Il classico del mese

di Letizia Piredda *

Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, 1999

Un valzer malinconico inizia sui titoli di testa, richiamo esplicito a  quello più gioioso e trionfante di 2001 Odissea nello Spazio. Ma qui la musica ha un risvolto particolare: ci sembra una musica di commento che accompagna le scene iniziali del film, per accorgerci subito dopo che, al contrario, è una musica diegetica [1] (Bill prima di uscire spegne il giradischi). Inizia così Eyes Wide Shut con una contaminazione, che sembra voler dire che c’è un reale cinematografico e qualcosa che va oltre questo reale: cioè la dimensione onirica,  che ha una parte centrale nel film.

Segue poi un gioco di rimandi, di specchi, la ripresa di vari oggetti, tra cui due racchette da tennis: un gioco che richiede un sottile equilibrio della palla con un costante cambiamento di campo, proprio come avverrà nel film tra dimensione onirica e dimensione reale.

Nella scena successiva vediamo Alice e Bill in bagno: Alice , che porta gli occhiali [2], chiede per due volte a Bill come sta con il vestito e con i capelli, e Bill, senza guardarla, risponde per due volte Perfetta , Sei bella come sempre. Sembra una sfida, lanciata da Alice/Kubrick sul fatto che siamo distratti, che non guardiamo, e un invito a chiederci che cosa non abbiamo osservato con attenzione.

A rimarcare questo fluire tra realtà e sogno, Kubrick utilizza dei cromatismi differenti per tutto il film: le scene oniriche che ci mostrano le fantasie erotiche di Alice sono bluastre, mentre quelle in cui c’è intimità tra Alice e Bill  sono caratterizzate da una colorazione arancio; vedremo come in diverse scene i due cromatismi coesistano in proporzioni differenti.
Nella prima parte del film, ad esempio, Alice e Bill sono in camera da letto: la parte più ampia in cui sono avvolti ha una colorazione arancione, con una luce dai toni caldi, mentre nella parte più piccola in fondo, prevale un colore bluastro, con una luce fredda che proviene dall’esterno,  come a indicare un pericolo che minaccia la loro intimità. (v. foto iniziale)
Molto più avanti incontriamo una scena complementare a questa: questa volta sono avvolti dal colore bluastro e solo in fondo, in  una zona più piccola, prevale la colorazione arancio, dai toni caldi. E’ la scena in cui Alice racconta a Bill la seconda fantasia erotica.  In questo caso sono immersi nella zona di pericolo, mentre una piccola parte della scena in fondo mantiene il colore caldo dell’intimità.

Ma ritorniamo un attimo alla scena precedente ( Alice e Bill in intimità davanti allo specchio): se seguiamo la macchina da presa, ci accorgiamo che prima riprende la coppia davanti allo specchio e poi, con un movimento circolare, si tuffa dentro lo specchio e quella che vediamo è la loro immagine riflessa, la loro duplicità sdoppiata.


La prima grande ellissi del film, con cui li abbiamo lasciati dentro lo specchio, sembra metterci sull’avviso che tutto quello che vedremo d’ora in poi appartiene ad un piano onirico, riflesso, ambiguo, doppio.
Ed è  il doppio l’elemento su cui si muove il film dall’inizio alla fine,  con una continua associazione binaria tra figure speculari, a partire dall’opposizione contenuta nel titolo (eyes wide shut, cioè occhi spalancati chiusi), dal continuo alternarsi tra sogno e realtà, tra piano onirico e piano fattuale.
Ma un tradimento sognato vale quanto un tradimento reale?
Quello che spinge Bill a girovagare per le vie di New York nel tentativo di attuare un tradimento reale, è equivalente al racconto di Alice sulle fantasie erotiche suscitate in lei da un ufficiale incontrato in vacanza, quindi da un tradimento agito in fantasia.
Da un tradimento fantasticato a un’avventura febbrile nel mondo reale.
È proprio il rapporto tra questi due piani la chiave del film.
Forse, le fantasie e i sogni che le veicolano in modo inconscio (quelle di Alice)  e la realtà vissuta da Bill così inverosimile e straniante , da provocare smarrimento e perdita d’identità, si assomigliano molto di più di quanto non siamo portati a pensare. Un sogno, non è mai solo un sogno ( come dirà Bill alla fine) e la realtà forse non è mai così vera come in genere tendiamo a credere.
Ma da tutte e due queste realtà dobbiamo svegliarci, diventare consapevoli, esattamente come i protagonisti del film, scossi [3] dalle travolgenti vicende sognate e reali, ma purtuttavia incolumi.[4]

*Ringrazio Gianni Sarro per la supervisione.

Note

[1] Per musica diegetica si intende quella musica che proviene da un fonte sonora presente all’interno dell’inquadratura o della scena: ad esempio una radio, un giradischi, a un concerto etc.

[2] Gli occhiali sono uno strumento per vedere bene e hanno le  lenti, come la macchina da presa: sono quindi elementi che si riferiscono all’istanza narrante che è il regista.

[3] Il titolo originale del libro da cui è tratto il film è Traumnovelle  (in italiano Doppio sogno di Arthur Schniztler, 1980 ) che sta a indicare un’esperienza traumatica, cioè un’esperienza che disorganizza la mente di chi lo vive.

[4] Collegato a questo articolo è quello di Francesca Alatri, sul legame tra libro e film.

2 Commenti

  1. la visione di questo film mi aveva disturbata. Dopo la lettura di questo articolo mi viene il dubbio di non avere forse colto il senso profondo della narrazione. Alla luce di quest’analisi cosi sottile e per me intrigante cercherò di rivederlo per verificare se quella sensazione perdurerà.

    • Ciao Carla, grazie del tuo commento fin troppo generoso! Mi fa piacere se quello che ho scritto ti può aiutare a riconciliarti con questo film. Anche a me spesso è successo che un film mi avesse provocato, in prima battuta, una reazione di rigetto, che, poi, sono riuscita a superare attraverso letture, commenti o analisi del film al corso di cinema. L’importante è sapere che, in molti casi, la prima impressione che un film ha suscitato in noi, non è sempre quella giusta.

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