Alberto Sordi (1). I personaggi radiofonici

a cura di Letizia Piredda

Le iniziative per il centenario di Albertone si stanno intensificando: oltre alla mostra, che era programmata per aprile-giugno (e che purtroppo verrà posticipata), qualche giorno fa la Rai ha mandato in onda il film tv  di Luca Manfredi Permette? Alberto Sordi e, sempre in questi giorni, è uscito un libro magnifico  di Alberto Anile dal titolo  Alberto Sordi, pieno di documenti inediti, foto, curiosità, storie e aneddoti.
Qui viene descritto nei minimi dettagli l’iter piuttosto travagliato che precede la sua affermazione  nel cinema: iniziò con il doppiaggio, proseguì con il teatro, fino ad arrivare alla Rai.[1]
Eppure alla fine non fu il teatro a lanciare Sordi. Avvilito dalle parti risicate  che gli davano nei film, stanco di fatiche teatrali che gli guadagnavano una popolarità limitata (e forse ancora traumatizzato dagli scontri in sala per  Soffia so’ n 2) Sordi ricordò la lezione del padre, suonatore di uno strumento poco ambito, ma ricercato,[2] e cercò uno sbocco nei media meno in vista: messi da parte il teatro e il cinema, si dedicò intensivamente al doppiaggio, ma puntò soprattutto sulla radio.
E infatti Sordi debutta alla radio nel ’47 in  Hooop là con il Signor Dice, un personaggio ideato da Fiorenzo Fiorentini. Il Signor Dice è un signore petulante, poco intelligente, al quale sfugge sempre un termine cruciale che sostituisce con la parola  coso.  Inizialmente Sordi non era molto convinto e fu necessario l’intervento risoluto  di Riccardo Mantone, il regista della trasmissione, per farglielo accettare. In breve tempo il personaggio ebbe un successo travolgente e Sordi, di cui era proverbiale l’insistenza e l’ invadenza, si propose subito per una trasmissione tutta sua alla Rai. La risposta fu molto secca e neanche a dirlo negativa. Ma Sordi oltrechè insistente spesso era anche fortunato. Cosa succede? Aveva seguito in vacanza a Positano Pugliese, il direttore della radio, e un giorno il caso volle che riuscì a recuperargli sul  fondo marino un paio di occhiali preziosi. Riconoscente, Pugliese gli venne incontro,  lo mise alla prova con due sketch e a partire dal novembre del ’48 acconsentì a fargli fare uno spettacolo tutto suo: Vi parla Alberto Sordi. E’ qui che salgono alla ribalta i tre personaggi più famosi ai quali collabora un giovanissimo Ettore Scola: Mario Pio, il conte Caro, e il compagnuccio della parrocchietta.

Denominatore comune dei tre personaggi è la giovialità insidiosa, la voce chioccia, la cadenza campagnola, l’aggiunta eufonica a molte parole di un incongruo prefisso ‘in” (“insull’istante”, ‘inqualsivoglia”, “inconfidente”, “invituperio”).
Sulla nascita di Mario Pio esistono due versioni, non incompatibili: secondo Enrico Vaime il nome fu recuperato da un funzionario Rai che si chiamava Pio Mario, ma che fu ribattezzato con quello più buffo Mario Pio; d’altra parte  il personaggio sembra quasi con certezza una caricatura di Maria Pia Moretti, la primissima confidente “rosa”nella rubrica radiofonica Notturno dove consolava e consigliava gli ascoltatori che la cercavano al telefono. Nella reinvenzione di Sordi ( &Scola) Mario Pio continua a rispondere al telefono (Sì. Mario Pio. Pronto in chi parla? Con chi parlo io?») ma in chiave assurda e spesso malevola, finendo per esasperare il poveretto all’altro capo del filo. Il Conte Claro (“M’intenda chi m’intenda ‘sta frecciata da distanza, comprendi l’importanza?”) è uno scocciatore ancora più subdolo, un nobile decaduto alla ricerca dei più sfrontati stratagemmi per scroccare un pasto. Pure lui riceve richieste di consigli stavolta per lettera (il modello è la contessa Clara, ovvero Irene Brin, che ha una seguitissima rubrica su “La Settimana Incom”), ma fornisce le risposte direttamente a domicilio, andando a trovare a casa il disgraziato mittente. Il “compagnuccio della parrocchietta” ha un background ancora più definito: è un goffo ragazzo dell’oratorio, devoto fino ai limiti della persecuzione al povero don Isidoro : aggressivamente melenso, dispensa aiuti non richiesti con la spocchia di chi sa di “far del bene” e così tenta di disporre a proprio capriccio di cose e persone. Quest’ultimo è il primo personaggio di Sordi calato nella realtà sociale e politica dell’epoca;  una  caricatura dei giovani dell’Azione Cattolica, e del giro di aspiranti al potere che si muovevano nelle roccaforti parrocchiali della Democrazia Cristiana,  in  opposizione all’altro versante ideologico: “ Quando che senti trucci trucci cavallucci/Vuol dir che arrivano i compagnucci […] Non siamo i giovani della rivoluzione/No, no non fate confusione./ Noi siamo solo i buoni e belli signorini/ I cocchi della mamma e del papà» (dalla Marcetta dei compagnucci).
Per quanto diversi, i tre personaggi avevano tutti un elemento in comune e, cioè, quello della cattiveria.
Ed è proprio attraverso questi personaggi che Sordi inizia a  forgiare in voce quello che poi diventerà il suo personaggio a tutto tondo al cinema: il cialtrone italico. A completamento del suo personaggio Sordi inizia ad inventarsi delle canzonette umoristiche, in cui prevalgono l’elemento grottesco e irriverente: in quelle composizioni, scritte e musicate da lui stesso, invita una vecchina paralitica a ballare lo swing, racconta di un bambino di trent’anni abbandonato sul sagrato di una chiesa, canta la vita grama di un “carceratto”.

Mamma mia che impressione, Roberto Savarese, 1951

Il programma di Sordi registra un successo inimmaginabile, tanto che venne fatta addirittura una puntata collegata al Giro d’Italia. De Sica, che, anni addietro era stato letteralmente braccato da Sordi, comincia ad interessarsi a lui e gli propone di fare un film sul personaggio del compagnuccio. Il film si chiamerà Mamma mia, che impressione,
sceneggiatura di Zavattini e la firma alla regia  di Roberto Savarese, nonostante il contributo determinante come regista e produttore di De Sica. E’ qui che ha inizio il suo tanto agognato debutto al cinema.

[1] I brani riportati in corsivo sono tratti dal libro di Alberto Anile. Alberto Sordi. Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, 2020
[2] Il padre di Alberto Sordi suonava il basso tuba

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