L’ultimo Vermeer…sperando che sia proprio l’ultimo

di Tano Pirrone

Con i piedi in due staffe, il cinema e il calcio, ce ne ricordiamo parecchi di illustri personaggi, a partire dai Cecchi Gori, padre e figlio, l’uno costruens e l’altro destruens, produttori cinematografici e generosi patron della Fiorentina; Aurelio De Laurentis, nipote di Dino e figlio di Luigi, produttore cinematografico che comincia la sua storia finanziando Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli (1977) e che dal 2004 gestisce la squadra del Napoli, dopo il suo fallimento (del Napoli, intendo) con ottimi risultati; Massimo Ferrero, presidente della Sampdoria che acquisisce nel 2014, pur essendo romanista fervente, con un passato nel cinema come attore (comparsa o poco più), produttore, direttore di produzione e distributore. Sicuramente ce ne saranno altri; lo spettacolo è spettacolo e il business scivola facilmente da una pista a un’altra. A parte Ferrero che sta davanti alla macchina da presa in nove film, tutti gli altri sono o sono stati produttori o distributori. Mi mancava un patron regista, anzi, sinceramente non mi mancava proprio, ma le disgrazie arrivano quando meno te le aspetti.

Ieri sera, complice un’apatia contagiosa che mi ha impedito di vedere in onore di Jean-Paul Belmomdo un film girato in Italia e diretto da Renato Castellani Mare matto (1963) visibile su Prime, comprimaria Gina Lollobrigida, nel massimo del suo fulgore, inchiodato al divano, sono scivolato su Sky e l’inganno di un nome che attrae e inganna – Veermer – ho visto L’ultimo Veermer (2019). Mia moglie – grazie ad un provvidenziale, meraviglioso inestimabile istinto di sopravvivenza – si è assopita, rimanendo indenne; io, invece ho bevuto l’amaro calice fino in fondo, giocandomi in una botta sola un’onorata carriera di cineamatore, un ritrovato equilibrio dopo una settimana di serietv ad oltranza (e se dico ad oltranza dovete crederci), la fiducia conquistata fra i miei sei lettori per recensioni oneste e verificabili.

Avrei dovuto mettere tutto a tacere. Dire a mia moglie che avevo cambiato canale per vedere un documentario del 1993 sui nibbi della Valsugana, o una silloge ragionata (sic!) di discorsi del bell’uomo capataz della Lega; oppure far finta di essere caduto in catalessi, di essermi svegliato improvvisamente senza più nulla ricordare di me, di lei, della nostra vita. Invece no: ho voluto indagare su chi fosse il responsabile dello scempio che in forma di film transitava su uno dei più forniti e variati format di cinema. Ho indagato con lo smartphone, mentre luci psichedeliche fuoriuscivano dalle mie pupille extraorbitate e densamente unte di lacrime petrolchimiche.

Ho scoperto così che il regista (sic!) è tale Dan Friedkin. All’inizio lessi solo il cognome e lo scambiai per l’altro Friedkin, William, esponente d’onore della Nuova Hollywood, vincitore di una statuina di zio Oscar per Il braccio violento della legge (1971) e tanti altri onesti film. Uno che fa un film come quello che ho visto stasera non può essere lo stesso che ha vinto meritatamente un Oscar – pensai – oppure vivo un incubo anfetaminico da cui certamente non verrò più fuori. Devo smettere di vedere Breaking Bad, devo smetterla assolutamente. Poi un angelo riparatore passò l’ala sulla mia testa e fu calma, silenzio e pacificazione e nel piccolo schermo del mio Iphon 6 potei leggere il nome del colpevole, del reo, del profanatore, il nome era Dan e non William (che ormai ottantaseienne se ne sta buono al guinzaglio di ben dotati o dotate badanti).

Ma chi c***o è questo Dan, mi sono chiesto; cerco e trovo: è lo straricco padrone della AC Roma, seconda squadra di calcio della nostra capitale, quella che quest’anno, come ogni anno ha già vinto lo scudetto di agosto e con Mou si accinge a vincere tutti i prossimi scudetti mensili.

No, per favore, il posizionamento mio, non propriamente amichevole nei confronti di questa AC, non può, non deve, minimamente influire sul mio giudizio sul film. Né viceversa, d’altronde, pericolo ben presente.

Dilettantismo puro, storia condotta in modo ingenuo, incolto e profanatore; mancanza di sensibilità artistica e storica; movimento di macchina e montaggio ad alto tasso alcolico. Gli attori sembravano scongelati al momento di recitare la scena ed erano diretti in modo offensivo. Il massimo lo raggiunge (il sedicente regista) con l’attore che impersona il grande falsario autore di questi perfetti falsi quadri attribuiti a Veermer: uno sfarfallio di braccia e di mani, un atteggiamento che nell’idea del sedicente regista dovrebbe essere quello da attribuire ad un genio della pittura.

Non so che dirvi: mi auguro che l’anima vagante dell’immenso pittore olandese non sia stata informata e che in caso contrario non si vendichi in qualche modo, e se dovesse farlo lo faccia, procurando alla squadra del regista quante più sconfitte possibili.

Forza Lazio.

1 Commento

  1. Dopo una abbondante, ed apprezzata, porzione di spaghetti con vongole veraci (anche se,forse, questo non è il momento della loro massima sapidezza) decido di esprimermi: una profonda tristezza alberga nel mio cuore. Come? non siamo più in grado di riconoscere un animo entusiasta, libero da condizionamenti e schemi, ricco di uno spirito di avventura che lo spinge ad inoltrarsi in panorami a lui sconosciuti, che lo ammaliano ed intrigano? E che? forse Bartolomeo Diaz , Fernão de Magalhães , Cristobal Colon sapevano dove andare? dove arrivare ? cosa c’era al di là dell’orizzonte? avevano le regole ed i paradigmi, le quantità, le qualità , le regole che poi a noi sarebbero state chiare perchè grazie a loro acquisite?
    No!
    Non ci possiamo soffermare a giocherellare con le regolette, con gli equilibrucci, con i compitini.
    Sono esperimenti, con i limiti loro propri, lo riconosco, ma vanno comunque apprezzati per ciò che di positivo è nel loro essere.
    E comunque, le colpe dei Presidenti non ricadano sul popolo dei tifosi.

    Vecchio cuore giallorosso

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