Peter Bogdanovich esce dalla Comune, ma i Rumori fuori scena rimangono. Forti e chiari.

di Tano Pirrone

Se nasci a New York quando il putrido bubbone del nazismo esplode, dopo aver accumulato una fetida carica venefica, che stravolgerà, in pochi anni il mondo; se nasci a New York e sei figlio di Borislav, immigrato serbo di religione ortodossa e di Herma, immigrata austriaca di origine ebraica, qualche piega strana la tua vita dovrà pur prendere… ed infatti: grande amore per il teatro e poi per il cinema, strisce di horror e di nouvelle vague, adorazione per i mostri sacri del cinema e per il periodo d’oro hollywoodiano. Lasciar cuocere a fuoco lento per qualche anno ed ecco che la pozione Bogdanovich è servita: tutto quello che il cinema poteva immaginare e fare era stato fatto (poi l’abbiamo smentito, ma ogni cinema è figlio dei suoi tempi!) ed allora l’unico vero cinema che si può fare è il cinema della nostalgia. Sono i tempi in cui ci si chiedeva seriamente se Hollywood fosse ormai morta: da un lato l’enorme diffusione della televisione e di altri mezzi di telecomunicazione e di divertimento di massa, dall’altro una profonda modificazione dei gusti, e quindi delle forme e dei modi dello spettacolo cinematografico, davano forma a questa convinzione e il cinema della nostalgia di Bogdanovich ne rappresentava, la non rassegnata risposta.

Il Nostro fa parte di una generazione di veri combattenti, cineasti che affrontano la crisi nel migliore dei modi, lottando e cercando vie, anche impervie, al rinnovamento: Dennis Hopper (Easy Rider, 1969), l’Altman che mette sul piatto un’esperienza originale e criticamente stimolante (troppi i film da citare, per noi che amiamo molto Altman); Nichols (Il laureato, 1968); Bob Fosse (Cabaret, Lenny, Soldato blu, Un tranquillo week-end di paura ecc.); Pollack (Non si uccidono così anche i cavalli, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Tootsie, La mia Africa ecc.): una generazione ponte, che costruì un cinema di congiunzione, rivedendo schemi, generi, modi di girare e di interpretare, effettuando una trasformazione decisiva nel cinema americano, ridandogli competitività e ritrovata freschezza di inventiva.

Alcune scene di L’ultimo spettacolo(1971) Ma papà ti manda sola? (1972) Paper Moon(1973) Rumori fuori scena (1992)

Peter, critico, saggista, autore di monografie, sotto l’egida del generoso Corman esordisce nel 1968, ma si afferma con tre film (uno per anno, dal 1971 al 1973): L’ultimo spettacolo, Ma papà ti manda sola e Paper Moon. La critica è concorde nel riconoscervi un percorso di rivisitazione del recente passato, nostalgico ed ironico al contempo, testimonianza dell’amore che il regista appena scomparso aveva per il cinema americano classico.

Un addio affettuoso è d’obbligo. Ad esso aggiungiamo un ringraziamento particolare per il suo film che preferiamo: Rumori fuori scena, 1992. In esso la competenza, il gusto, la raffinata eleganza, l’ “ordine caotico” del mondo del teatro e del cinema, si fondono in un raro esempio di cinema dei contrasti: nostalgia, gratitudine, soddisfazione, orgoglio ed umiltà di un personaggio elegante e indimenticabile.

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