La storia raccontata dai film (14). Rocco e i suoi fratelli

di Gianni Sarro
Ponzaracconta.it
È l’alba degli anni sessanta, precisamente il 22 febbraio del 1960, quando Visconti batte il primo ciak di Rocco e i suoi fratelli, uno dei capolavori del cinema italiano.
Il progetto ha preso il via un paio di anni prima, nella primavera del 1958, quando lo stesso Visconti, Vasco Pratolini e Suso Cecchi D’Amico cominciano a scrivere un soggetto basato, stando ai ricordi della D’Amico, su un’idea molto generica del regista [1]: la vicenda di una madre con cinque figli e il mondo della boxe.

La stesura della sceneggiatura è di Visconti, Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa ed Enrico Medioli. Il lavoro di scrittura, come ricorda Festa Campanile, fu molto lungo: la storia è divisa in cinque capitoli (gli stessi che vediamo nel film): Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro, Luca il cui sviluppo è affidato ad ognuno degli sceneggiatori.
Visconti scrisse l’epilogo del film ed alcune delle scene più drammatiche, come l’uccisione di Nadia all’Idroscalo [2], Suso Cecchi D’Amico la parte di Simone, Medioli quella di Ciro, Campanile e Franciosa quella di Vincenzo e Rocco [3].
Ma che Italia è quella in cui nasce e si sviluppa Rocco e i suoi fratelli? È quella del boom, quando il Belpaese passa da un’economia essenzialmente agricola ad una industriale.
Tra il 1951 e il 1963 il prodotto interno lordo (PIL) aumentò in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961). Grazie a tale accelerazione, l’Italia riuscì a superare nazioni europee come i Paesi Bassi (che nello stesso periodo conobbero un tasso medio del 4,9%), la vicina Francia (4,4%) e persino la Gran Bretagna (2,6%).
Sono numeri che ancora oggi destano ammirazione. L’aspettativa di benessere e propensione a investire nel futuro è così radicata che nel biennio 1963-64 il numero dei matrimoni e quello delle nascite raggiunsero valori mai più toccati in seguito.
Dopo Le notti bianche (1957) dove prevaleva una messa in scena simbolica (il film fu girato interamente nello Studio 5 di Cinecittà) Visconti con Rocco e i suoi fratelli ritrova la voglia di osservare e porre l’accento sui nuovi conflitti che il miracolo economico ha causato sulla società italiana. Uno di questi sono le ondate migratorie, che in meno di vent’anni modificarono profondamente la struttura della popolazione, generando un rimescolamento senza precedenti [4].

Sin dalla sua prima apparizione a Venezia nell’estate del 1960 il nuovo film di Visconti (coevo a L’avventura di Antonioni,e a La dolce vita di Fellini) suscita polemiche alle quali partecipano lo stesso regista, il produttore del film Goffredo Lombardo, critici, intelletuali, che si amplificano dopo la prima milanese del 14 ottobre.
Il film non viene bloccato, perché ha già ricevuto il visto di censura, tuttavia il clima intorno alla pellicola si fa sempre più rovente. L’Italia sta vivendo quella lenta trasformazione che porterà ai primi, pallidi governi di centrosinistra. Cambiamento tutt’altro che indolore, come testimoniano i disordini di Genova nel luglio del 1960, negli ultimi giorni del governo Tambroni.
Con Rocco e i suoi fratelli lo sguardo viscontiano si fa nuovamente lucido e affilato, tornando a scuotere le coscienze, come in passato era già successo per altre sue opere come Ossessione e Senso. Visconti intreccia con la sapienza del grande autore la tragedia e l’intreccio amoroso. La prima è rappresentata dal drammatico disgregarsi del microcosmo umano e sociale della famiglia di Rocco una volta urbanizzata. Elementi di coesione arcaici quali l’amicizia e la fratellanza vanno in frantumi, si rivelano fragili quando entrano in rotta di collisione con un ambiente sovvertitore e disgregante qual è la metropoli, sede di conflitti sociali e violenza.
L’intreccio amoroso che vede scontrarsi Rocco e Simone innamorati della stessa donna, Nadia, non fa che amplificare e rendere ineluttabile la distruzione della famiglia.

Il grande merito di Visconti è di dipingere con impeccabile messa in scena formale la complessità per i cinque fratelli (ma solo per loro?) di vivere a Milano, uno dei simboli del miracolo economico italiano. Il paesaggio urbano della metropoli, fotografato da Giuseppe Rotunno, perde ‘appeal’ ed è mostrato sordido, brutale, ostile. Le case popolari, la palestra di boxe, i luoghi dove avvengono prima lo stupro e poi l’omicidio di Nadia e il pestaggio di Rocco, tutti compiuti da Simone, sono protagonisti, tanto quanto gli attori, della vicenda narrata.
Per Visconti, come per il Risi de Il Sorpasso, per l‘Olmi de Il posto, l’italietta cicaleggiante del boom non è il paradiso terrestre.
Una grande eresia per quegli anni.

Note

[1] Idea vagamente ispirata ai racconti de Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, pubblicato nel 1958.
[2] In realtà la sequenza fu girata sul lago di Fogliano, vicino Latina, perché le autorità competenti negarono l’autorizzazione a Visconti per girare all’Idroscalo.
[3] Scrissero anche un prologo ambientato in Lucania, che tuttavia non fu mai girato.
[4] Nei quindici anni tra il 1955 e il 1970 si verificarono circa 25 milioni di cambi di residenza in altre regioni. Il 70% delle persone che si trasferiva lasciava borghi e piccoli comuni rurali per andare a vivere in una grande città vicino alle fabbriche.

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