“Past Lives” (2024) di Celine Song

“Se tu non avessi lasciato la Corea, ti avrei cercato lo stesso? Saremmo stati insieme? Ci saremmo lasciati? Ci saremmo sposati? Avremmo avuto figli?” Hae Sung “Past Lives”

“Past Lives” non è un film facile da definire: una rom-com, un film a tesi, una sorta di “Before Sunrise” (1995) di Richard Linklater moderno e sulla scissione culturale che vivono le persone che sono cresciute tra più culture. Il film è una sorta di documentario dei sentimenti con varie sottotematiche connesse, parte da qualcosa di universalmente condiviso, tutti noi ci siamo chiesti una o più volte nella vita, come sarebbe andata, se avessi passato quel colloquio, se fossi o non fossi partita, se avessi dato una possibilità a quella persona, se non mi fossi lasciata con il mio ex: sarei una persona diversa? Che persone sarei? Dove sarei? Con chi sarei? Il film gioca molto sull’universalità di questo sentimento, aggiungendo però tuttavia un chiaro riferimento all’oriente e al buddismo, mettendo in campo il concetto di inyeon, che significa fato o epifania quando si incontra qualcuno, perché lo si è già incontrato nella vita passata. La protagonista ci spiega che inyeon è anche quando due persone si sfiorano i vestiti per strada, mentre le persone sposate hanno avuto 800 strati di inyeon. È molto interessante come il film passa dal presupposto universale delle Sliding  Doors della vita, a concetti culturalmente legati all’oriente e al buddismo, in una sorta di volontà di andare dal generale e universale allo specifico nel raccontare la cultura d’origine dei protagonisti.

Il film parla del rapporto tra Na-young (Greta Lee), che poi diventerà Nora e Hae-Sung (Teo Yoo) in tre periodi diversi della loro vita: quando si conoscono da ragazzini undicenni in Corea, si piacciono, ma i genitori di Na-young  decidono di partire per il Canada; quando a 20 anni si ritrovano grazie all’aiuto della tecnologia, ma tuttavia essendo entrambi troppo assorbiti dalla costruzione delle loro carriere (molto asiatico!), decidono di non incontrarsi. Così i due prendono strade diverse e iniziano altre relazioni, fino a quando  Hae-Sung non decide di andare a trovare Nora a New York.

Il film ha delle inventive narrative e registiche molto intelligenti come la scena iniziale  e la scena dell’aeroporto per presentare i personaggi e le situazioni, si parte investigando lo sguardo che hanno le altre persone su di noi e la volontà che le persone hanno di definire chiaramente i rapporti. Questa prospettiva ritorna nel film, quando il marito di Nora, Arthur (John Magaro) si chiede quale è il suo ruolo nella storia. I personaggi non sembrano subire l’opinione delle altre persone, tuttavia nel chiedersi come appaiono agli occhi degli altri, sembrano non essere indifferenti al giudizio dell’altro.

Nel film riecheggia anche forte la questione dell’identità, Na-young che poi in America diventa Nora, perde la sua identità di nascita e ne acquisisce un’altra. Il cambiamento viene vissuto positivamente e poi verrà accettato anche da Hae-Sung in seguito, tuttavia denota una sorta di violenza dettata dal cambio di nome, che rappresentava la sua identità coreana e dal fatto che lei stesse vivendo una vita che partendo viene interrotta. Nora rimane così attaccata a Hae-Sung forse proprio perché per lei rappresenta quella parte della sua vita che non c’è più, è anche vero però che le relazioni che ci creiamo nell’infanzia e nella adolescenza, sono quelle che rimango più forti, come intensità e di solito sono anche le più durature, chi ci conosce da tutta la vita forse ci conosce meglio? Poi c’è la questione della condivisione culturale, Na-young e Hae-Sung condividono la stessa cultura di appartenenza, questo li lega nei loro ragionamenti e nell’analizzare allo stesso modo le situazioni, tuttavia il fatto che Nora abbia viaggiato e abitato in America l’ha cambiata e allontanata da lui e dal suo paese d’origine. Il film oscilla tra Oriente, i pochi dialoghi significativi, l’eleganza e la compostezza dei personaggi e Occidente, l’idea di individualità, la grande presenza di esterni e la relazione triangolare tipica del cinema europeo, anche nello stile, ma essendo ambientato a New York, c’è un grande nome che riecheggia a caratteri cubitali nelle scene di esterni newyorkesi: Woody Allen, si sente forte la presenza di un tributo a “Manhattan”  e “Io e Annie”, due grandi film che investigavano i rapporti amorosi e umani.

Eppure è affascinante pensare che ci sia qualcuno giusto per noi, una sorta di predestinazione nell’amore, allora cosa rimane delle persone che incontriamo, delle esperienze che facciamo, se siamo già predestinati a qualcuno?  È la grande questione romantica: metà della mela versus esperienze, momento giusto e conoscenza. Il film si concentra sulla figura di Nora, che come vediamo chiaramente in una scena del film, “media” tra i due uomini, non solo nella comunicazione, ma anche nei sentimenti che lei prova per loro. I due uomini parleranno solo una volta da soli, un dialogo futile e bugiardo, come se solo con lei possano essere sinceri.

I rimpianti, i rammarichi e i rimorsi, sono da sempre esistiti, tuttavia con la mia generazione (i trentenni) la questione è peggiorata: le enormi possibilità di viaggiare, ci rendono schiavi di innumerevoli desideri e di maggiori possibilità (come succede in “La persona peggiore del mondo” (2021) di Joachim Trier), lo sbirciare le vite degli altri attraverso l’uso dei social ci rende soggetti al giudizio e al desiderio di recuperare rapporti che forse dovrebbero finire è basta. I protagonisti del film sono oggettivamente persone realizzate, tuttavia continuano ad avere dubbi sulle loro relazioni, il loro lavoro e la loro vita, come se si potesse ambire sempre a qualcosa di meglio. Questa prospettiva così generazionale è lodevole, un film su una generazione che non si sente tale. Il finale del film è bello ed è forse l’unico possibile.

Celine Song fa un cinema molto personale, caldo, soffuso, ma anche rigoroso, moderno nel suo mescolare i generi e nella narrazione, diviso tra echi di diverse culture, orientato a raccontare sentimenti che non sono chiari pure a noi. Quello di Nora e Celine Song è un ulteriore tassello negli sguardi al femminile che stiamo incontrando così frequentemente nella filmografia del momento. “Past Lives” è un ottima opera prima, originale e ricca di spunti, ma che non ha la forza di portare avanti le sue intuizioni fino in fondo, la sua eleganza e sinuosità, fa si che il film a tratti sia evanescente, superficiale e manchi di vigore nelle intenzioni.

Informazioni su Giulia Pugliese 18 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
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