Ezra in gabbia o il caso Pound

di Tano Pirrone

Uno spettacolo scritto e diretto da Leonardo Petrillo con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini; prodotto nel 2018 dal Teatro stabile del Veneto e dall’OTI di Alessandro Longobardi nell’ambito di un progetto voluto dall’assessora all’Istruzione della Regione del Veneto, Elena Donazzan, la quale si è ripetutamente esibita nell’elogio del vate riconoscendo in lui “un gigante del pensiero moderno”, vittima di ostruzionismo culturale (dalla sinistra e dagli ebrei, evidentemente) e osteggiato da una certa cultura perché non politicamente corretto.

Se si fosse trattato di un omaggio al grande poeta espatriato americano Ezra Pound: nulla di male. L’arte va accettata e apprezzata, ove del caso, al di là delle qualità umane – o disumane – di chi la crea. Vale per Yeats, vale per Eliot, vale per Céline. Vale anche per quel fascista antisemita di Ezra Pound, che in pochi leggono, per la cripticità della sua poesia. Pochi lo leggono ma molti lo esaltano, senza averlo letto, per il solo fatto che lo sentono vicino ai loro ‘ideali’ politici. Banalità e deformazioni del vero per ribaltare quel poco di buono che dal Novecento abbiamo potuto imparare.

Perché questo ‘gigante del pensiero moderno’ nel 1940, mentre gli ebrei venivano sterminati nei campi nazisti, collaborava col fascismo italiano trasmettendo all’EIAR le sue malefiche conversazioni, al centro delle quali c’erano la finanza internazionale ebraica, l’usura (ebraica) dei sistemi bancari che avevano sfigurato la società occidentale, il complotto pluto-giudaico-massonico – tanto per capirci. Gli ebrei li definiva ‘melma ebraica’. Le letture che amava e consigliava ai suoi adepti erano il Mein Kampf di Hitler e i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il falso prodotto dalla polizia zarista per diffondere l’odio antisemita.

Di Pound si potrà dire che è stato un grande innovatore in poesia, – e lasciamolo dire allora a chi lo ha letto e studiato – si potrà dire che ha anche proposto una teoria critica di qualche interesse, non certo un critico che abbia segnato un’epoca o lasciato un’eredità che i posteri potessero raccogliere. Difficilmente si potrà dire che è stato un ‘gigante del pensiero moderno’. E falso è che sia stato ‘negato per decenni’. I suoi testi sono tutti in libreria, la critica lo ha abbondantemente studiato, lo si insegna diffusamente nelle nostre università. Certo, come c’è chi si rifiuta di leggere qualche banale diffusore di idee comuniste c’è anche chi si rifiuta di leggere un volgarizzatore del pensiero antisemita. Ma questo rientra nella libertà di scelta. Dire poi che quella di Pound sia ‘la vera cultura’ suona come un’inquietante censura sulle plurali verità di cui si costituiscono cultura e civiltà, vale a dire un’autoritaria affermazione del pensiero unico a cui il pro-fascismo dominante vorrebbe assuefarci.

All’assessora, esibitasi in passato in una radio anche in una cantata di Faccetta nera, consiglieremmo di tenersi nei campi di competenza e tenere sempre ben presente che, antisemita fino all’osso, Pound è stato un grande poeta, un critico che merita di essere letto – ma senza grandi entusiasmi -, ma anche un uomo la cui visione politico-economica ha mostrato la ristrettezza del suo pensiero e tutta la grettezza della sua umanità.

Detto questo – giusta, indispensabile premessa – riconosciamo a Petrillo una formidabile capacità narrativa e scenica e al duo Rigillo – Rossini un’impeccabile interpretazione del testo e, per Rigillo, del personaggio. Rossini ha letto con misura chiarezza e partecipazione testi di Pound, tratti da varie opere.

Difficile alla fine applaudire: l’entusiasmo per la qualità dello spettacolo e per la bravura dell’interpretazione sarebbe rimbalzato sull’assunto ‘politico’.

Ci siamo, infatti, correttamente astenuti.

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Letizia Piredda

Molto bello questo articolo. Difficile trovare un equilibrio tra l’apprezzamento per l’artista e il rigetto per le sue scelte politiche.

Tano

Alessandro: «Bellissimo articolo, Tano; concordo pienamente»

Tano: «Grazie Alessandro, spero si sia colto appieno il nostro imbarazzo per ritrovarci in una sala con troppi fasci poco colti, e la contraddizione di non poter applaudire uno spettacolo, per altro riuscitissimo dal punto di vista artistico. Questa è, però, una condizione naturale e costante per chi la fruisce, in tutte le sue forme e manifestazioni: l’artista di fronte al miracolo della sincera creazione artistica è sempre innocente o, quantomeno, gli sono concesse le attenuanti generiche. Di certo lo stupido gesto del saluto romano ai giornalisti e a quanti altri lo attendevano al suo rientro in Italia dopo tredici anni di manicomio criminale negli Usa, poteva risparmiarselo. Sono questi gesti, provocatori non certo eroici, che scaldano le fredde meningi delle scolte appestate e incolte.»

Tano

Commento di Liliana:
«Bello! Bella la chiarezza e semplicità dell’ammissione di un disagio e un piacere, una rappresentazione e un passato, un giudizio morale-storico e un valore dell’esperienza artistica. Sono tante le sfumature e i toni della tua recensione, Tano. E tante le riflessioni che ci proponi. Grazie.»