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Nuovo sito, e, manco tempo, restyling della “testata” attento all’orientamento della Redazione a includere, costantemente e coerentemente, fra le aree di interesse, anche il Teatro, ma anche la letteratura… insomma quelle tante piccole cose inutili che danno sapore alla vita, e contribuiscono sensibilmente a comprenderne il senso.

Il segno di ciò è dato dalla maschera del teatro classico greco inserita, in alto a destra; indicatore esplicito del cammino che abbiamo tracciato. Come quelli che vanno a Santiago di Compostela e che per tratti camminano da soli o con i compagni di partenza, poi s’intruppano, si lasciano, si riprendono, imbarcano altri… (se 800 chilometri a piedi vi sembran pochi…), così noi non disdegniamo di avere amici che ci affiancano e scambiano con noi le loro storie. In fondo, il senso di quel cammino è questo: una lenta purificazione attraverso un esercizio fisico pesante, la possibilità di ripensare alla propria vita e la condivisione con gli altri dell’esperienza. Il paragone non sembri irriguardoso, ma i meccanismi si possono assomigliare: scrivere su Odeon (anche un commento ogni tanto) non è – e non deve essere – un’occasione narcisistica, ma l’opportunità di stabilire legami.

Di teatro abbiamo pubblicato finora recensioni di spettacoli in cartellone a Roma (ora sospesi, in attesa che passi la nottata), ma oggi a sostegno di questa presentazione, pubblichiamo la prima parte di un approfondito, lucidissimo saggio di Sonia Sigurtà Braibanti, che abbiamo raccolto dal sito Innerbreathing.
Per chi voglia approfondire, basta lasciare un messaggio… Ciao a tutti.

Le maschere e la funzione simbolico-relazionale nel teatro greco.

“Teatro” è una parola dall’etimologia complessa. Usata dagli antichi Greci per designare la gradinata dalla quale si contemplava la rappresentazione drammatica (da “theàomai”, vedo) e dal pubblico che vi assisteva, fu poi estesa per indicare tutto l’edificio destinato alla rappresentazione, successivamente arrivò a significare l’opera letteraria o musicale che veniva rappresentata e, infine, si utilizzò per indicare qualunque forma di spettacolo (da “spectare”, guardare). Il teatro si rivolge, per sua stessa natura, ad una pluralità: a partire dalla Grecia fino a tutt’oggi, il pianto, la commozione o qualsiasi forma di rappresentazione sono di natura collettiva. Anche la parola “dramma” viene dalla tradizione greca (“drao”, opero, agisco): il teatro drammatico pone infatti al centro la parola, il messaggio, che viene commentato ed ampliato dalla visione delle scene. Cardine del dramma è il conflitto. Tutti i protagonisti dei principali drammi teatrali vengono a trovarsi in situazioni complesse, che pongono i personaggi di fronte a scelte dolorose ed impegnative. I greci hanno avuto l’intuizione di drammatizzare situazioni di vita e di metterle in scena. Nella tragedia greca si assiste pertanto ad una forma di relazione dinamica realizzata da due parti coinvolte attivamente: il pubblico che apprende dalla scena, e il coro, che accompagna, sollecita, interroga gli attori.

Nel percorso drammaturgico antico, si realizza un percorso di mediazione: dalla Theoria, ovvero dall’esposizione del vissuto attraverso un ascolto senza giudizio, alla Krisis, secondo passo volto alla verità cui si manifesta la vergogna la fragilità dell’essere umano, per giungere alla Katarsis, ovvero all’incontro e alla riconciliazione. Tali funzioni di svolgimento relazionale possono essere simbolicamente rappresentate dalla stessa maschera utilizzata che consente all’attore lo sviluppo consapevole dei propri strumenti e dei propri ruoli nella finalità insita nell’espressione cristallizzata: lo specchio che riceve e riflette le emozioni; il silenzio che crea spazio di accoglienza; l’assenza di giudizio e volontà deliberata di indurre consapevolezza alle parti di essere; l’interrogazione intima, confronto reciproco con le proprie ambiguità. Vi è certamente un potente rimando tensivo all’armonia dell’uomo nella sua interezza di corpo, psiche e spirito dove, secondo gli insegnamenti dell’antica cultura greca, non vi è un obiettivo da raggiungere ma un ambito di condivisione.

I Greci consideravano la tragedia un rito catartico, una liberazione dal male e l’utilizzo della maschera può essere considerata come l’espressione privilegiata in cui si dispiega la trama articolata della narrazione. Nel teatro antico il conflitto era espressione di un dolore. Sofferenze profonde, ricerche di senso in un universo regolato dal caso o spesso da dei impotenti e capricciosi. Nella drammaturgia, il coro greco rappresenta la voce collettiva che esprime istanze della vita associata rispetto a quelle individuali del protagonista. È la quotidianità del vivere in contrapposizione alle emergenze del mito, caratterizzate dalla loro diversità. La parola chiave che le individua è spesso monos, “solo”, che lo stesso coro assume l’incarico di mediare e trasmettere alla collettività parallela rappresentata dal pubblico. Il coro tragico, la maschera, non si pone in termini oppositivi se non quando ricopre la funzione tecnica di antagonista. La situazione più frequente è quella in cui manifesta in realtà simpatia per il protagonista e la sua causa ma tende con tutte le sue forze allo smussamento dei conflitti in cui esso è implicato, ricercando la conciliazione e il compromesso anche nei casi in cui le crisi sono antinomiche. Occorre altresì evitare di considerare la gnomica corale in maniera standardizzata, identificandola con un’assoluta proposizione di verità sia in senso metafisico (il coro e la maschera come occhio divino) in senso semiotico come depositario ed interprete della strategia dell’autore. Il coro non ha sempre ragione, ricerca nel complesso una strategia conciliativa, illuminando il messaggio tragico di sfumature contrastanti, interrogative, preservando la diversità prospettica degli avvenimenti, allargando l’emozione di stupore e sgomento ad una prospettiva di apertura che supera il giudizio morale. (segue)

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