voce e la tua verità e Patricia non vuole sentirla.”
“Elsa è molto sgradevole nel suo modo di dire le cose, anche se l’arrivo a Lanzarote è stato per lei, a differenza dell’amica, una boccata di ossigeno. Come lo è stato per tutto il cast” dice Barbara Lennie “un luogo di luce dove respirare, dove ricollegarsi alla vita dopo tante riprese notturne. Elsa vuole che Patricia le stia vicino, ma vuole anche controllarla. Non so se vorrei essere sua amica.”
Elsa, alter ego di Pedro, non ha pietà, non cerca di capire se Patricia è pronta ad ascoltare la verità. L’amica è per lei un personaggio di cui saccheggiare la storia per la sua sceneggiatura, condannandola all’infelicità.
“Patricia prova ammirazione per Elsa che è la donna forte.” Spiega Vicky Luengo “C’è qualcosa di intangibile in Elsa che l’attrae e la ferisce. Forse proprio la sua capacità di non farsi umiliare da nessuno. C’è sempre qualcosa che ci attrae in chi crea e ci ferisce.”
“Ma perché scegliere un’attrice così solare per interpretare personaggi sviliti? Qui dal marito, e nel film di Sorogoyen, dal padre.” Insiste il giornalista.
Victoria Luengo si schernisce.
“Per me era una novità. Mi è piaciuto sperimentare le emozioni della rabbia, della vergogna, dell’ira interiore. La scena in cui getto il cellulare nella teiera mi sembra molto iconica.” Sorride con un leggero imbarazzo. Come se temesse di vantarsi. “Pedro dice di avermi scelto, perché posso toccare in un istante le mie emozioni più profonde. Perché so entrare subito in contatto con il mio dolore.“ Lo dice con immensa sorpresa, come chi, non essendoci abituato, si sente d’un tratto visto e ammirato. Lo sguardo di Almodóvar si è posato su di lei a colmare altri vuoti, altre assenze.
“E con Rodrigo (Sorogoyen) e con Isabel, la sua cosceneggiatrice, siamo amici, ho già fatto tre film con loro. Cinque anni fa eravamo seduti a cena al ristorante e si parlava di padri assenti. E delle conseguenze. Io ho avuto un padre assente… ” Dice come di sfuggita “Oggi, cinque anni dopo…” e i suoi occhi si riempiono di incredula meraviglia “tutti quei discorsi sono un film che è arrivato a Cannes… Ho tanti amici che sono figli di padri assenti, fisicamente e, soprattutto, psicologicamente…” e la sua voce deve essere risuonata fino all’ultimo angolo della terrazza perché d’un tratto tutti interrompono le loro attività: chi serve i caffè, chi monta le luci, tutti si fermano ad ascoltare di padri assenti, che sembra siano ovunque: una poggia dispersa nel mondo, e di donne che non sanno amare se stesse e, per esistere, aspettano la convalida di un uomo.
“Un padre assente determina il modo in cui ti racconti.” Dice Vicky nel suo tono insieme profondo e leggero. “Ed è quello che ti racconti di te stesso che poi determina la tua vita. Ma oggi le cose stanno cambiando.”
“E come?”
“Intanto se ne parla di più, anche grazie al cinema che ne racconta le storie. E poi c’è un’altra educazione. I padri assenti sono frutto di generazioni passate. Non è neanche colpa loro. Sono vissuti nel patriarcato. Intanto si può imparare a riconoscere una mascolinità tossica e a tenersene lontani.”
Ma torniamo a noi, dice il giornalista, e alla questione che l’autore ci pone. L’opera d’arte, anche se nasce depredando la vita e il dolore altrui, serve pur sempre a dare ispirazione a milioni di persone. Perché dunque l’autore dovrebbe porsi dei limiti? Non è meglio lasciare briglia sciolta alla finzione perché migliori la nostra realtà? Ma la finzione può davvero migliorare la realtà?
Un velo di malinconia sembra calare sulle due magnifiche attrici, o forse è solo una nuvola che ha coperto il sole.
Questo interrogarsi, questo sviscerare, che sottende tutto il film, è calato sulla terrazza come un vento afoso che leva il respiro. Rischia di cancellare anche il ricordo della magnifica passione che, alle due del mattino, Almodóvar porta sul set.
“Mi piacerebbe credere che la finzione possa migliorare la realtà, di certo non può risolverne i problemi.” Dice Barbara Lennie cercando con sforzo le parole. “Di sicuro la gente che crea migliora la sua vita, vivere processi creativi ti migliora, ti fa fare domande. Bellissimo è l’istante in cui, creando, senti di poterti lasciar andare, di poterti abbandonare ed è bello anche quando puoi lasciare ad altri il timone, quando puoi abbandonarti al tuo regista. Di sicuro è nel lavoro che ho vissuto i miei momenti di maggiore libertà. La creatività offre un magnifico rifugio anche nei momenti di tristezza collettiva.”
Ma ora una pioggia leggera disperde le domande, i rovelli su realtà e finzione. Con la pioggia l’autore non arriverà e le due donne dovranno cercare altrove la fine della loro storia. Non avranno problemi. Questo è, comunque, un momento grandissimo per il cinema della Spagna. Prova ne sono i tre film spagnoli nel concorso ufficiale e i tanti altri nelle sezioni secondarie. Sulla terrazza, all’improvviso deserta, resta il ricordo del sorriso di Vicky Luengo, della sua gioia sublime, in questo che sarà forse uno dei momenti più belli della sua vita. E l’intensità nello sguardo di Barbara Lennie, quel suo concentrarsi per estrarre dalle domande l’essenza delle cose. Perché lei ha una figlia di tre anni e mezzo. Ha detto. E quando hai un figlio di quell’età usi tutto, anche il cinema, per trovare un senso e una via da indicargli.
Ma chi è ora questa figura che avanza nella terrazza deserta? È forse l’autore che accorre in ritardo?
FINE PRIMA PARTE

vedi anche : Almodovar e i suoi angeli silenziosi#2
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